Aleteia

Il “Dio neutro”: una polemica svedese che ci parla (anche) delle fake news

© PONTUS LUNDAHL / TT NEWS AGENCY / AFP
New archbishop of the Church of Sweden Antje Jackelen attends her installation mass at the Uppsala Cathedral, on June 15, 2014. The Lutheran Church of Sweden elected on October 2013 a woman as its leader for the first time in the institution's history. AFP PHOTO / TT NEWS AGENCY / Pontus Lundahl ++ SWEDEN OUT
Condividi
Commenta

Hanno fatto discutere le recenti dichiarazioni di Antje Jackelen, volte a proibire ai protestanti di Svezia di riferirsi a Dio con appellativi, epiteti e perfino pronomi maschili. In realtà simili proposte apparentemente originali sono solo banali, contraddittorie e gravemente pericolose per i fondamenti della Rivelazione cristiana. Il caso si è arricchito di una (parziale) correzione… che però i media non hanno voluto recepire. Ci sono dunque almeno due grandi lezioni da ritenere…

Questa storia delle fake news rischia di avere un contraccolpo epocale di cui faticheremmo perfino a immaginare le proporzioni: ogni regime ha avuto (o ha) i propri organi di stampa, quasi sempre mentre ha attuato (o attua) un’emarginazione, se non una repressione, delle testate libere e dissidenti.

Le avvisaglie di una tempesta mai vista prima

Quello a cui stiamo assistendo, però, pare al di là del (pur tremendo) scenario dei totalitarismi “classici” descritti da Hannah Arendt: il nuovo “Ministero della Verità” con facoltà di “tagliare la connessione” si colloca a metà tra i futuri distopici di George Orwell e dei fratelli Wachowski. Se poi a vagheggiare di fake news è un mondo apertamente e titanicamente avverso all’idea di verità, c’è da chiedersi quale mai possa essere il fondamento in base al quale si decide se una notizia è vera o falsa.

I “progressi” della neolingua, ad esempio, sono tali e tanti da rendere sospetto di propalare fake news anche questo stesso articolo che state leggendo: tra il 1999 e il 2003 io vidi la trilogia di Matrix e appresi che i suoi registi, nonché scrittori e sceneggiatori, erano i fratelli Laurence (detto Larry) ed Andrew Wachowski; oggi Wikipedia parla di “Lana” e “Lilly” Wachowski, per cui si usa la denominazione di “sorelle”. In realtà, i due sono semplicemente diventati dei transessuali, ma anche qui la neolingua impone di fatto alla comunicazione mediatica di uniformarsi a un ben preciso codice linguistico, il quale (in Italia come all’estero) impone ad esempio di riferirsi ai trans secondo il fenotipo della riassegnazione sessuale eseguita. Dunque le Wachowski sono due sorelle. Dunque questo articolo ha scritto il falso, affermando che si tratta di due fratelli. Dunque quando i motori di ricerca dovranno assegnare un “punteggio” a questa pagina, perché nel mare magnum dell’Internet gli utenti possano trovarla, evidentemente glie ne assegnerà uno molto basso, e lo Uniform Resource Locator (decisamente meglio noto come “url”) scivolerà in fondo a una lista di molti altri url – in tal senso è emblematico che Wikipedia si sia allineata alle direttive del Grande Fratello.

Finché si tratta di decidere che si debba parlare dei fratelli o delle sorelle Wachowski, la cosa non appare decisiva, in fin dei conti: ma la questione è quella che accennavamo sopra, cioè chi e come potrà garantire le libertà (individuali e collettive), quando un mondo inzuppato di pensiero debole sceglierà di decidere che cosa è vero e che cosa è falso? Fatalmente, gli uomini più potenti del mondo avranno ampio accesso ai bottoni di quel tavolo (ma diciamo pure il monopolio), e così la verità non sarà più l’accordo della ragione umana con i fatti da lei giudicati, bensì il consenso di alcune parti. L’adagio scolastico “il consenso non fa la verità” sarà esplicitamente capovolto in “nient’altro che il consenso fa la verità”, e a quel punto la parola “verità” sarà il nome di un’oligarchia liberticida.

Che diranno della risurrezione di Gesù? Non potranno giudicarla la più colossale fake new della storia? E che fine faranno, nelle indicizzazioni telematiche, informazioni a riguardo, quando anche il rigore storico sarà narrato dalla controparte – quella col coltello dalla parte del manico – come un complotto ordito (dalla Chiesa, dalla Massoneria, da Super Pippo…) per dominare le coscienze? Sarà il classico caso del borseggiatore che scippa il malcapitato mentre lo mette in guardia dalle inesistenti cattive intenzioni di un onesto signore seduto al suo posto sul tram.

Quest’ansia di fondare un orwelliano Ministero della Verità non dovrebbe lasciare tranquillo nessuno, specie quelli che della vera verità hanno il culto: la nuova censura sarebbe tanto facile ed efficace quanto spegnere un circuito elettrico. La prossima persecuzione comincerà con l’istantaneo e immediato silenziamento (poi comunque si arriverà al sangue, inevitabilmente) – e la religione dell’incarnazione non dovrebbe farsi accalappiare con tutti gli altri nel mondo virtuale, anzi dovrebbe elaborare pensiero e strutture per liberare anche loro… 

Incertezza e ambiguità del “registro delle fake news

Certo a nessun informatore onesto piace dare notizie false (solo darne di cattive è quasi altrettanto spiacevole), ma nel contesto del sapere umano alle informazioni si accede per via dialogica, e ad ogni passaggio di dati si accumula una più o meno marginale possibilità di errore. Si può, certo, fare attenzione, anzi si deve, ma le dichiarazioni non sono e non possono chiudere la partita. Il discorso è sottile e seducente, sinuoso e insidioso: un caso di recente cronaca ecclesiale lo testimonia in modo eminente, essendo da un lato assurto a notizia mainstream (cosa che normalmente non accade alle notizie ecclesiali che non girano solo in Italia e/o non riguardano il Papa), e dall’altro costituendo un’imbarazzante evidente contraddizione con le stesse norme da applicare in caso di fake news.

