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Il lato «tragico» del mistero dell’Avvento per i cristiani sinceri e fedeli

© Antoine Mekary / ALETEIA

Thousands of Italian children take a Baby Jesus from their Nativity Scene (for the tradition Bambinelli) to be blessed by Pope Francis during his weekly Sunday Angelus prayer in St. Peter's Square in

Dimensione Speranza - pubblicato il 11/12/17

È qualcosa di « puramente spirituale » questa sua presenza? Se essa è così « spirituale » da non avere assolutamente alcun effetto visibile o sensibile sulla società contemporanea, potremmo benissimo pensare che non ha importanza che i nostri contemporanei se ne interessino o meno. Dobbiamo dunque adottare tale atteggiamento e condannare i nostri contemporanei come pagani in contumacia pronti per il fuoco della Geenna? O invece hanno diritto anch’essi a sollevare tale pericolosa domanda sul nostro conto :  « Siete voi il Regno di Cristo che deve venire, il Principe della pace, il Giusto, il Messia che porterà al mondo diviso unità e pace?

Hanno essi il diritto di vedere in noi un qualche segno della  presenza e dell’azione del Cristo, qualche manifestazione visibile del pneuma? Certo, non hanno tutti i torti di chiedere che gli mostriamo ciò che pretendiamo essere presente in no. E questa pretesa non ci viene da teologie esoteriche e pericolose. Il nostro argomento apologetico preferito, a favore della missione divina del Cristo, è quello della santità della Chiesa. Ma quanto dev’essere evidente questa santità?  Dove,  con  quale frequenza, e quanto incontestabilmente  dev’essere manifesta? È forse sufficiente che solo noi siamo persuasi di essere santi?

Come potremo dare una risposta a queste domande, o anche solo sollevarle, se non capiamo il kenotismo del mistero dell’Avvento? Il Cristo che si è vuotato prendendo forma di servo, morendo sulla croce per noi, ci ha dato la pienezza dei suoi doni e della sua salvezza. Ma egli continua in noi un’esistenza kenotica e nascosta. La pienezza del tempo è il tempo della sua « vacuità » in noi. La pienezza del tempo è il tempo della nostra «vacuità », che attira Cristo» nella nostra vita in modo che in noi e per mezzo nostro egli possa portare al mondo la pienezza della sua verità.

Qui dobbiamo stare molto attenti all’esattezza o meno dei nostri concetti di « pienezza » e di « compimento ». È vero che la gloria e la presenza del Cristo sono traboccate qualche volta in modo visibile non solo in carismi di ordine spirituale, ma anche in quello che potremmo chiamare il carisma della cultura e le forme spirituali della civiltà. Ma, evidentemente, questo « carisma » è tutt’al più metaforico o analogo, poiché implica il « battesimo » di forme che sono molto limitate nel tempo e geograficamente. Più noi siamo « pieni » di questo « compimento », e più identifichiamo il contenuto di una fiorente cultura con il volto del Kyrios glorificato, più tendevamo a essere delusi dalla proiezione di noi stessi e dalla realizzazione dei nostri desideri, e maggiore è il pericolo che il nostro cristianesimo diventi una vuota « vanteria » agli occhi di Dio.

In tal caso l’Avvento del Signore non chiede né più né meno che un ritorno al « vuoto » della fede. Può anche significare una distruzione del falso simulacro che abbiamo innalzato in onore del nostro operato oppure che, innalzato in onore di Dio, a poco a poco è divenuto sempre meno degno di lui.

Se il Signore desidera vivere in noi il suo svuotamento, la sua kenosis, è improbabile che tolleri in noi la pienezza e l’autocompiacimento dell’arroganza collettiva. Su chi si poserà il suo Spirito se non sull’umile e sul povero? Ciò non significa che un orgoglio occasionale o anche diffuso possa gettare dubbi validi sulla verità della Chiesa, ma significa certamente che la forza e la santità della Chiesa non sono, in quel momento, dove si suppone e si pretende che siano.

Può accadere realmente che i cristiani migliori si trovino proprio fra coloro che per un motivo o per un altro si reputano cattivi cristiani. Anche questo può far parte del mistero dell’Avvento e deve ricordarci le vie di Cristo, come dicono i Vangeli : egli è venuto più prontamente e più volentieri per coloro che avevano più bisogno di lui, ossia per gli infelici, i peccatori, i disprezzati : per coloro che erano « vuoti ».

