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Il “Dio neutro”: una polemica svedese che ci parla (anche) delle fake news

© PONTUS LUNDAHL / TT NEWS AGENCY / AFP
New archbishop of the Church of Sweden Antje Jackelen attends her installation mass at the Uppsala Cathedral, on June 15, 2014. The Lutheran Church of Sweden elected on October 2013 a woman as its leader for the first time in the institution's history. AFP PHOTO / TT NEWS AGENCY / Pontus Lundahl ++ SWEDEN OUT
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Hanno fatto discutere le recenti dichiarazioni di Antje Jackelen, volte a proibire ai protestanti di Svezia di riferirsi a Dio con appellativi, epiteti e perfino pronomi maschili. In realtà simili proposte apparentemente originali sono solo banali, contraddittorie e gravemente pericolose per i fondamenti della Rivelazione cristiana. Il caso si è arricchito di una (parziale) correzione… che però i media non hanno voluto recepire. Ci sono dunque almeno due grandi lezioni da ritenere…

Il nostro contributo

Se le prime dichiarazioni, comunque, sono state più o meno correttamente riportate da tutte le agenzie e dai notiziari – dalla Associated Press in giù – forse il contributo specifico che su queste pagine possiamo dare è illustrare in cosa il prof. Pahlmblad colga nel segno (e in definitiva cosa c’entri il “sesso di Dio” con la Trinità).

L’umanità di Dio

Una cosa che però va premessa è questa: se pure nel Grande Lessico dell’Antico Testamento la parola אֱלוֹהִים [Heloîm, Dio] si definisce nel suo semantema anzitutto per esclusione, cioè come “ciò che non è uomo”, e questo a partire soprattutto da diversi testi profetici; nondimeno uno dei primi e più sconvolgenti attributi che i giudeo-cristiani rivendicarono per il loro Dio, in mezzo a un mondo pagano, era la sua φιλανθρωπία [philantropía], che volentieri i latini hanno espresso con la parola humanitas. Sì, Dio è umano.

Naturalmente “φιλάνθρωπος/humanus” significava anzitutto “benevolo verso gli uomini” – e per gente abituata a pensare che l’unica divinità amica degli uomini, Prometeo, fosse stata per codesto sentimento di compassione punita da Zeus… questa era una novità inaudita! – eppure c’erano almeno altri due motivi per cui gli apologisti avrebbero difeso con i denti l’affermazione dell’umanità di Dio, quella che ora, forse, qualcuno vorrebbe ipotecare.

La prima è l’eterna predestinazione dell’incarnazione: ciò per cui – a differenza di eminenti dottori come Tommaso d’Aquino – teologi come Ireneo affermavano che il Figlio di Dio si sarebbe incarnato anche se Adamo non avesse peccato. Non riesco neppure a immaginare cosa avrebbero risposto costoro alla domanda: «Ma il Verbo di Dio non si sarebbe potuto incarnare in una donna? Gesù doveva necessariamente nascere uomo?». Penso che sulle prime avrebbero strabuzzato gli occhi, per poi rispondere ampiamente su questi tre punti:

  1. Gesù è nato maschio, e questo è un fatto contro il quale nessun argomento tiene – se c’è un sesso che sicuramente e in senso pieno appartiene a Dio, questo è il sesso maschile;
  2. ᾽Υιός [Üiós] indica specificamente il “figlio maschio”: inoltre Λόγος [Lógos] è una parola di genere maschile, esattamente come Θεός [Theós]: pretendere di poter usare la parola “Dio” ma non “Signore” e i relativi pronomi (personali, relativi…) maschili senza cadere in una grossolana contraddizione è meno da eretici che da ignoranti;
  3. Tornando al primo Testamento, peraltro, fin dalle prime pagine si afferma apertamente che è l’uomo a essere creato a immagine di Dio – e fin nella sua natura sessuata: «A immagine di Dio lo creò; maschio e femmina lo creò» (Gen. 1, 27).

Ma che c’entra la Trinità?

