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Vorrei diventare sacerdote ma il Signore mi ha messo nella “friendzone”….

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Catholic Link - pubblicato il 05/12/17

6 consigli a chi non è chiamato alla vita consacrata

di Sebastian Campos

Per chi non ha familiarità con il tema, la “friendzone” è un luogo simbolico nel quale vengono inviati coloro che dopo aver corteggiato qualcuno (e anche se c’erano indizi di “qualcosa di più”) si vedono improvvisamente chiudere tutte le possibilità perché l’altra persona li vuole “solo come amici”. Su Internet si scherza molto al riguardo, e chi riesce a raggiungere il proprio obiettivo anche se prima si è visto chiudere la porta in faccia viene considerato quasi un eroe per aver conquistato il cuore dell’amata. In ambito ecclesiale ridiamo quando quella ragazza che si era mostrata aperta alla galanteria e alla conquista ci dice poi “Ti amo con l’amore di Gesù “ o “Ti amo in Cristo” – una frase mortale per ogni innamorato in cui resta chiaro che l’unico affetto a cui si potrebbe aspirare è una relazione fraterna come cristiani e come ci insegna Gesù.

Capita anche sul piano spirituale, soprattutto vocazionale. Lo dico per esperienza, ma anche come testimone di molti amici che dopo aver compiuto un processo di discernimento nella vita consacrata e giornate vocazionali e aver iniziato la formazione in seminari, conventi e case di formazione alla vita consacrata, dopo alcuni mesi o anche anni si rendono conto che Dio li ama, li desidera, ma come laici, non come sposi consacrati alla maniera di sacerdoti e religiose.

È una questione difficile, soprattutto perché spesso non svolgiamo bene il lavoro di accogliere coloro che tornano, che non sempre trovano spazio nelle comunità. Molte volte, vergognandosi della situazione e del pomposo congedo dai propri gruppi e dalle parrocchie, devono tornare alla routine e ripensare alla propria vocazione, ora come laici. Dedichiamo queste righe a loro, che il Signore stesso ha inviato nella “friendzone”, e anche a noi che facciamo parte di comunità in cui nascono vocazioni e tornano alcuni che alla fine non l’avevano, non come manuale, ma come orientamento pastorale e accoglienza amorevole di questa realtà.

1. Sarete sempre degli eletti

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Tutti, laici e consacrati, siamo eletti. Tutti abbiamo una vocazione e tutti siamo amati da Dio, ma spesso la voce di Dio si confonde tra le parole di impulso e incoraggiamento che nascono dal nostro cuore e dai nostri desideri, dagli aneliti delle comunità affinché da loro escano vocazioni e da chi accompagna i processi di discernimento vocazionale, che spesso vede le proprie case di formazione vuote e per via della pressione istituzionale cerca ogni anno nuove vocazioni.

2. Non ci sono domande sciocche, ma sciocchi che non domandano

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Non voglio essere autoreferenziale, ma molti giovani mi si avvicinano perché non sanno se iniziare un processo di discernimento vocazionale. Molti ne sono spaventati, perché sarebbe una “seccatura” se il Signore dicesse loro che li vuole per Sé a tempo pieno, come consacrati. Per evitare il rischio di essere chiamati davvero da Dio, evitano di guardare il cielo e di porre la domanda vocazionale al Creatore. Io esorto sempre tutti a darsi un tempo e uno spazio serio per domande vocazionali dirette con il “Capo”, perché molti danno per scontato di essere stati creati per diventare sposi, spose e avere figli, per essere dei professionisti e formare una bella famiglia. Molti si aprono alla possibilità che qualcuno dei loro figli sia chiamato da Dio alla vita consacrata (anche quando non sono ancora fidanzati e non pensano al matrimonio), ma per loro la questione viene completamente scartata.

È sano porsi delle domande, perché essendo realisti, parlando a livello statistico, Dio chiama la maggior parte dei suoi figli ad essere laici e non consacrati. Se non fosse così saremmo estinti come razza umana. E questo vale per entrambe le facce della moneta: ci sono consacrati che evidentemente avevano la vocazione al matrimonio e mariti e mogli che evidentemente avevano la vocazione alla vita consacrata. Non è emettere un giudizio sulle loro opzioni personali, ma per prevenire possibili errori al momento di prendere decisioni importanti come quella di sposarsi è una buona idea discernere bene, porsi la domanda vocazionale sul serio e non evitarla per paura di ricevere un “Sì” da parte di Dio. Forse non si sono mai posti sul serio la domanda vocazionale e a questo punto è ormai tardi, per cui sono padri e madri mediocri e agenti pastorali con un grande senso di colpa per il fatto di lasciare le proprie famiglie abbandonate mentre svolgono il loro apostolato.

