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La legge sul biotestamento? Ecco cosa non funziona secondo il mondo cattolico

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia Italia - pubblicato il 14/12/17

Perchè non dare al medico la facoltà di scegliere?

L’Aris, l’Associazione degli ospedali cattolici, è pronta ad impugnare il Concordato. Due le situazioni di maggiore criticità secondo gli ospedali cattolici. «La prima concerne la preoccupazione che la relazione di cura non venga ridotta a una mera presa d’atto della volontà del paziente, senza che vi sia una effettiva interazione in un contesto comunicativo adeguato alla situazione specifica. È necessario evitare che la responsabilità etica del medico venga schiacciata dalla volontà del paziente».

La seconda osservazione concerne «l’obbligo cui sembrerebbero tenute anche le strutture ospedaliere di enti ecclesiastici in ordine alla sospensione – non giustificata da motivi clinici – di prestazioni sanitarie, incompatibile con consolidati princìpi etico-antropologici alla base dell’identità stessa delle nostre strutture. Quindi in presenza di richiesta di sospensione di idratazione e alimentazione artificiali non giustificata da adeguate motivazioni cliniche e che risulti pertanto in conflitto con i princìpi etici cui gli enti cattolici si ispirano, dovrebbe essere data facoltà di non seguire le disposizioni, eventualmente proponendo il trasferimento a un’altra struttura».




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Appellarsi al Concordato

Una base giuridica per invocare un’eccezione, secondo l’Aris, è il Concordato.

L’articolo 7 comma 3 della legge 20 maggio 1985 che lo regolamenta riprende esattamente e integralmente l’ articolo 7 della revisione concordataria, il cui comma 3 recita: «Agli effetti tributari gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto, come pure le attività dirette a tali scopi, sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione. Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime» (Avvenire, 12 dicembre).

La questione nutrizione e idratazione artificiale

Secondo il Comitato Bioetico della Rivista cattolica Aggiornamenti Sociali, la legge sul Biotestamento evita derive di eutanasia.

Una questione controversa, che prova a sciogliere positivamente il Comitato, riguarda la nutrizione e idratazione artificiali (NIA), che il progetto di legge, come abbiamo detto, include fra i trattamenti che possono essere rifiutati nelle DAT o nella pianificazione anticipata. «Nella riflessione cattolica,  si è spesso affermato che questi mezzi sono sempre doverosi; in realtà, la NIA è un intervento medico e tecnico e come tale non sfugge al giudizio di proporzionalità».

«Né si può escludere – prosegue il Comitato – che talvolta essa non sia più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze. Il primo caso può verificarsi nella malattia oncologica terminale; il secondo in uno stato vegetativo che si prolunga indefinitamente, qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile. Poiché non si può escludere che in casi come questi la NIA divenga un trattamento sproporzionato, la sua inclusione fra i trattamenti rifiutabili è corretta.




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Ma l’Accademia per la Vita ha una linea diversa

La pensa diversamente Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita. Nel corso di un incontro dell’Antea Associazione Onlus ha ribadito con forza che «soprattutto, anche qualora le terapie attive si rivelassero oramai inefficaci o sproporzionate, si dovrà comunque sempre continuare a prendersi cura del malato, attraverso l’adeguata palliazione dei sintomi e l’attenzione alla sua persona e a i suoi bisogni attraverso la cura della nutrizione, dell’idratazione e dell’igiene». Insomma, il malato «deve restare vivo fino alla morte, e non morire socialmente prima che biologicamente».

E «di fronte alle derive eutanasiche di oggi», la Chiesa «spinge a continuare ad aiutare il malato nel momento in cui la morte si approssima. Insomma, una cosa è aiutare a morire e altra cosa farlo morire. La vera dignità è quella che prova la persona fragile, malata, quando viene curata con delicatezza, tatto e accompagnata con affetto e generosa attenzione».

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