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Perché i cattolici non solo possono, ma dovrebbero criticare

Tara Moore/Getty Images
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Winifred Corrigan

Uno dei grandi scrittori cattolici del secolo scorso, G.K. Chesterton, ha versato una quantità d’inchiostro eguagliata difficilmente prima e anche dopo, scrivendo romanzi, biografie, saggi, editoriali, libri di filosofia e apologetica e molto altro. Alcuni si esasperano leggendo Chesterton, desiderando che arrivi al punto piuttosto che fare tanti giri di parole, a volte non giungendo mai al dunque.

Ma un giorno ha scritto qualcosa di molto breve.

La storia dice che Chesterton scrisse una risposta insolitamente breve all’inchiesta editoriale del quotidiano The Times di Londra “Cos’è che non va nel mondo oggi?”:

Gentile Signore, circa il suo articolo “Cos’è che non va nel mondo?”

Io.

Sinceramente, G.K. Chesterton

Chesterton era un uomo allegro e arguto, ma era anche molto critico nei confronti dei tanti errori che vedeva intorno a sé. Il punto è che la frase di Chesterton dice una profonda verità. Quest’uomo profondamente critico nei confronti del mondo ammetteva che i problemi mondiali trovavano origine nel suo cuore.

Penso che i non cattolici, e in particolare gli atei e perfino gli agnostici, si irritino con i cattolici critici perché non capiscono cosa c’è al cuore della visione del mondo cattolica: “per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”.

1. Il cardine fondamentale e necessario della “critica cattolica” è l’autocritica

Ci sono cattolici arroganti che non ammettono mai di avere torto? Che non riconoscono mai il proprio fallimento? Sì, è ovvio. Ma i “cattivi cattolici” non fanno abbandonare il punto chiave. La fede cattolica è costruita sull’ovvietà delle inclinazioni ferite e peccaminose dell’uomo per via della caduta e del Peccato Originale. Questa onestà personale diventa la lente critica attraverso la quale un uomo o una donna maturo e pensante può e quindi dovrebbe guardare il mondo.

Si potrebbe riassumere il cristianesimo come un sistema di guarigione profondamente realistico (seppur soprannaturale), ma questo non decolla nemmeno senza l’ammissione a priori che sono ferito/peccatore/malato, e quindi ho bisogno di guarigione.

Non sto suggerendo che dovremmo improvvisamente disprezzarci e disperare per via della nostra depravazione. Anche questo è un grave errore, e se conoscete Chesterton sapete che era gioioso e riusciva ancora a godersi la vita. È molto importante non non diventare pieni di senso di colpa e disprezzo di sé.

Come Chesterton, ammetto gioiosamente di essere quello che è sbagliato nel mondo. Non sono fiero dei miei peccati, ma gioisco nella Chiesa che Gesù mi ha dato come mezzo di autocorrezione quotidiana, con l’aiuto primario e necessario della Sua grazia.

2. Il fatto che sbagliamo non significa che non ci venga permesso di riconoscere gli errori al di là di noi stessi

Dio ci ha dato la capacità critica – l’insondabile mente umana – perché la usassimo! Il professore di Matematica è cattivo quando segna con una X rossa l’equazione sbagliata di un allievo? La mamma è cattiva quando tira indietro il figlio per sottrarlo al traffico che scorre? Non li accusiamo mai di essere rigidi critici. Il peccato, però, è molto più primordiale – va al cuore. È più difficile parlarne, ed è molto pericoloso da diagnosticare obiettivamente al di là del nostro cuore. L’errore è diverso dal peccato, e può essere etichettato e combattuto in modo oggettivo.

Sì, siete ipocriti se affermate di essere perfetti e allo stesso tempo criticate tutto e tutti intorno a voi, il che è motivo per cui Gesù rimproverava spesso i farisei. Ma Egli non ci chiede mai di non pensare. Non è ipocrisia che i cattolici siano chiamati ad ammonire i peccatori e allo stesso tempo ad ammonire se stessi (peccatori). Il peccatore pubblico e scandaloso non è ovviamente quello che deve dare lezioni agli altri, ma l’estensione logica non è il silenzio nella sfera pubblica finché non si è perfetti. Solo Gesù era innocente. Solo sua Madre è stata preservata dal peccato.

3. Estrapoliamo il fallimento più ampio o esterno dai nostri errori e viceversa

È il riconoscimento del nostro fallimento che ci offre la base per dire “Anche quest’altra cosa è sbagliata”, e per analizzare come influenza il nostro fallimento o vedere come ferisce le persone che ci circondano e che amiamo.

Sono io che non vado bene nel mondo, ma sono naturalmente e necessariamente in un mondo, non nel vuoto. Vedendo la realtà delle cose nel mio ambiente, faccio ogni giorno delle scelte per conformarmi alla realtà del mio ambiente (nella misura in cui sono positive) o scelgo di rifiutarle (se sono negative). Ciò richiede giudizio. Come alleno la mia lente a vedere ciò che positivo e negativo nel mio cuore, riesco a fare lo stesso anche nel mio sguardo esterno – guardando il mondo e guardando me stesso sulla base del mio giudizio del mondo. Un ciclo di feedback, con Dio come standard di riferimento per il bene.

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