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Quella volta in cui hanno bussato alla mia porta salvandomi l’anima

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Tom Hoopes - pubblicato il 28/11/17

Posso far risalire il mio ritorno alla fede a un momento pieno di grazia

Sarò sempre grato per il fatto di aver sentito bussare alla porta della mia stanza nella residenza universitaria nell’autunno 1987.

Posso far risalire il mio ritorno alla fede a molti momenti: vedere San Giovanni Paolo II passare su Geary Boulevard, il miracolo che sperimentato a Fatima, in Portogallo, e perfino ascoltare Bob Dylan alle scuole superiori.

Il momento più importante, però, è stato quando hanno bussato alla mia porta trent’anni fa.

Ero un sabato pomeriggio. Il mio compagno di stanza, Joe Ambuul, non c’era. Suo fratello viveva nella stanza accanto.

Per mia fortuna (no – per grazia misteriosa) avevo finito per frequentare il St. Ignatius Institute presso un college di San Francisco, dove mi sono trovato all’improvviso a vivere tra studenti universitari cattolici diversi da chiunque altro avessi conosciuto nella vita.

Andavano a Messa ogni giorno, pregavano davanti alle cliniche abortiste e si riunivano per recitare il Rosario.

Mi era tutto completamente estraneo. Non avevo fede. Avevo rifiutato di ricevere la Cresima al liceo, e al secondo anno mi ero trasferito al Great Books Program di San Francisco del tutto inconsapevole del fatto che fosse uno dei pochi programmi universitari del Paese noto per la sua spiccata identità cattolica.

Visto che i miei nuovi amici andavano a Messa ogni giorno ho cominciato ad andarci anch’io. Visto che i miei nuovi amici ricevevano la Comunione la ricevevo anch’io.

E poi bussarono alla mia porta. Era Dan Ambuul, il fratello maggiore del mio compagno di stanza. “Posso parlarti un minuto?”, mi chiese.

Mi disse che aveva notato qualcosa di strano in me a Messa: mi genuflettevo sul ginocchio sinistro. Disse che i cattolici si genuflettevano sempre sul destro.

Promisi che avrei cambiato ginocchio, ma mi disse che non era quello il punto. Disse che sembava non avessi familiarità con la Messa.

Gli dissi che avevo smesso di andarci anni prima. Mia madre ci andava molto presto e io andavo più tardi, parcheggiavo e rimanevo a leggere in macchina.

“Ma fai comunque la Comunione”, mi disse Dan. “Quando è stata l’ultima volta in cui ti sei confessato?”

Gli dissi che dovevo aver avuto “8 o 13 anni”. Non riuscivo neanche a ricordarlo.

“Capisci che sei in uno stato di peccato mortale”, mi disse. “Non puoi ricevere la Comunione quando sei in peccato mortale”.

Gli promisi che avrei smesso di farlo e che mi sarei informato sugli orari delle confessioni quando fossi tornato a casa a Tucson.

“No”, obiettò lui. “Puoi confessarti anche subito. Sei impegnato?”

“No”, ammisi. E allora mi portò alla chiesa del campus, e nel tragitto ripassammo le regole.

“Devi confessare i peccati mortali per nome e numero”, disse elencando i peccati mortali che pensava potessi aver commesso e aiutandomi a capire quante volte potevo averli commessi da quando avevo “8 o 13 anni”.

Diciassette minuti dopo ero in ginocchio nel confessionale di padre Robert Plushkell, il gesuita che aveva assunto come missione personale il fatto di essere disponibile per le confessioni nel campus.

Elencai anni di infrazioni, per nome e numero, facendo esattamente quello che Dan mi aveva detto di fare.

Dev’essere sembrato strano a padre Plushkell. Probabilmente aveva ascoltato moltissime confessioni meccaniche di persone che non sembravanno essere davvero coinvolte in quello che dicevano, e altrettanto probabilmente aveva ascoltato moltissime confessioni sentite e accurate di persone che tornavano ad accostarsi al sacramento dopo anni di lontananza.

Probabilmente, però, non aveva sentito molte confessioni lunghe una vita così specifiche e al contempo meccaniche.

Alla fine del mio elenco mi chiese: “Sei pentito?”

“Sicuramente”, dissi io.

“Voglio che tu torni a confessarti ogni settimana per un po’”, mi disse. “In genere non raccomando la confessione settimanale, ma tu ne hai bisogno”.

“Nessun problema”.

Dan mi aspettava fuori dal confessionale, e mi chiese ansioso come mi sentissi.

Dissi che non sentivo niente.

“Il demonio fa sempre così”, mi disse. “Non ti fa sentire niente dopo la confessione ma la Grazia è ancora lì”.

Aveva ragione. Da quel giorno la mia vita è completamente cambiata.

Non è stato automatico: ero come un bambino che alla fine torna in famiglia. Ci è voluto molto tempo per capire e apprezzare appieno ciò che mi era successo, ma nella grazia di Cristo il mio percorso era ormai al sicuro.

E finora la gioia più grande che ho mai sperimentato nella vita è quella di invitare qualcuno a tornare a confessarsi e vedere che segue il mio consiglio. Quello che Dan Ambuul ha fatto per me.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
confessionetestimonianze di vita e di fede
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