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Valeria Altobelli, modella e showgirl: Gesù è puro rock and roll

VALERIA ALTOBELLI

You Tube/Public Domain

Credere - pubblicato il 26/11/17

«Vengo da una famiglia praticante, ho iniziato a cantare e a recitare in chiesa», ricorda. «Ma la fede non è solo una questione d’imprinting, ognuno sceglie se farla propria»

di Francesca D’Angelo

Da bambina, quando ascoltò per la prima volta la parabola dei talenti, Valeria Altobelli rimase interdetta: non capiva. Non capiva cosa avesse mai fatto di male, quel pover’uomo, a sotterrare l’unico talento a lui donato: ne aveva ricevuto solo uno, era normale che non volesse perderlo. «Capirai, Valeria, capirai», si limitò a risponderle il parroco don Pasqualino Porretta, sorridendo con affetto. E, come succede spesso per le domande aperte che custodiamo nel cuore, quell’interrogativo finì per accompagnare tutta la sua adolescenza, trovando le risposte nelle pieghe dell’esistenza.

Valeria Altobelli è infatti un crogiolo di talenti: ha iniziato a suonare musica a sei anni, a cantare a 11 per poi cimentarsi con il teatro a 12 anni. All’attivo ha, oltre alla partecipazione a Miss Mondo e una carriera da modella e showgirl, due lauree in giurisprudenza, un master notarile, la conoscenza di sei lingue e la familiarità con ben quattro strumenti musicali. Inoltre, ironia della sorte, è attualmente in tv con un programma che celebra proprio i talenti: Tale e Quale show, ogni venerdì in prima serata su Rai Uno, condotto da Carlo Conti.

Dunque, questa parabola sui talenti: alla fine l’ha compresa?

«Non solo l’ho capita, ma sento che è particolarmente rappresentativa per la mia vita: se il Signore ti mette nel cuore anche solo un talento, è perché te lo affida. Te lo dona perché tu possa coltivarlo, ed è giusto così. Per questo ho cercato di dare il meglio in tutte le mie passioni. Tra l’altro ho appreso i miei più bei talenti in chiesa: ho iniziato a suonare e a cantare in parrocchia, a sette anni, così come a recitare. Da quando avevo 13 anni, fino a 20, in occasione della Quaresima facevamo la Passione vivente. Tranne due volte, in cui ho interpretato Salomè e Maria di Magdala, ho sempre avuto il ruolo di Satana».

Non è una parte troppo impegnativa per un’adolescente?

«Era voluto. Quando mi affidò la parte di Satana, don Pasqualino mi disse: “Adesso ti do una lezione di catechismo pesante: proprio perché sei sempre buona, ti devi sperimentare in questa veste”. Da quell’esperienza ho capito che il diavolo ci inganna tramite quelle cose che, sulla Terra, ci sembrano più belle. Crescendo ho avuto la grazia di non perdermi mai in vizi come il fumo, l’alcol o la sessualità vissuta in modo non consapevole. Anche su questo mia madre è stata non dico rigida, ma sicuramente previdente perché conosceva il mio carattere sensibile: se mi fossi donata a una persona con facilità, avrei sofferto per una vita intera».

Concorderà però che, talenti a parte, non è da tutti imparare quattro strumenti musicali e sei lingue straniere.

«La differenza la fa l’ascolto: è la predisposizione verso l’altro che ti insegna a parlare i codici. Se ci pensiamo bene, è un’esperienza comune: quando sei davvero aperto al prossimo, quando frequenti qualcuno assiduamente, finisci per acquisirne il modo di fare, la sensibilità, il linguaggio. Solo chi è chiuso al mondo fatica a imparare».

Quanto è stato determinante, per il suo cammino, ricevere un’educazione religiosa?

«Vengo da una famiglia cattolica praticante, ho ricevuto i sacramenti e ho frequentato assiduamente la parrocchia: ho fatto tutto, dall’oratorio ai campi estivi. Però la fede non è solo una questione di imprinting, che si riceve da bambini.

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