Parliamo delle dichiarazioni di Antje Jackelen, “arcivescova” della comunità luterana in Svezia:

Teologicamente […] sappiamo che Dio è al di là delle nostre determinazioni di genere, Dio non è umano.

Parole che sono state riportate nelle agenzie maggiori del mondo occidentale, e che da lì sono state tradotte e riversate in innumerevoli articoli di altrettante testate giornalistiche. Ad aumentare il rilievo della cosa si è aggiunta la replica eccellente di Christer Pahlmblad, docente di teologia (nella fattispecie, di ecclesiologia e di missiologia) presso la Lunds Universitet, che ha criticato a fondo l’opportunità, l’intelligenza e la prudenza (ma diremmo pure la semplice verità) delle parole della discordia:

Le sue dichiarazioni destabilizzano la dottrina della Trinità e la comunione con le altre Chiese cristiane. […] Non è cosa ben pensata, che la Chiesa di Svezia diventi nota come quella che non rispetta la comune eredità teologica.

E non mi stupirei di leggere repliche al professore che lo accusassero di fare della teologia un instrumentum regni del conservatorismo maschilista, ovvero delle più radicali accuse che indichino nella dottrina cristiana un’emanazione storica del Maschilismo (con la M maiuscola, un po’ fascista pure, quasi fosse l’iniziale di “Mussolini”!). Quasi tutte le “teologhe” che amano definirsi “teologhe femministe”, in realtà, condividerebbero una simile lettura, ma proprio per questo cadrebbero anch’esse in un’evidente contraddizione perché, mentre pretendono che Dio sia genderless, stabiliscono di fatto nell’identità di genere un luogo teologico – ove all’acuta osservazione di Pahlmblad si rispondesse con un: «Tu stai solo difendendo i tuoi privilegi di oppressore maschio».

La signora Jackelen avrebbe rivendicato con orgoglio di star raccogliendo oggi frutti di una lunga campagna di “sensibilizzazione”, avviata nella Conferenza del 1986… ma perché all’improvviso uso il condizionale? Perché il 25 novembre sul sito ufficiale della Svenska kyrkan (la chiesa nazionale luterana svedese) è comparso un comunicato di smentita (ritoccato con modifiche datate fino al 30!) che riportiamo per intero:

I media hanno divulgato informazioni scorrette, in Svezia e all’estero, riguardo al linguaggio inclusivo del nuovo libro dell’Ufficio divino, che è appena stato adottato dal Sinodo Generale. La presidente del comitato per il Culto, Sotika Pedersen Videke, chiarifica comunque alcuni fatti.

«Naturalmente, le espressioni tradizionali della fede cristiana restano, nel nuovo libro per il culto. Comunque sono stati aggiunti alcuni modi per indirizzarsi a Dio al neutro, in alcune preghiere» – dice.

«In ebraico lo Spirito Santo è grammaticalmente un nome femminile, e così anche nel Libro per il Culto Svedese, che segue la nostra traduzione della Bibbia del 2000. Per esempio, nell’introduzione al culto, ci sono tre differenti opzioni. Due fra queste contengono il tradizionale “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito”, usando “Spirito” nella sua forma femminile. La terza alternativa è “Nel nome del Dio Unitrino”.

«In ultimo: in svedese esiste ormai un pronome ufficiale di genere neutro: “hen”. Questa parola non è affatto usata nel Libro per il Culto» – dichiara Sofija Pedersen Videke.

L’anomalia rispetto alla procedura che si va stabilendo in caso di fake news (che amplifica e rafforza generalmente quella vigente sulle ordinarie rettifiche giornalistiche) vuole che la testata che abbia divulgato fake news riporti ufficiale smentita nella medesima pagina e con identica evidenza rispetto alla prima. Ne va della buona fama di eventuali soggetti lesi, nonché della serietà della testata e dei giornalisti coinvolti. Ecco, in un caso così “globale” ciò non è stato fatto, e a quanto abbiamo potuto constatare la dichiarazione dell’ente “Chiesa Svedese” non è stata riportata dalle agenzie e dalle testate che avevano propalato la prima notizia. Come si capisce, ciò pone l’ulteriore problema della verificabilità e dell’oggettività delle smentite: lo stesso comunicato non afferma, infatti, che le parole di Antje Jackelen sarebbero state inventate o distorte, in toto vel in parte; né risulta che il professor Pahlmblad abbia rilasciato ulteriori dichiarazioni (ed è impensabile che un accademico serio parli con la stampa senza essersi sincerato della consistenza dei fatti che commenta).

Ipoteticamente, un giornalista avrebbe ancora il diritto di indagare, fare domande e inchieste (se necessario anche in incognito), visionare dati, reperti e prove; e poi avrebbe il dovere di pubblicare quanto fosse risultato dalla sua attività professionale. Una smentita ufficiale, però, dovrebbe essere riportata almeno dagli organi di stampa già intervenuti. Il fatto che ciò non sia stato fatto – lo ripetiamo – aumenta la sensazione di incertezza e di precarietà circa le fake news: l’episodio valga da campanello di allarme, in particolare, per i cristiani.

Pagine: 1 2 3

Condividi
Commenta
Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni