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Soffri di accidia? Scoprilo e segui i rimedi di un monaco del IV secolo

WOMAN,OUTSIDE,BORED
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Quando non si ha voglia di fare nulla, ci si sente irrequieti e preoccupati, allora potrebbe nascondersi una forma depressiva

Una malattia della vita spirituale. Che ci domandiamo come affrontarla, anche se poi rispunta sempre. E’ una dimensione negativa che troviamo, ma che va affrontata. La tradizione della Chiesa la chiama l’“accidia”.

Un’interessante meditazione di don Angelo De Donatis, parroco della parrocchia di San Marco Evangelista in Roma, pubblicata su www.gliscritti.it, riporta le indicazioni di Evagrio Pontico, un maestro del IV secolo – ed, insieme, del Bunge, un autore moderno che ha affrontato lo stesso tema, studiando Evagrio, per capire se si è affetti da questa malattia e come combattere contro i sintomi.

Demone del Mezzogiorno

Evagrio chiama l’accidia il “demone del mezzogiorno”, perché è la tentazione che assale il monaco a metà della giornata, quando l’entusiasmo viene meno, quando l’ardore si è spento.

Questo “mezzogiorno” che è anche il mezzogiorno della vita, quando ad un certo punto, l’entusiasmo viene meno, quando non c’è più la gioia profonda di fare una cosa, la gioia di vivere. Ecco perché Evagrio Pontico dice che questo è un demone pericolosissimo.

Non è la pigrizia!

Noi tante volte traduciamo “accidia” con “pigrizia”. Ma non è la pigrizia, è proprio un disgusto, quando non ti va di fare più niente, quando sei svogliato perché ti è passata proprio la voglia di impegnarti, di andare a fondo alle cose.

I sintomi

1) Evagrio dice: “A volte si ha una paura esagerata degli ostacoli che si possono incontrare”. C’è quasi una paralisi: mi spavento, ho paura di questi ostacoli e mi paralizzo.

2) Oppure c’è un’avversione a tutto ciò che costa fatica. Sento proprio una repulsione; non mi va perché so che una cosa mi impegna nella fatica e quindi la rifiuto.

3) Andando avanti, Evagrio dice ancora che c’è una negligenza nell’osservare l’ordine, le regole, mi ribello a questo.

Oppure un’instabilità nel bene. Magari ho scelto di fare delle cose buone però non sono costante, non sono fedele a questo. C’è un’instabilità continua.

4) Ancora, l’incapacità di resistere alle tentazioni. L’avversione verso quelle persone che sono veramente zelanti e che diventano odiose proprio perché fanno sempre le cose per bene, sanno osservare le regole.

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