I1 mistero dell’Avvento è in tal caso un mistero di vuoto, di povertà, di limitazione. Così deve essere. Altrimenti non potrebbe essere un mistero di speranza. Il mistero dell’Avvento è un mistero iniziale, ma è anche un mistero finale. La pienezza del tempo è la fine di tutto ciò che non era ancora pienezza. È completamento di tutto ciò che era ancora incompleto, di tutto ciò che era ancora parziale. È il compimento nell’unità di tutto ciò che era diviso, frammentario.

Il mistero dell’Avvento nella nostra vita è l’inizio e la fine di tutto ciò che in noi non è ancora Cristo. É l’inizio della fine della irrealtà. E ciò è certamente motivo di gioia. Purtroppo, però, noi siamo troppo avvinghiati alla nostra irrealtà, preferiamo la parte al tutto, continuiamo a essere dei frammenti separati, non vogliamo essere « un sol uomo nel Cristo ».

Teologicamente, per il fatto che il Verbo di Dio ha assunto la natura umana in Cristo, tutta l’umanità è almeno potenzialmente « l’umanità di Cristo » nel senso che ogni natura umana appartiene di diritto, e anzi di fatto, al Cristo. Di qui la terribile verità che una umanità la quale, appartenendo potenzialmente al Cristo, non se ne renda conto, o non sia in grado di apprezzare il significato e la realtà di un mistero così sorprendente, è spiritualmente alienata da lui e si fa a pezzi da sola.

Il corpo di Adamo (« Uomo »), che dovrebbe essere il corpo dell’amore di Dio, è lacerato con odio. Il corpo di Adamo che dovrebbe essere trasfigurato di luce è un corpo di oscurità e di falsità. Ciò che dovrebbe essere una cosa sola nell’amore è diviso in milioni di ostilità frenetiche e assassine. Ma rimane sempre il fatto che Cristo re della pace è venuto nel mondo e lo ha salvato. Egli ha salvato l’uomo, ha stabilito il suo regno, e il suo regno è regno di pace. Inoltre noi siamo il suo regno. Ciò non ci impedisce di desiderare un potere capace di distruggere non le città, non le nazioni, ma l’Uomo. « Sei tu colui che deve venire oppure dobbiamo aspettare un altro? »

Cristo, nel rispondere ai discepoli di Giovanni, diede loro dei segni che secondo la predicazione dei profeti del Vecchio Testamento erano chiare indicazioni che il regno messianico era venuto. Ed erano anche indicazioni che la « pienezza del tempo » era venuta e che il vecchio mondo era finito. Erano quelli gli « ultimi giorni », i giorni del compimento, i giorni della « fine » perchè erano i giorni dell’« inizio ». L’Avvento, per noi, significa accettazione di questo inizio totalmente nuovo. Esso significa esser disposti e pronti ad accettare che l’eternità e il tempo si incontrino non solamente in Cristo ma anche in noi, nell’Uomo, nella nostra vita, nel nostro mondo, nel nostro tempo. Se noi dobbiamo entrare nell’inizio del nuovo, dobbiamo accettare la morte dell’antico. L’inizio è quindi la fine. Dobbiamo accettare la fine prima di poter cominciare. O meglio, per essere fedeli alla complessità della vita, dobbiamo accettare la fine nell’inizio, entrambi assieme.

Il segreto del mistero dell’Avvento è dunque la consapevolezza che io comincio là dove finisco perché Cristo comincia dove io finisco. In parole più povere : Io vivo per Cristo quando muoio per me stesso. Comincio a vivere per Cristo quando arrivo alla « fine » o al « limite » di ciò che mi divide dal mio prossimo : quando cioè sono disposto a passar oltre questa fine, a varcare la frontiera, a diventare uno straniero, a entrare in quella regione sconosciuta che non è il mio « io », dove non respiro più l’aria abituale né odo il frastuono familiare e confortevole della mia città, dove mi trovo solo e senza difesa nel deserto di Dio.

La vittoria di Cristo non è la vittoria della mia città sulla « loro ».

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