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Lo svezzamento: cosa c'è da sapere

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Ospedale Bambino Gesù - pubblicato il 12/12/17

"Ecco che arriva l'aeroplanino": il divezzamento e i suoi perché

Il divezzamento, più propriamente detto alimentazione complementare, consiste nella introduzione nella dieta del lattante di alimenti nuovi (complementary food), ma anche in una diversa modalità di assunzione dei pasti: si integra la alimentazione al seno o con il biberon con i pasti con il cucchiaino. Questo tappa della vita del bambino rappresenta una vera rivoluzione e richiede pazienza e consapevolezza.

Perché divezzare?

La necessità del divezzamento nasce intorno al 6° mese di vita in quanto in questa epoca il latte materno è insufficiente per soddisfare le richieste fisiologiche di macro e micronutrienti del bambino in crescita, soprattutto relativamente all’apporto energetico, di ferro, di zinco e di vitamine liposolubili come A e D. Diventa dunque determinante il supporto dato dall’introduzione graduale dei nuovi alimenti. Ma, a ben vedere, il divezzamento risponde anche ad una motivazione più profonda di graduale autonomizzazione del piccolo nei confronti della figura materna.




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Il momento adeguato per divezzare

Di fatto non esiste un periodo preciso per divezzare, ma dipende piuttosto da alcuni requisiti di base, quali un adeguato sviluppo neuro-fisiologico e anatomo-funzionale e la presenza di un interesse verso alimenti diversi dal latte. La Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione pediatrica (ESPGHAN) e la Accademia Americana di Pediatria (AAP) sono concordi nel ritenere il periodo tra il 4° e il 6° mese di età come il migliore per iniziare l’alimentazione complementare. Nel caso in cui il bambino è allattato al seno, potrà continuare a usufruire dei benefici del latte materno mentre l’alimentazione complementare garantirà contestualmente un adeguato programma di arricchimento dietetico. Divezzare prima del 4° mese potrebbe esporre il bambino a un eccessivo apporto calorico; al contrario, divezzare dopo il 6° mese potrebbe esporre il bambino a un deficit di apporto calorico, a un rallentamento dell’accrescimento staturo-ponderale e potrebbe rendere più difficile l’accettazione di nuovi sapori.

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Lo svezzamento: un investimento per il futuro del bambino

Alla luce delle più recenti acquisizioni su come i meccanismi dietetici modulano l’espressione genetica (epigenetica), gli esperti si stanno interrogando sull’impatto del divezzamento sullo stato di salute futura del bambino e sullo sviluppo dell’immuno-tolleranza. Alcuni studi segnalano come nei paesi industrializzati un’eccessiva assunzione di proteine nel primo anno di vita possa comportare, tramite un incremento di secrezione dell’IGF1 (l’ormone prodotto dal fegato sotto l’influenza dell’ormone della crescita), un aumento delle cellule del tessuto adiposo (adipociti). Quindi, nel caso in cui l’eccesso proteico e calorico si protragga fino al 5° anno di età, può verificarsi un aumento del rischio di obesità. Inoltre, in passato si associava l’esposizione precoce agli alimenti (prima del 4° mese di vita) a un potenziale rischio di sviluppare allergie. Attualmente, invece, si sta diffondendo un concetto pressoché opposto, ossia quello di tolleranza orale secondo cui il periodo tra il 4° e il 6° mese di vita sarebbe il momento migliore per l’introduzione di nuovi cibi proprio al fine di stimolare la tolleranza agli alimenti.

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Lo spartiacque del 6° mese

Il 6° mese è una sorta di spartiacque nella storia nutrizionale del lattante: in questo periodo, l’apparato gastrointestinale raggiunge la piena maturazione funzionale dal punto di vista enzimatico e immunologico. Inoltre, è proprio al 6° mese che si verifica la “chiusura” delle giunzioni tra le cellule contigue della mucosa intestinale e con essa una riduzione della permeabilità intestinale e una diminuzione del rischio di sensibilizzazione allergica verso gli alimenti. In merito al rischio di sviluppo di celiachia, rischio complessivamente legato a fattori genetici, immunologici e ambientali, gli studi più recenti ci dicono che né l’età né la quantità di glutine hanno un peso. Per tale motivo, gli alimenti che contengono glutine possono essere introdotti in qualsiasi momento dopo il 6° mese di vita.

Diamo i numeri

La crescita del neonato è indirettamente proporzionale al numero di pasti che deve assumere. In altre parole, maggiore è l’età del bambino, minore è il numero di pasti che deve consumare. All’inizio del 6° mese i pasti dovrebbero essere 5 o 6. Lo svezzamento inizia, pertanto, con la sostituzione di uno di questi pasti con la prima pappa. Dopo circa 1-2 mesi le pappe saranno 2 e i pasti di latte 3 o 4. Ma lo svezzamento non obbedisce a regole matematiche: spesso è proprio il bambino a sapere quanti pasti fare!




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Attenzione all’apporto calorico

Per quanto riguarda gli apporti calorici, il fabbisogno energetico necessario è compreso tra 70 e 75 calorie/Kg di peso corporeo suddiviso tra i diversi macronutrienti: proteine, lipidi e carboidrati. Le recenti indicazioni dei LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana) ci dicono che l’apporto maggiore deve provenire da carboidrati e grassi (rispettivamente il 43 e il 40%) e solo il 7-8% deve essere introdotto sotto forma di proteine. Sono necessarie, inoltre, alcune precauzioni su come distribuire correttamente i nutrienti. Un occhio di riguardo va dedicato alla quota proteica. Nella vita di tutti i giorni, l’esigua quantità di proteine raccomandata dai nuovi LARN si scontra facilmente con la possibilità di scelta degli alimenti tipici del secondo semestre. Una strategia, dunque, per contenere l’eccesso proteico è quella di proseguire con l’allattamento al seno o il consumo di latte di formula (postdatando al primo anno d’età l’introduzione del latte vaccino, che ha un alto contenuto di proteine e di sali). Occorre inoltre limitare la razione proteica prevista per il pranzo e/o la cena.

Il numero dei pasti per l’età

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L’energia del latte materno

Fabbisogno energetico (kcal/die) ed energia fornita dal latte materno

Il grafico rappresenta l’apporto energetico derivato dal latte materno (LM) nel bambino nei primi due anni di vita (1-23 mesi). In rosso si evidenzia il fabbisogno energetico non soddisfatto dal LM che andrebbe dunque compensato con gli alimenti dello svezzamento.

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Fabbisogno di ferro (mg/die) e apporto garantito dal latte materno e dai depositi presenti alla nascita

Il grafico rappresenta l’apporto di ferro derivato dal latte materno (LM) e dai depositi presenti alla nascita nel corso dei primi mesi di vita del bambino. Come si evidenzia, sebbene il LM sia povero di ferro, il neonato nasce già con depositi di ferro sufficienti a compensare tale carenza per almeno 5 mesi.

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