Qualcuno potrà ora osservare che le obiezioni finora esposte vertono più sul versante cristologico che su quello trinitario: come a dire che Gesù è vero uomo e quindi c’è un che di mascolino in Dio, non foss’altro che Cristo è irriducibilmente maschio e che – pur beneficiando dell’esperienza di maternità e paternità che si fa in famiglia – nella sua predicazione ha sempre chiamato Dio invariabilmente “Padre” (e “papà”).

Tutto vero, e tuttavia va pure ricordato che la letteratura profetica, normalmente caratterizzata da un Dio che è Signore, re, guerriero, giudice, talvolta padre e sposo… è pure quella che qua e là apre squarci inaspettati al femminile di Dio (in Svezia farebbero molto bene a leggere Il femminile di Dio di Luisa Muraro – avercene di simili femministe!):

Come una madre consola il figlio,
così io vi consolerò.

Is. 66, 13

Una bella immagine, sì dirà: tanto ardita quanto rara. Il che è meno vero di quanto possa sembrare, se la patriarcale lingua ebraica (come si faccia a definire patriarcale un popolo che riconosce la genealogia solo in linea materna è mistero rilevato unicamente negli scritti delle femministe…) usa il plurale di astrazione רַחֲמִים (rehamîm, alla lettera “le viscere materne”) per esprimere la misericordia, l’attributo sovrano di Dio. Anche la lingua greca, signoreggiata dagli aedi, dai filosofi e dai politici, usa il verbo σπλαγχνίζω (splanchnízo, alla lettera “mi si contrae l’utero”) per dire “muoversi a compassione”.

Molto di più, in un lampo di audacia divina il quarto Vangelo dice apertamente che il discepolo amato (cioè Giovanni, cioè ogni buon destinatario dell’Evangelo) «riposava nell’utero di Gesù» (Gv. 13, 23). Sì, lo so che se andate a controllare trovate scritto che «gli stava vicino»: è che i traduttori non sanno mai come rendere quella frase senza offendere le pie orecchie, ma il termine che l’evangelista usa in quel passo non è neppure il generico (e spesso figurato) σπλάγχνα [splánchna], di cui abbiamo detto, bensì il dettagliato e tecnicissimo χόλπος [chólpos, da cui “colposcopia”, “colpotomia”, “colpectomia” e i tanti termini di scienza ginecologica che tutti, per esperienza diretta o indiretta, conosciamo]. Dunque Gesù ha un utero? Pare di sì, se ascoltiamo più le Scrittura che le ideologie di moda della nostra età secolare, sazia e disperata.

Gesù ha un utero, certo, perché ricapitola in sé tutta l’umanità, dove «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna» (Gal. 3, 28) – è l’uomo perfetto a immagine del quale Dio fece l’uomo «maschio e femmina» (in ebraico il pronome di quel versetto è singolare, non plurale: si riferisce all’homo, non al vir o alla mulier).

Dio è neutro? Semmai è “utro”!

Ma se c’è spazio per la femminilità nel Figlio incarnato (che comunque – a scanso di equivoci – è vero uomo in tutti i sensi, certo non un ermafrodito), a maggior ragione c’è spazio per la femminilità nella natura stessa di Dio, a cui le Scritture riferiscono i tratti della mascolinità e quelli della femminilità ben prima che si giunga alla “pienezza dei tempi” (Gal. 4, 4) con l’Incarnazione.

Origene ci ha conservato un passo suggestivo di un “Vangelo degli Ebrei”, altrimenti perduto:

Ed ora lo Spirito Santo, mia madre, mi prese per i capelli e mi trasportò sul grande monte Tabor.

Ovviamente è Gesù che parla, e chiunque abbia orecchio per le Scritture riconosce un’eco di Ez. 8, 3, dove “uno spirito” afferra il profeta per una ciocca dei capelli e lo porta a Gerusalemme. Ora non c’interessa parlare del perché Origene tenesse in considerazione quell’antico e singolarissimo testo: c’interessa l’affermazione esplicita – peraltro riscontrabile altrove – della femminilità (e della maternità) dello Spirito (del resto רוח [rûah, alla lettera “soffio”, “vento”, “spirito”] è sostantivo femminile in ebraico).

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