«Dio ci dà la massima libertà e una altrettanto grande responsabilità: essere i protagonisti dei nostri sogni».
di Laura Bellomi
Devo perché posso. Per Simone Moro non è solo il titolo dell’ultimo successo editoriale, ma è il motto di una vita. «Devo perdonare perché posso perdonare, devo credere alle imprese perché posso farcela», dice l’alpinista, fra i più noti al mondo.
Simone Moro, «devo perché posso» sembra un imperativo morale. Per lei quale significato ha?
«Mi ispiro a santa Teresa di Calcutta e al suo la “felicità è un percorso, non una destinazione”. Spesso nella vita ci costruiamo degli alibi: non sono ricco, non ho raccomandazioni, non ho l’età. Io invece penso che ogni giorno ci si debba mettere in cammino per raggiungere i propri obiettivi. Poi non sempre si ottiene il risultato, io stesso riesco a portare a termine una spedizione su tre. Mi chiamo Simone: mi rassicura pensare che anche Simon Pietro ha sbagliato parecchio… eppure Dio gli ha affidato le chiavi del Paradiso».
Cosa sognava da bambino?
«Di diventare alpinista! I miei genitori ci portavano in campeggio sulle Dolomiti. Andavamo a funghi e a camminare: attività semplici, autentiche, che mi hanno fatto innamorare della montagna. Poi sognavo a occhi aperti leggendo i libri di Reinhold Messner (alpinista fra i più forti di tutti i tempi, ndr). Anche io avevo una lunghissima lista di alibi: nato in una famiglia “povera”, nella città di Bergamo e non sotto le Alpi. In più fra i miei fratelli ero l’unico con gli occhiali e i denti storti, il più bruttarello insomma. Però dentro di me sentivo un fuoco e, lavorando sodo, ho trasformato queste condizioni sfavorevoli nel segreto del mio successo. Ho capito che scalare era la mia chiamata e che rimanendo normale, senza rinnegare i miei valori, avrei potuto trovare la felicità».
E i suoi genitori? Come hanno accolto questo desiderio?
«Mi hanno detto “Ok, provaci. Il tuo sogno è sacro”. Allo stesso tempo mi hanno spinto a studiare per avere un “piano b”».
Come ha fatto a diventare il fuoriclasse che è oggi?
«Grazie alla normalità, che è poi il segreto dell’eccezionalità. Ho fatto cose straordinarie (come scalare il Nanga Parbat in inverno, impresa riuscita a nessun altro, ndr) rimanendo un uomo ordinario. Gli atleti spesso vengono dipinti come eroi, ma attenzione: non sono solo le abilità a cambiare l’uomo, ma anche le virtù. Ciascuno ha dentro di sé l’ingrediente per diventare eccezionale».
Lei non fa mistero della sua fede. Chi gliela ha trasmessa?
«Provengo da una famiglia fortemente cattolica. I miei nonni paterni avevano dieci figli: tre sono diventati preti, una suora e una fa la perpetua.