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Il femminismo alla prova della maternità

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Gabrielle de Loynes - pubblicato il 19/12/17

Per molto tempo il femminismo ha considerato la maternità come un ostacolo all’emancipazione della donna. Oggi che viene rimessa in discussione la pillola contraccettiva, insieme con la società dei consumi e col turbocapitalismo, il femminismo ripensa la maternità.

La parola “femmina” ci giunge dal greco φύομαι [phyomai], “ciò che nasce”, poi dal latino fœmina, derivato di fœtus. Etimologicamente, la donna prende dunque la propria essenza dalla maternità. Eppure il femminismo esistenzialista si fonda sul disprezzo del corpo femminile fatalmente destinato a generare la vita. E se la vera liberazione della donna passasse alla fine dalla difesa della maternità?

La maternità, una sfida centrale dell’identità femminile

Simone de Beauvoir, ne Il secondo sesso, definisce la maternità come un ostacolo alla vocazione umana di trascendenza. Per uscire dalla dominazione dell’uomo sulla donna, il femminismo esistenzialista propone di far uscire la donna dal proprio destino biologico, rifiutando la maternità. Secondo Eugénie Bastié e Marianne Durano, redattrici della rivista Limite e apripista di un femminismo “integrale”, più ecologico, il paradosso del femminismo esistenzialista è che «decostruisce l’oggetto che vuole difendere». In nome della parità e dell’uguaglianza, si negano l’identità e la ricchezza della differenza. Yvonne Knibiehler, saggista e femminista della seconda vague (anni ’60-’70), riconosce di essere sempre stata persuasa del fatto che la maternità sia «una sfida centrale dell’identità femminile», pur avendo ella sostenuto le battaglie delle militanti per la sessualità liberata e per il controllo della fertilità. Si è fatto credere alle donne che dovessero la loro emancipazione alla pillola e all’aborto.

Ma la contraccezione chimica è un miraggio di liberazione. Per Holly Grigg-Spall, femminista americana e autrice del libro Sweetening the pill [Addolcire la pillola, N.d.T.],

una donna che non ha le mestruazioni è una donna perfettamente adattata al modello occidentale, patriarcale e capitalista. Questo le permette peraltro di restare sessualmente a disposizione ed emozionalmente atona.

Il legame tra liberalismo sessuale e liberalismo economico appare evidente. Quale libertà può dipendere da una medicina fabbricata dall’industria farmaceutica e prescritta da un medico? Per Thérèse Hargot, sessuologa e autrice di Una gioventù sessualmente liberata… o quasi, la pillola è un segno di sottomissione. Al controllo chimico della fertilità l’autrice oppone la conoscenza della propria fertilità ad opera delle donne stesse. La vera liberazione della donna non risiede nella negazione di ciò che è, ma nella difesa di ciò che la costituisce, cioè anzitutto la sua fecondità.




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La maternità, ma a che prezzo?

Una volta che si sia ammesso il legame tra femminino e maternità, bisogna ripensare la donna come un attore economico differente. Se l’uguaglianza salariale è una richiesta legittima, conviene interrogarsi sulle cause di una siffatta disparità. Misoginia dei padroni e dei capi, società patriarcale o maternità? Secondo Iseul Turan, co-fondatrice del movimento Les Antigones [Le Antigoni, N.d.T.], la negoziazione salariale all’assunzione è spesso «gravata da questa potenzialità [la fertilità, N.d.T.], che tuttavia alcune donne non realizzeranno mai». Presa in carico dal datore di lavoro, la possibilità di una gravidanza implica discriminazioni al momento dell’assunzione, disparità salariali e rischio di licenziamento. Supportato dalla solidarietà nazionale, il congedo di maternità potrebbe essere prolungato, potrebbe essere più protettivo e meno pesante. Per questo movimento «la maternità – e non le donne – deve ricevere un trattamento specifico nel mondo del lavoro».

Mentre la società c’impone di essere performante in ogni circostanza (maternità, malattia, lutto…), è compito della donna – ma anche dell’uomo – liberarsi da una tale ingiunzione. A tal proposito, i vangeli condannano la sopravvalutazione del lavoro. Nella parabola del coltivatore arricchito Gesù rigetta la larghissimamente diffusa opinione secondo cui il lavoro può rendere sicura la vita: «Sciocco, questa stessa notte la tua vita ti sarà chiesta» (Lc 12, 20). Non si tratta qui di svalutare il lavoro, ma piuttosto di metterlo al suo posto.




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La maternità a ogni prezzo?

In una società materialista in cui regna il culto della performance, si comanda alla donna di dominare il proprio corpo, la propria immagine e di provocare meccanicamente il desiderio sessuale. Mentre l’atto sessuale è ridotto al solo piacere istantaneo, o al concepimento di un bambino «quando voglio, dove voglio, con chi voglio», l’esperienza del crollo della libido o dell’infertilità è vissuta come uno scacco. Liberata sessualmente? La donna è diventata dipendente dell’industria della contraccezione chimica. Sterile? Alimenta il mercato della procreazione assistita. Fertile? Il suo utero diviene un prodotto e la sua gravidanza è un fenomeno dispendioso che viene medicalizzato.

Per Marie Jauffret, ricercatrice in biologia, «il corpo delle donne è un formidabile oggetto di profitto». In Francia, dove il dono degli ovociti non è rimunerato, la domanda sopraffà l’offerta. Malgrado i rischi sulla salute comportati dalla stimolazione ovarica, le donatrici di ovuli sono due volte il numero dei donatori di sperma. Nel Paese leader della vendita di ovociti, gli Stati Uniti, si sceglie la “donatrice di felicità” su di un catalogo, in funzione di criteri fisici. L’aberrazione di un “diritto al bambino” trasforma così la donna e l’uomo in materiali genetici.

Al contrario, il matrimonio cristiano invita le coppie a essere aperte alla vita. Essere “aperti alla vita” significa anzitutto rendersi disponibili a ricevere la vita di un bambino, come un dono e non come una cosa dovuta. Significa pure accettare la vita di coppia come quella si presenta, fertile o no, con la sua parte di incertezza. Significa infine aprirsi agli altri con umiltà e generosità, accoglierli con amore.




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La donna, essenzialmente feconda

Il femminismo detto “integrale” si riconcilia finalmente con Simone de Beauvoir quando quella riconosce che la donna

non può acconsentire a dare la vita che se la vita ha un senso; non saprebbe essere madre senza provare a giocare un ruolo nella vita economica, politica, sociale.

La donna, dunque, non è solamente una femmina di mammifero: la sua relazione con i piccoli che mette al mondo è fatta pure di intelligenza, e precisamente questo apre la possibilità di un oltre, di una trascendenza. La donna è feconda senza essere necessariamente fertile. La sua fecondità proviene anche dall’abbondanza delle sue facoltà intellettuali – la sensibilità, la volontà…

Secondo Natacha Polony, è fondamentale ridefinire i modelli identificatori dati alle donne. Secondo lei, la fecondità della donna risiede anche nell’«ambizione intellettuale, nell’appetito di sapere e di conoscere, nell’appetito di vivere». È appunto quanto invita a vivere il padre Teilhard de Chardin in L’eterno femminino quando, nella figura di Maria, definisce la donna come una guida verso la trascendenza: «Sono uscita dalle mani di Dio… cooperatrice della sua opera», «per mezzo di me tutto si muove e si coordina», «io il profumo, lo charme, mescolato al mondo per farlo aggregare, l’ideale sospeso su di lui per farlo ascendere, io sono l’essenziale Femminino», «io sono essenzialmente feconda, cioè sporta sul futuro».

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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