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Chiesa e Cina: attraverso e oltre un nuovo libro de La Civiltà Cattolica

Santa Lucia Yi Zhenmei
Santa Lucia Yi Zhenmei – Cina

Lucia sacrificò il suo desiderio di diventare suora per aiutare la sua famiglia a livello economico. Pur avendo una salute fragile andò in missione, ma alla fine venne arrestata e giustiziata per essersi rifiutata di rinunciare alla propria fede.
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L'ultima miscellanea dell'antica rivista dei Gesuiti italiani offre un prezioso vademecum per chi desideri orientarsi nelle attualità culturali ed ecclesiali provenienti dal grande Paese asiatico: pur non mancando di spunti di vera e propria erudizione sinologica (e per chi intendesse approfondire quei temi offriamo altre dritte), il testo offre uno strumentario essenziale per comprendere la politica e gli orientamenti della Chiesa, nonché per allargare i propri orizzonti culturali.

La Chiesa guarda a Oriente. Non da oggi, e anzi forse oggi assistiamo a un “ritorno di fiamma”, da Oriente, che – come il mare – torna a scaldare l’inverno occidentale: per esempio, abbiamo già avuto modo di parlare della mostra sui 230 anni della Chiesa cattolica in Corea. In quell’occasione evidenziammo l’eccezionale caso di “auto-evangelizzazione” verificatosi in terra coreana sul finire del XVIII secolo, e parimenti osservammo che già quell’evento straordinario era una “seconda mietitura” della grande messe di Matteo Ricci e degli altri missionari gesuiti in Cina. I dignitari e gli intellettuali coreani, infatti, cercavano nel Celeste Impero coevo i modelli di inculturazione feconda che permettessero di disinnescare l’involuzione provinciale del neo-confucianesimo: e li trovarono nell’osmosi sintetica operata dai missionari. Come sta scritto:

Nell’andare se ne va e piange,
portando la semente da gettare:
ma nel tornare viene con giubilo,
portando i suoi covoni.

Sal 125, 6

E non furono pochi, nel XVI secolo, ad osservare che la Compagnia di Gesù stesse perdendo tempo (cioè gettasse il seme nel senso deteriore del verbo, di “buttare via”) nel convogliare attorno al padre Ricci alcune tra le migliori intelligenze occidentali versate nei campi dell’astronomia e della cartografia. I missionari – osservavano i loro detrattori – avrebbero dovuto piuttosto concentrarsi sull’annuncio della dottrina cristiana e sull’implantatio ecclesiæ.

C’è perfino uno scritto di Karl Rahner, a torto definito “minore”, in cui il grande teologo immaginava che il santo padre Ignazio si rivolgesse ai gesuiti del XX secolo, bacchettandoli su una quantità di deviazioni di cui i suoi figli sarebbero rei. Tutte però si riassumono in una: «Potete anche dedicare la vostra vita all’entomologia, se credete, purché il vostro fine sia sempre anzitutto e soprattutto quello di cercare e trovare Dio in tutte le cose – e aiutare gli uomini a fare la medesima esperienza».

Storia di una lunga frequentazione

Il vademecum di questa missione sono, da sempre, meno le Costituzioni della Compagnia che gli Esercizi Spirituali, i quali non a caso costituiscono l’endoscheletro di ogni attività gesuitica (almeno di quelle buone) nella storia. Questo stesso scritto che mi torna alla mente frattanto che scrivo, però, non accusa Ricci e i suoi più di quanto li scagioni – e anzi la storia della Chiesa (e del mondo!) ha dato loro ragione –: fece bene, Ricci, a profondere tante e tante energie per illustrare la mappa di tutti i regni della Terra al grande popolo cinese che (come quasi tutti gli altri, ma meno a torto di molti) riteneva di essere collocato al centro del mondo. Per la stessa ragione è da dirsi benemerita la costruzione del mappamondo, che agli stessi cinesi illustrava plasticamente la distruzione di certe loro credenze parziali e un’occasione epocale di immissione nel mondo, che mai era stato tanto vasto (mentre pure si presentiva tanto collegato).

Il trapasso tra il XVI e il XVII secolo non era paragonabile a quello tra il XIII e il XIV: né la Cina né l’Occidente erano quelli di Marco Polo e Gengis Khan; qualcosa era maturato perché l’incontro tra tanto grandi civiltà non si risolvesse in meri accordi commerciali contornati da molta cordialità e da un’importante esperienza diaristica. Tra il Catai dei Polo e la Cina di Ricci molte cose si erano interposte, per quanto riguarda l’Occidente, tutte bene o male convergenti in questo: la stagione delle grandi esplorazioni, che proprio dal Milione avevano tratto spunto ed energia ma erano giunte al risultato di convalidarne i contenuti demitizzando la forma.

L’Occidente dei gesuiti si presentava in Cina coi risultati di duecento anni di viaggi, di calcoli, di cartografia, e con la smaliziata accortezza delle ormai avviate politiche coloniali (che sul capo dei gesuiti stessi sarebbero infaustamente ricadute di lì a breve). Si apriva allora una nuova stagione di contatti, che inverava la via della Seta in una via del Vangelo e dell’umanesimo integrale: proprio la mostra sulla Corea, purtroppo conclusasi in Vaticano il 17 novembre, aveva mostrato come l’annuncio del Vangelo, accolto in Corea con tutto il complesso di pratiche devozionali della tradizione cattolica moderna, avesse non solo aiutato – a prezzo di oltre 10mila martiri e di cento anni di persecuzioni… – la società coreana a superare l’impasse del neoconfucianesimo ripiegato su sé stesso, ma fosse stato determinante per lo sviluppo della cultura popolare coreana contemporanea (a partire dalla lingua).

La Corea e la Cina si trovano oggi a vivere un tale fermento politico, demografico e di sviluppo tecnico-industriale, da costituire con le rispettive storie e tradizioni un gigantesco polo di interesse e di potere. La Chiesa – dicevamo – risulta in tutto questo un’interlocutrice privilegiata, e per più di una ragione: da un lato, infatti – ed è questo un adagio ricorrente, quando si indagano anche solo superficialmente i rapporti tra Chiesa e Cina, in ripresa dalla Rivoluzione Culturale – si tratta delle uniche due istituzioni umane attualmente esistenti che sogliono scandire il tempo e programmare i propri bioritmi nell’arco di decenni e di secoli (e non guardando agli anni e ai decenni come tutte le altre); d’altro canto, inoltre, la Cina ha ragione di vedere nella Chiesa cattolica l’unica “superpotenza mondiale” davvero disinteressata nel suo cercare il dialogo. Essa infatti non può trarre vantaggi diretti da rapporti commerciali privilegiati, ancora meno ha interessi militari e anzi – proprio in virtù di quella grande storia di amicizia tra i popoli (un’opera sull’amicizia è in Occidente il più famoso dei trattati di Ricci scritti in lingua mandarina) – è l’unica interlocutrice a non dover rifuggire da ombre di colonialismo.

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