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Soffri di accidia? Scoprilo e segui i rimedi di un monaco del IV secolo

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Kyle Broad | CC0

Gelsomino Del Guercio - Aleteia Italia - pubblicato il 16/12/17

Quando non si ha voglia di fare nulla, ci si sente irrequieti e preoccupati, allora potrebbe nascondersi una forma depressiva

Una malattia della vita spirituale. Che ci domandiamo come affrontarla, anche se poi rispunta sempre. E’ una dimensione negativa che troviamo, ma che va affrontata. La tradizione della Chiesa la chiama l’“accidia”.

Un’interessante meditazione di don Angelo De Donatis, parroco della parrocchia di San Marco Evangelista in Roma, pubblicata su www.gliscritti.it, riporta le indicazioni di Evagrio Pontico, un maestro del IV secolo – ed, insieme, del Bunge, un autore moderno che ha affrontato lo stesso tema, studiando Evagrio, per capire se si è affetti da questa malattia e come combattere contro i sintomi.

Demone del Mezzogiorno

Evagrio chiama l’accidia il “demone del mezzogiorno”, perché è la tentazione che assale il monaco a metà della giornata, quando l’entusiasmo viene meno, quando l’ardore si è spento.

Questo “mezzogiorno” che è anche il mezzogiorno della vita, quando ad un certo punto, l’entusiasmo viene meno, quando non c’è più la gioia profonda di fare una cosa, la gioia di vivere. Ecco perché Evagrio Pontico dice che questo è un demone pericolosissimo.




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Non è la pigrizia!

Noi tante volte traduciamo “accidia” con “pigrizia”. Ma non è la pigrizia, è proprio un disgusto, quando non ti va di fare più niente, quando sei svogliato perché ti è passata proprio la voglia di impegnarti, di andare a fondo alle cose.

I sintomi

1) Evagrio dice: “A volte si ha una paura esagerata degli ostacoli che si possono incontrare”. C’è quasi una paralisi: mi spavento, ho paura di questi ostacoli e mi paralizzo.

2) Oppure c’è un’avversione a tutto ciò che costa fatica. Sento proprio una repulsione; non mi va perché so che una cosa mi impegna nella fatica e quindi la rifiuto.

3) Andando avanti, Evagrio dice ancora che c’è una negligenza nell’osservare l’ordine, le regole, mi ribello a questo.

Oppure un’instabilità nel bene. Magari ho scelto di fare delle cose buone però non sono costante, non sono fedele a questo. C’è un’instabilità continua.

4) Ancora, l’incapacità di resistere alle tentazioni. L’avversione verso quelle persone che sono veramente zelanti e che diventano odiose proprio perché fanno sempre le cose per bene, sanno osservare le regole.

5) Un altro sintomo di questa malattia è la perdita di tempo prezioso oppure la libertà che viene concessa ai sensi, alla curiosità, al piacere di divertirsi, di usare di tutto.

6) A volte l’accidia si manifesta con una preoccupazione eccessiva per la salute fisica. Diventa quasi un’ossessione.

L’immagine del verme

San Bernardo definiva questa accidia, che lui chiamava tiepidezza, l’ombra della morte. Il tiepido assomiglia ad una vigna non coltivata, una vigna che è stata abbandonata. Il tiepido è così: è una casa senza porta, senza chiusura. Qualcun altro ha detto: “E’ un verme che nella radice divora dal di dentro”.

Divora soprattutto le virtù principali anche se esternamente la vita continua apparentemente come prima.

La ricerca di capri espiatori: il lavoro

Assodata la malattia, l’accidioso cerca cause esterne per il suo malessere.

La tentazione di considerare il lavoro improvvisamente come la causa del proprio malessere. Questo può capitare a volte. La professione svolta con tanta serenità fino al giorno prima diventa un peso opprimente. Non lo sopporto più, mi costa tantissimo andare la mattina a lavorare.

Contro i suoi superiori

A volte sento che colpevoli della mia infelicità possono essere considerati i superiori o i colleghi che diventano odiosi; non li sopporto più.

