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Siamo sicuri che i figli non si facciano per via della crisi economica?

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Elisa Calessi - pubblicato il 04/12/17

Mentre noi ancora tendiamo a pensare che tutto si spieghi così. Come se l’uomo fosse fatto solo di pancia da riempire. Gliela riempi, problema risolto. Gli dai un posto, un salario, sta bene. Gli dai il bonus bebè o il posto all’asilo nido, fa un figlio.

E invece no. Non succede. Perché 2 + 2, quando c’è di mezzo quella macchina strana che è la persona, non fa 4. Per una ragione tanto evidente, quanto trascurata: l’uomo è più di animale.  Non gli  basta sfamarsi. Non gli basta essere assunto da Amazon per stare bene. Una volta si diceva: l’uomo è fatto di anima e corpo, di spirito e materia.

Perché, allora, non si fanno figli? Perché per farli bisogna avere un’idea positiva del futuro e del presente. Positiva e diversa da quello che tutti ci dicono essere giusta. Perché bisogna essere in due e non solo nell’atto del concepimento, ma anche dopo. Notate che tutte le analisi sulla denatalità parlano sempre e solo delle donne: come conciliare lavoro e famiglia, come essere madri e lavoratrici.

Il padre è totalmente assente, come non c’entrasse nulla.  Invece il figlio non è roba della madre. Dovrebbe fare parte di un progetto, di un impegno. Ma chi se la sente più? Perché per fare un figlio (per non dire due o  tre), bisogna pensare che la felicità non dipende dal valore che la società mi dà,  misurabile in carriera, soldi, successi, relazioni utili. Perché per fare un figlio devi accettare dei sacrifici e pensare che farli non è da sfigati, ma è una via per stare bene,  meglio.




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Perché bisogna avere un’idea del benessere che non è quella della Spa e dell’happy hour (a meno che non sei molto benestante e puoi disporre di tata fissa). Perché fare un figlio vuol dire fare spazio a un altro. Mettere un altro essere davanti a te. Per sempre.

Solo che tutti, dall’asilo alla pensione, ci dicono che farlo è da sfigati. Che bisogna mettere se stessi, sempre, davanti tutto. Guai a  non  farlo. E che l’amore a due non c’entra niente con un figlio. Anzi, il figlio mina l’amore dei fremiti, quello del whatsapp compulsivo (l’amore romantico).

Se non lo fai, se rinunci a questo per un figlio, sei un matto, un fallito, un poveraccio. E allora perché dovrei essere uno sfigato, facendo spazio a un essere che ha bisogno di me e riduce il tempo a mia disposizione?  Insomma, fare un figlio implica una visione di se stessi, della vita, del lavoro, della vita in due, dell’amore tra uomo e donna che in questo mondo è combattuta tenacemente, con tutti i mezzi e dappertutto. Questo è il problema, non (solo) i soldi.

I ragazzi se ne vanno, nonostante la crisi stia passando. Perché per progettare la propria vita, il proprio futuro, in un Paese, servono tante condizioni. Bisogna pensare che l’ambiente in cui si vive favorisce la sfida, la scommessa, è aperto a chi ci prova. Bisogna avere uno Stato che non deprime, ma aiuta un giovane a mettersi in gioco. Fiscalmente, burocraticamente, socialmente. Bisogna avere città dove andare al lavoro (dico solo “andare”) è facile, agevole, non un’impresa eroica. Bisogna vivere in comunità che non ti fanno sentire solo contro il mondo. Bisogna uscire di casa e avere un tessuto sociale, economico, pubblico che favorisce, non deprime, il senso di avere opportunità. Il contrario del nostro Paese, dove tutto grida il contrario.

Anche io, se avessi vent’anni, me ne andrei. Perché nulla, qui, ti dà l’idea che puoi metterti in gioco. E non bastano i nuovi posti di lavoro, buoni per carità, a invertire questa incrostazione. Non basta a combattere l’idea che tanto prima o poi arriva la fregatura. Sì, ti danno un posto di lavoro. Ma a Partita Iva (falsa). E magari fra un anno, bye bye. Sono i contratti in somministrazione, la nuova luccicante schiavitù.




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Anche qui, l’Istat non spiega tutto.

Insomma, per lavorare e fare figli non basta che l’economia giri.  Non basta che il Pil cresca. Non bastano nuovi posti di lavoro. Bisogna capire quale economia, che posti di lavoro. Quando si capirà, quando sarà messo a tema il nodo vero, cioè la visione culturale che muove le scelte dell’uomo e la qualità della vita delle persone, allora non si troverà la soluzione ma, forse, si prenderanno meno abbagli.

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Tags:
crisi demograficaistatsperanza
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