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Chiesa e Cina: attraverso e oltre un nuovo libro de La Civiltà Cattolica

Santa Lucia Yi Zhenmei

Courtesy of the Holy Transfiguration Monastery

<b>Santa Lucia Yi Zhenmei – Cina </b> Lucia sacrificò il suo desiderio di diventare suora per aiutare la sua famiglia a livello economico. Pur avendo una salute fragile andò in missione, ma alla fine venne arrestata e giustiziata per essersi rifiutata di rinunciare alla propria fede.

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 21/11/17

L'ultima miscellanea dell'antica rivista dei Gesuiti italiani offre un prezioso vademecum per chi desideri orientarsi nelle attualità culturali ed ecclesiali provenienti dal grande Paese asiatico: pur non mancando di spunti di vera e propria erudizione sinologica (e per chi intendesse approfondire quei temi offriamo altre dritte), il testo offre uno strumentario essenziale per comprendere la politica e gli orientamenti della Chiesa, nonché per allargare i propri orizzonti culturali.

La Chiesa guarda a Oriente. Non da oggi, e anzi forse oggi assistiamo a un “ritorno di fiamma”, da Oriente, che – come il mare – torna a scaldare l’inverno occidentale: per esempio, abbiamo già avuto modo di parlare della mostra sui 230 anni della Chiesa cattolica in Corea. In quell’occasione evidenziammo l’eccezionale caso di “auto-evangelizzazione” verificatosi in terra coreana sul finire del XVIII secolo, e parimenti osservammo che già quell’evento straordinario era una “seconda mietitura” della grande messe di Matteo Ricci e degli altri missionari gesuiti in Cina. I dignitari e gli intellettuali coreani, infatti, cercavano nel Celeste Impero coevo i modelli di inculturazione feconda che permettessero di disinnescare l’involuzione provinciale del neo-confucianesimo: e li trovarono nell’osmosi sintetica operata dai missionari. Come sta scritto:

Nell’andare se ne va e piange,

portando la semente da gettare:

ma nel tornare viene con giubilo,

portando i suoi covoni.

Sal 125, 6

E non furono pochi, nel XVI secolo, ad osservare che la Compagnia di Gesù stesse perdendo tempo (cioè gettasse il seme nel senso deteriore del verbo, di “buttare via”) nel convogliare attorno al padre Ricci alcune tra le migliori intelligenze occidentali versate nei campi dell’astronomia e della cartografia. I missionari – osservavano i loro detrattori – avrebbero dovuto piuttosto concentrarsi sull’annuncio della dottrina cristiana e sull’implantatio ecclesiæ.

C’è perfino uno scritto di Karl Rahner, a torto definito “minore”, in cui il grande teologo immaginava che il santo padre Ignazio si rivolgesse ai gesuiti del XX secolo, bacchettandoli su una quantità di deviazioni di cui i suoi figli sarebbero rei. Tutte però si riassumono in una: «Potete anche dedicare la vostra vita all’entomologia, se credete, purché il vostro fine sia sempre anzitutto e soprattutto quello di cercare e trovare Dio in tutte le cose – e aiutare gli uomini a fare la medesima esperienza».


On Earth as it is in Heaven

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Storia di una lunga frequentazione

Il vademecum di questa missione sono, da sempre, meno le Costituzioni della Compagnia che gli Esercizi Spirituali, i quali non a caso costituiscono l’endoscheletro di ogni attività gesuitica (almeno di quelle buone) nella storia. Questo stesso scritto che mi torna alla mente frattanto che scrivo, però, non accusa Ricci e i suoi più di quanto li scagioni – e anzi la storia della Chiesa (e del mondo!) ha dato loro ragione –: fece bene, Ricci, a profondere tante e tante energie per illustrare la mappa di tutti i regni della Terra al grande popolo cinese che (come quasi tutti gli altri, ma meno a torto di molti) riteneva di essere collocato al centro del mondo. Per la stessa ragione è da dirsi benemerita la costruzione del mappamondo, che agli stessi cinesi illustrava plasticamente la distruzione di certe loro credenze parziali e un’occasione epocale di immissione nel mondo, che mai era stato tanto vasto (mentre pure si presentiva tanto collegato).

