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© SimonaR

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BenEssere - pubblicato il 05/12/17

Non vergognarsi mai

A volte, capita che si provi imbarazzo per quel genitore, o quel nonno, che non vuole più uscire di casa, che si trascina col pigiama e magari non ha neppure voglia di lavarsi.

«Spesso ci infastidisce vedere che una persona a cui vogliamo bene si lasci andare, trascorra gran parte della sua giornata a letto senza fare nulla», ammette Giobbio, «ma dobbiamo essere consapevoli che questo comportamento non è sotto il suo controllo, ed è ulteriormente compromesso dal senso di inutilità e dalla convinzione di una vera impossibilità al cambiamento, idee tipiche del soggetto depresso».

L’attenzione al proprio aspetto fisico, alla cura della propria persona al modo di presentarci agli altri perde di significato. Altro sintomo spesso presente è rappresentato dall’anedonia, ovvero l’incapacità di provare piacere nelle attività quotidiane. «Gli impegni e gli interessi che prima erano motivo di soddisfazione », spiega ancora lo psichiatra, «quali hobby, passioni sportive o artistiche destano ora soltanto indifferenza e fatica nella loro realizzazione.

Da qui, l’invito nelle fasi più critiche della malattia a non forzare il paziente a svolgere attività, ma accompagnarlo in ciò che gli è possibile fare.  Perché il soggetto depresso vive in una condizione di perenne “rallentamento”, che riguarda sia gli aspetti fisici (il passo è incerto, muoversi è faticoso), sia quelli psichici (il pensiero si sviluppa con difficoltà, diventa monotematico, la concentrazione e l’attenzione diminuiscono…).


SACERDOTE SUICIDIO DEPRESSIONE

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Ma non è tutto: si osservano alterazioni della sfera endocrino-metabolica; chi è depresso «perde peso, non ha più fame, i capelli diventano più radi, ingrigiti, la libido si riduce, il sonno è popolato da incubi, il risveglio è carico di ansia». La giornata appare monotona e faticosa: «Si fa strada il sentimento dell’inutilità della vita e, nei casi più gravi, il suicidio appare come l’unica via di uscita; anche per questo, non bisogna vergognarsi di avere un genitore malato, ma occorre dare spazio alla sofferenza e favorire la possibilità per il malato di comunicare il proprio disagio senza giudicare troppo frettolosamente».

Non forzare

In presenza di sintomi depressivi che durano da oltre una settimana e in assenza di evidenti fattori scatenanti, occorre rivolgersi al medico per una corretta diagnosi e un’adeguata terapia psicologica e farmacologica. «Molto importante, però, è l’approccio dei familiari», rimarca lo psichiatra.

«Chi è depresso vive la realtà con distacco. È come se fosse uno spettatore che guarda da lontano la vita propria e dei propri cari, senza potervi partecipare: paradossalmente, il tentativo di coinvolgere il paziente in situazioni gioiose sortisce l’effetto opposto, facendolo sentire ancora più estraneo, alieno».

Di questo si deve tener conto quando si tenta di riattivare il genitore affetto da depressione: spesso, in buona fede, si cerca di coinvolgerlo in un gran numero di iniziative, come inviti tra amici, cene, uscite mondane, quasi che la depressione potesse essere curata attraverso la trasmissione di energia e vitalità.

«Tutto questo per il malato rischia di avere l’effetto opposto, facendolo sentire ancora più estraneo e in colpa, accentuando il suo senso di svalutazione. Osservando tutti gli sforzi compiuti per lui e l’inefficacia degli stessi, si convince sempre di più di essere un peso per i propri familiari». Così, tutte le nostre migliori intenzioni risultano inutili, se non addirittura dannose o controproducenti.

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depressione
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