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Il “Dio neutro”: una polemica svedese che ci parla (anche) delle fake news

© PONTUS LUNDAHL / TT NEWS AGENCY / AFP

New archbishop of the Church of Sweden Antje Jackelen attends her installation mass at the Uppsala Cathedral, on June 15, 2014. The Lutheran Church of Sweden elected on October 2013 a woman as its leader for the first time in the institution's history. AFP PHOTO / TT NEWS AGENCY / Pontus Lundahl ++ SWEDEN OUT

Giovanni Marcotullio | Aleteia Italia | Dic 01, 2017

Qualcosa (anzi molto) dobbiamo anche agli gnostici

Gli gnostici – primi veri responsabili di una germinale teologia trinitaria nella storia del cristianesimo – seppero ben mettere a frutto le suggestioni date dalla lingua ebraica e dalle vicende famigliari del Messia, che dalla storia di Gesù venivano proiettate nell’eternità. Così leggiamo nell’impagabile Adversus Hæreses di Ireneo di Lione che gli gnostici valentiniani vedevano in una coppia primordiale fatta di un eone maschile (βύτος [bytos], cioè abisso) e un eone femminile (συγή [süghé], cioè silenzio) la promanazione teogonica del principio divino che sarebbe divenuto il Λόγος [lógos], cioè il Figlio, ossia – stando a Teodoto – il pleroma stesso. C’è un elemento di paternità, in Dio, e uno di maternità, e benché non abbiamo mai dubitato che la somma luce si levi «tanto […] / da’ concetti mortali» (Pd. XXXIII, 67), riconosciamo che è lo stesso Dio, rivelandosi, a invitarci a parlare dell’indicibile. L’elemento maschile e quello femminile corrispondono infatti a un versante “dicibile” dell’esperienza religiosa (ciò che si chiama tecnicamente “teologia catafatica”) e a un versante “ineffabile” della stessa (che ai teologi piace chiamare “teologia apofatica”). Proclamare un apofatismo assoluto significherebbe letteralmente castrare il Lógos, cioè negare de facto e de iure la possibilità di esprimere in concetti umani «un poco di quel che» Dio mostra (cf. Pd. XXXIII, 69). Se invece la Rivelazione cristiana è sufficientemente coerente, nella tensione di tutti i suoi paradossi, da risultare complessivamente attendibile e credibile, per la ragione umana, allora bisogna riconoscere che – lungi dall’essere banalmente assenti – maschile e femminile sono archetipicamente presenti, in Dio, in un nodo inestricabile che si riverbera fin nelle due famose mani del Padre misericordioso di Rembrandt, nonché in mille altre meraviglie promanate a cascata dalla Fede in Gesù.

Allo stesso modo la suggestiva Lettera a Flora dello gnostico Tolomeo, discepolo di Valentino anch’egli, raccomanda a Flora (quasi una Filotea dell’antichità cristiana), di “non rompere la sizigia”. «Qualunque cosa accada, Flora, non rompere la sizigia. E che diamine sarà, codesta sizigia, tanto da meritare una così accorata raccomandazione? Συζυγή [süzüghé] significa “coppia”, in greco: la teogonia gnostica si regge tutta sulla riproduzione innumerevole di quel primo elemento teogonico che è l’incontro tra il Padre e lo Spirito da cui promana il Figlio. Sì, lo so che il modello trinitario affermatosi in seguito vede la processione dello Spirito dal Figlio, oltre che dal Padre, ma bisogna pur riconoscere con onestà che il Filioque fu introdotto nel Simbolo niceno-costantinopolitano da Carlomagno contro il parere di Papa Adriano, e che se certi sinodi visigotici ne davano un’interpretazione accettabile i cristiani ortodossi d’Oriente avevano anche le loro ragioni per continuare a rigettarlo fino ai nostri giorni. Le prime teologie trinitarie, in realtà, hanno creduto di riconoscere nello Spirito l’elemento femminile di Dio dal quale sarebbe eternamente generata la Parola che è il Figlio. Tracce scomparse dalla storia delle definizioni dogmatiche, sì, ma i cui effetti restano riconoscibili nella storia dell’ascesi e della mistica – che in fondo è il cuore della storia della Chiesa.

Quale spazio al “genio femminile” nella Chiesa

Questo intendeva il professor Pahlmblad quando stroncava le (comunque non smentite) dichiarazioni della signora Jackelen; questa antica e nobile corrente conosceva a menadito Hans Urs von Balthasar nel ricordare che la Chiesa ha già un principio mariano che sussiste accanto a un principio petrino. Ma Maria parla poco, pochissimo, nelle Scritture – come la primordiale Συγή, che dello Spirito vivificante è impronta. Così Maria si comporta nel Cenacolo come Paolo raccomanda alle donne di Corinto (1Cor 14, 34-35) e come si legge nella lettera al discepolo Timoteo (1Tim 2, 12). Così i certosini e le carmelitane dilatano l’utero di Cristo nel mondo, mentre i vescovi e le badesse fecondano comunità inseminando la Parola di Cristo nelle anime: e il Dio cristiano può mai essere creduto genderless? Sarà mai un Dio neutro?

Torni alle Scritture, chiunque fosse confuso in merito:

cacci nella polvere la bocca:
forse c’è ancora speranza.

Lam. 3, 29

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