3. La fede è uno spazio per l’errore

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Discernere male è diverso dal commettere un errore. Quando si sbaglia, ciò che si fa è scegliere il male anziché il bene. Quando invece si sta compiendo un discernimento è più complicato, perché tra le opzioni sul tavolo non ci sono cose negative, ma cose buone e cose migliori. Discernere bene non è scegliere tra il bene e il male, perché solo uno sciocco sceglierebbe il male. Discernere è scegliere tra il bene e il meglio, e per questo non è sempre chiaro quanto vorremmo. Se quindi avete fatto la scelta sbagliata, dovete sapere che comunque andate in una buona direzione. Non fa bene cadere nella tentazione di sentirsi dei falliti.

Le nostre comunità di fede devono essere spazi che ci aiutano a discernere e ci accolgono quando non abbiamo azzeccato al cento per cento, perché la vita spirituale tratta di questo – di correre rischi seguendo il Divin Maestro.

4. La vergogna è naturale, ma non deve fermarvi

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È logico che chi ha trascorso alcuni mesi o anni in formazione come religioso si senta poi in difficoltà di fronte al fatto di dover tornare alla vita di prima, soprattutto quando in tutte le Messe si pregava per la sua vocazione e anche l’ultima vecchietta della parrocchia sapeva tutto di lui/lei e aspettava con ansia il momento dell’ordinazione o dei voti. Questa pressione è spesso la ragione che fa sì che alcuni restino più tempo, rimandando l’inevitabile. È da coraggiosi riconoscere quando non si è fatto un buon discernimento, quando alla luce della preghiera e dei consigli dei più grandi si decide di tornare a casa, riprendere la vita di prima e riprogettarsi la vocazione. Anche se la vergogna è un sentimento che affiora in modo incontrollato, cercate di far sì che non si impadronisca di voi e non vi tenga isolati, lontani da tutti, facendovi vivere la vostra fede come esperienza solitaria.

5. La chiamata universale alla santità

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Siamo tutti chiamati ad essere santi, ma il modo in cui si vive questa santità è un’altra cosa. Forse la confusione si verifica perché la maggior parte dei santi che conosciamo sono consacrati, sacerdoti e religiose che hanno fondato congregazioni e ordini presenti in tutto il mondo e la cui eredità spirituale è stata una grande benedizione per la Chiesa. È invece meno frequente trovare immagini di santi con il volto di un professore, di una mamma o di un meccanico, ma il fatto che statisticamente non siano molto comuni non vuol dire che non esistano. Nel nostro cammino spirituale di laici impegnati nella Chiesa abbiamo le stesse – se non più – possibilità di raggiungere la santità facendo ciò che ci spetta, quello che il Signore ci ha affidato, sempre che lo facciamo con amore, con fede, mano nella mano con la Chiesa e cercando la volontà di Dio.

6. Tutte le vocazioni sono oggetto di discernimento

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Ho visto alcuni amici, anche fidanzati, che mentre vivevano quella relazione si sono sentiti chiamati da Dio e oggi sono in cammino di formazione alla vita consacrata. Il fatto di aver incontrato la persona che si pensa sia quella giusta non è necessariamente un segno inequivocabile della vocazione al matrimonio e alla famiglia. È certamente difficile dover dire al/alla proprio/a fidanzato/a “Amore, questo fine settimana non ci vedremo perché vado a una giornata vocazionale”. Suona quasi come se ci si vedesse con un/a altro/a (anche se in questo caso l’altro è Gesù).

Per questo è importante discernere tutto, non dare nulla per scontato, perché la vocazione di essere laici non è un ripiego o perché non si è stati scelti per qualcosa di meglio, ma una vocazione come tutte, in cui ci si sente chiamati a una missione in particolare e nella quale il Signore ci chiede di offrire la vita in modo totale, rinunciando a tutto e abbracciando Lui come centro della propria vita.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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