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Prendersi cura: una sfida impossibile in Italia?

Facebook/RAI

RAI3 "I DIECI COMANDAMENTI" di Domenico Iannacone | terzo appuntamento con ?LA CURA? domenica 3 dicembre ore 20.30

Lucandrea Massaro - Aleteia Italia - pubblicato il 04/12/17

Un bellissimo squarcio della tv pubblica sulle persone Down, ma anche un chiaro esempio di distanza tra esigenze reali e aiuto da parte dello Stato

La puntata di ieri 3 dicembre (tra l’altro Giornata Internazionale Persone con disabilità) dei “Dieci Comandamenti” su Rai Tre lanciava una sfida impegnativa per il nostro senso comune, per le cose che siamo abituati a dire e a sentire, già da questo video condiviso sui social che parla di Pierpaolo un uomo di 52 anni con sindrome di Down che ha deciso di prendersi cura di sua mamma, 92 anni e malata di Alzheimer, si capisce che siamo di fronte ad una storia straordinaria.

La scelta del conduttore del programma, Domenico Iannaccone, ci aiuta a riallinearci, è una storia molto positiva come si può vedere dalle parole accorate degli spettatori sempre sulla pagina del programma su Facebook.

Ma dopo la puntata cosa resta? Dopo le emozioni (sacrosante!) e dopo la soddisfazione di vedere smontato uno dopo l’altro gli stereotipi sulle persone Down, resta una domanda inevasa: che fine faranno?

Non c’è spazio per la disabilità in Italia

Siamo un paese che ha smesso di avere cura della sua parte più debole che solo con fatica trova la forza per leggi utili come la “Dopo di noi“, ma che in generale per le famiglie che hanno bisogni speciali fa poco o nulla. In realtà fa poco per le famiglie punto, e siamo sempre lì in qualche misura. E non è colpa di questo o quel governo ma di un po’ tutta la politica se siamo arrivati ad essere uno dei paesi che spende meno in assoluto e in percentuale sul PIL per le famiglie, per la cura.

Il nostro Paese è penultimo per la voce “Famiglia, maternità e infanzia” con il 4,8% (la media europea è l’8%). Tradotto: 1,4 del PIL (dato Istat 2014)

Vivono in Italia oltre 3 milioni di persone con gravi disabilità. Di queste solo un milione e centomila fruiscono di indennità di accompagnamento. Oltre 200 mila adulti vivono ancora in istituto o in RSA e quindi in situazioni potenzialmente segreganti: a loro viene impedito di scegliere dove, come e con chi vivere. Molte altre persone sono segregate in casa, assieme alle loro famiglie a causa dell’assenza di supporti, di sostegni, di opportunità.Tutto è demandato agli sforzi delle famiglie stesse quando la vecchiaia avanza e l’autosufficienza degli anziani si fa avanti: figli, nuore, chi può chiama il badante, ma dalla collettività ben poco salvo rari casi per lo più grazie a poche buone amministrazioni locali e sempre con un enorme divario tra Nord e Sud (Vita, 2 dicembre 2015).

FISH

Ecco allora uno dei tanti problemi che la famiglia risolve senza l’aiuto dello Stato, ma che un aiuto meriterebbe eccome perché parliamo di 3 milioni e mezzo di persone che a vario titolo e gravità sono impossibilitai a vivere una vita normale e che hanno esigenze speciali per vivere, per muoversi, per dialogare con il prossimo.

Commuoversi fa bene, cambiare la percezione è quello che deve fare il buon giornalismo come quello di Iannaccone, ma poi dobbiamo tutti pretendere di più, le famiglie a maggior ragione quelle con al loro interno delle fragilità (anzianità, disabilità) hanno diritto a qualcosa di più, la “cultura dello scarto” – come dice Papa Francesco – è anche questa indifferenza ai bisogni e ai dolori altri.

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