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La legge sul biotestamento? Ecco cosa non funziona secondo il mondo cattolico

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia Italia - pubblicato il 14/12/17

Al di là del dibattito, dei ricorsi al Concordato, di che sia giusto o meno decidere l’idratazione di un malato in stato vegetativo o terminale – e visto che ormai la legge è stata votata e diventerà operativa – cerchiamo almeno di coglierne il senso più autentico di essa. Perchè chiunque, un domani, potrebbe trovarsi nella condizione di dover decidere sulla propria sorte.

Accettabile se è corretto il rapporto medico-paziente

Il professore Adriano Pessina, Ordinario di Filosofia Morale e Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, contattato da Aleteia, pensa che la norma debba essere compresa correttamente per aprire una nuova pagina della bioetica. In sè la legge non è da bocciare, a patto che l’interpretazione del rapporto tra paziente e medico vada nella giusta direzione. Vediamo come.

«La legge sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento dovrebbe essere letta a partire da quelli che sono i caposaldi espressi nei comma 1 e 2 dell’articolo 1, dove si richiama sia la “tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione”, sia la “promozione e valorizzazione della relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico”».

Se questi sono i caposaldi della legge, prosegue Pessina, «allora tutta la questione, ritenuta centrale, del rifiuto o della rinuncia ai trattamenti, può essere letta e valutata senza drammatizzazione e senza allinearsi a quanti temono, o auspicano, che questa legge si trasformi nell’anticamera dell’eutanasia. Se si attua il comma 8 del primo articolo, che stabilisce che “il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”, si può pensare che i conflitti decisionali possano essere risolti entrando in merito alle situazioni concrete e personali».




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Se il conflitto non si risolve?

Laddove questo conflitto non si risolvesse, «è logico e moralmente giusto che la parola ultima spetti ad un paziente che si ritiene capace di comprendere il senso della propria decisione: la legge conferma questa impostazione. Ma non va sottovalutato il fatto che, qualora si debba decidere per conto di un minore o di un incapace, la legge prescrive che si deve avere “come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita” della persona nel “pieno rispetto della sua dignità” (art. 3 comma 2 e 3)».

Lo stesso discorso, conclude Pessina, «va fatto per le direttive anticipate: chi lo desidera potrà fornire indicazioni di trattamento sapendo che il medico le rispetterà se saranno congrue con la sua reale situazione clinica».


EUTANASIA DOLORE DEPRESSIONE

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Cosa può diventare la legge

Questa legge, chiosa il bioeticista, «può diventare uno strumento burocratico e il consenso informato un “pezzo di carta” da firmare per tutelare un contratto sanitario, oppure l’occasione per un processo di cura e di relazioni personali e cliniche costruito sulla consapevolezza di diritti e doveri che si inscrivono in quella risposta ai bisogni umani che affiorano nel tempo della malattia».

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biotestamentocattolicieutanasialeggesenato
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