L’accidioso si ricorda improvvisamente – questo aspetto è tremendo – con dolorosa precisione, di tutte le ingiustizie che ha subito da parte degli altri, o che pensa di aver subito, perché non sempre sono oggettive. Però l’accidioso le richiama tutte perché lui crede di aver subito questi torti o magari oggettivamente li ha anche subiti, però è puntiglioso nel ricordarli tutti, con grande precisione.




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La ricerca di capri espiatori: l’amore finito

Evagrio dice che l’accidioso è addolorato dal pensiero che l’amore sia sparito fra i fratelli e che non ci sia nessuno per consolarlo. E’ tipico questo, quando uno vive questo stato d’animo. Tutto crolla, nessuno riesce a manifestare un amore. A volte anche nelle comunità parrocchiali diciamo: “Mi ero avvicinato pensando di trovare chissà quale ambiente, ma qui non c’è nulla”.

Gli ammalati per calmare l’irrequietezza

Evagrio dice che l’accidioso adduce come pretesto visite ad ammalati. Di fatto soddisfa solo la sua intenzione. Il monaco accidioso è pronto a servire, a donarsi, a fare qualcosa per l’altro e considera la propria soddisfazione come un dovere.

Cosa avviene quindi? Siccome sono in questa situazione difficile di vuoto, di pesantezza, questa irrequietezza deve trovare uno sbocco e quindi mi butto nell’attivismo. Devo trovare un canale e allora mi illudo che questa sia la virtù cristiana dell’amore, ma non ha niente a che fare con l’amore.

I rimedi

Se ne possono enumerare cinque.

1) L’intenzione – Quali i rimedi contro questa pericolosa forma depressiva? Evagrio pone un criterio di discernimento che è l’intenzione. Vedere quale intenzione c’è alla base di ciò che facciamo o tralasciamo. Si tratta di vedere se facciamo il bene per se stesso oppure se lo strumentalizziamo in vista di scopi egoistici.

L’egoismo in tutte le sue forme altro non è che l’innamoramento di noi stessi che sta alla radice di ogni male. Quale frutto viene quando si va avanti su questa strada? Lo scoraggiamento, che è una cosa tremenda. E’ perdere la speranza. Nascono i dubbi. A volte, anche sulla vocazione che si vive, uno si chiede: “Forse non era la mia strada, ho sbagliato tutto”.

Sono dubbi che si insinuano lentamente e, se non vengono bloccati, cercano di corrodere la nostra fiducia come una goccia che scava una roccia.

2) La pazienza – Intesa come capacità di resistenza. Siccome l’irrequietezza porta a cambiare luogo, situazione, io devo mettere qualcosa che va contro quello stato d’animo che si crea. E’ importante che ci sia questa virtù della pietra, il rimanere. Io lo racchiudo in una parola che nella Bibbia è fondamentale: l’ “eccomi”. “Eccomi” significa ci sono: io non scappo, non desidero una situazione diversa da quella che sto vivendo. Non posso dire: “Se avessi un’altra famiglia, un’altra parrocchia, altri amici, altre relazioni, chissà cosa potrei fare”. Questo è un inganno, un’illusione. La cosa principale è quindi rimanere in quella situazione. Dire “eccomi” vuol dire dunque che io non sto fuggendo nei miei deliri, nella mia illusione.

3) La stabilità – Intesa come diceva S.Benedetto, questo rimanere stabili dentro soprattutto. Anche se poi richiede una stabilità nel tempo e traduce in fondo la pazienza. Rimanere stabile è già una risposta.




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4) La preghiera – Che deve esser vissuta soprattutto come preghiera semplice: la preghiera fatta nell’attesa deve essere semplice, a volte fatta con le lacrime. Evagrio dice: “Invoca il Signore nella notte con lacrime e nessuno si accorga che stai pregando, e troverai grazia”. Qui il richiamo alle lacrime è fondamentale perché le lacrime sono l’espressione di un passaggio da una tristezza negativa ad una tristezza secondo Dio.

Ci sono due tipi di tristezza. Uno può essere veramente scoraggiato, senza speranza, nella depressione più nera, oppure triste perché consapevole dei propri limiti ma fiducioso al massimo della misericordia e dell’amore di Dio. Le lacrime segnano questo passaggio da una tristezza senza Dio a una tristezza secondo Dio. E’ la famosa contrizione del cuore, che è un’esperienza spirituale fortissima.

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