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Natale perseguitato: 6 Paesi in cui per il Bambino Gesù è “proibito nascere”

Aleteia Brasil - pubblicato il 12/12/17

2 – Somalia

Poco dopo il divieto del Natale annunciato dal sultano del Brunei, la Somalia ha deciso di seguire l’“esempio” e ha decretato che sia il Natale che i festeggiamenti per l’anno nuovo “minacciano la fede musulmana”. In entrambe le date, quindi, sono proibite le celebrazioni nel Paese, uno dei più devastati del pianeta per decenni di caos istituzionale, guerra civile, terrorismo e fame a livelli che superano l’immaginazione.

Lo sceicco Mohamed Khayrow, del Ministero per le Questioni Religiose, ha dichiarato nel dicembre 2015 che “tutti gli eventi collegati [a queste celebrazioni] sono contrari alla cultura islamica”. Lo sceicco Nur Barud Gurhan, del Consiglio Religioso Supremo della Somalia, ha messo in guardia contro il rischio di attentati terroristici da parte del gruppo fanatico Al-Shabab contro chi celebra il Natale nel Paese. Nel 2014, questa organizzazione terroristica che occupa gran parte del territorio della Somalia ha attaccato la sede dell’Unione Africana a Mogadiscio, capitale del Paese, proprio il giorno di Natale.

La Somalia segue il calendario islamico, a base lunare, in cui l’anno non inizia il 1° gennaio. Per via della persecuzione, praticamente non ci sono più cristiani nel Paese.

3 – Tagikistan

Nel 2013, questo Paese dell’Asia Centrale ha proibito che i canali televisivi trasmettessero un film natalizio russo. Nel 2015 sono stati proibiti gli alberi di Natale e le consegne di regali nelle scuole.

Il Ministero dell’Educazione, che adotta come direttrici i principi islamici, ha decretato il divieto di fuochi artificiali, pranzi di festa, scambi di regali e raccolta di denaro per la celebrazione dell’anno nuovo.

4 – Arabia Saudita

Il Paese è retto da una delle interpretazioni più ristrette e severe della dottrina islamica, la corrente wahhabita. Non sorprende, quindi, che il Natale sia vietato nel Paese, storicamente chiuso ai non musulmani.

È vero che gli ultimi anni hanno portato segnali di apertura da parte di alcuni esponenti della monarchia saudita, ma questo stesso processo si scontra con ampie e radicate resistenze da parte dei settori fondamentalisti.

Rispetto al Natale, un esempio di questo conflitto interno tra tentativi di apertura e reazioni intolleranti si è avuto nel 2015, quando gli ospedali del Governo hanno autorizzato i loro impiegati non islamici a celebrare il Natale in gruppo, ma i chierici sauditi hanno affermato enfaticamente che nessun musulmano poteva salutare i non musulmani nelle occasioni religiose. Lo sceicco Mohammed Al-Oraifi ha dichiarato: “Se loro celebrano la nascita del figlio di Dio e voi fate loro gli auguri, allora state sostenendo la loro fede”, che nell’interpretazione degli wahhabiti è eretico perché il concetto di Trinità (Dio Padre, Figlio e Spirito Santo) equivarrebbe a loro avviso a una sorta di “politeismo”, rifiutato con veemenza dal monoteismo islamico.

Visto che l’influenza del fondamentalismo islamico è molto forte nella vita quotidiana dei sauditi, questo tipo di pressione esercitata dagli esponenti religiosi peggiora la situazione già precaria dei pochi cristiani, quasi tutti stranieri, che vivono nel Paese.

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arabia sauditacinacorea del nordnatalepersecuzione cristianisomalia
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