Il trapasso tra il XVI e il XVII secolo non era paragonabile a quello tra il XIII e il XIV: né la Cina né l’Occidente erano quelli di Marco Polo e Gengis Khan; qualcosa era maturato perché l’incontro tra tanto grandi civiltà non si risolvesse in meri accordi commerciali contornati da molta cordialità e da un’importante esperienza diaristica. Tra il Catai dei Polo e la Cina di Ricci molte cose si erano interposte, per quanto riguarda l’Occidente, tutte bene o male convergenti in questo: la stagione delle grandi esplorazioni, che proprio dal Milione avevano tratto spunto ed energia ma erano giunte al risultato di convalidarne i contenuti demitizzando la forma.

L’Occidente dei gesuiti si presentava in Cina coi risultati di duecento anni di viaggi, di calcoli, di cartografia, e con la smaliziata accortezza delle ormai avviate politiche coloniali (che sul capo dei gesuiti stessi sarebbero infaustamente ricadute di lì a breve). Si apriva allora una nuova stagione di contatti, che inverava la via della Seta in una via del Vangelo e dell’umanesimo integrale: proprio la mostra sulla Corea, purtroppo conclusasi in Vaticano il 17 novembre, aveva mostrato come l’annuncio del Vangelo, accolto in Corea con tutto il complesso di pratiche devozionali della tradizione cattolica moderna, avesse non solo aiutato – a prezzo di oltre 10mila martiri e di cento anni di persecuzioni… – la società coreana a superare l’impasse del neoconfucianesimo ripiegato su sé stesso, ma fosse stato determinante per lo sviluppo della cultura popolare coreana contemporanea (a partire dalla lingua).

La Corea e la Cina si trovano oggi a vivere un tale fermento politico, demografico e di sviluppo tecnico-industriale, da costituire con le rispettive storie e tradizioni un gigantesco polo di interesse e di potere. La Chiesa – dicevamo – risulta in tutto questo un’interlocutrice privilegiata, e per più di una ragione: da un lato, infatti – ed è questo un adagio ricorrente, quando si indagano anche solo superficialmente i rapporti tra Chiesa e Cina, in ripresa dalla Rivoluzione Culturale – si tratta delle uniche due istituzioni umane attualmente esistenti che sogliono scandire il tempo e programmare i propri bioritmi nell’arco di decenni e di secoli (e non guardando agli anni e ai decenni come tutte le altre); d’altro canto, inoltre, la Cina ha ragione di vedere nella Chiesa cattolica l’unica “superpotenza mondiale” davvero disinteressata nel suo cercare il dialogo. Essa infatti non può trarre vantaggi diretti da rapporti commerciali privilegiati, ancora meno ha interessi militari e anzi – proprio in virtù di quella grande storia di amicizia tra i popoli (un’opera sull’amicizia è in Occidente il più famoso dei trattati di Ricci scritti in lingua mandarina) – è l’unica interlocutrice a non dover rifuggire da ombre di colonialismo.

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Il libro de La Civiltà Cattolica

A questo e a molto altro è dedicato il recente libro Nell’anima della Cina, pubblicato congiuntamente da Àncora e da La Civiltà Cattolica: la prefazione è di padre Antonio Spadaro che, come direttore responsabile dell’antica rivista gesuitica (oltretutto la più antica rivista italiana vivente), ha buon diritto di tirare le somme – pur senza pretesa di esaustività – della storia di questi scambi, fatta di passato, presente e prospettive. Scrive infatti padre Spadaro:

[…] si tratta di un libro denso e articolato, frutto di varie mani, che può essere considerato come un mosaico. Ogni pezzo è autonomo e può essere letto indipendentemente dagli altri. Tuttavia chi avrà la pazienza di farsi guidare sarà condotto per un cammino che parte dalle radici della cultura e della «spiritualità» cinese per addentrarsi nella storia, incontrando alcune figure significative, per giungere all’oggi e alle sue questioni.

A. Spadaro, Prefazione a Nell’anima della Cina, 7

È dunque questa una miscellanea che mette a disposizione del grande pubblico diversi ottimi saggi comparsi negli ultimi anni sulle pagine della storica Rivista:

Antonio Delfau, già direttore della rivista cilena Mensaje; Luis Gutheinz, professore di Teologia dogmatica alla Fu Jen University di Taipei; mons. Aloysius Jin Luxian, che è stato vescovo di Shanghai; Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger; Thierry Meynard, già direttore del Beijing Center di Pechino; Joseph Shih, gesuita che vive e opera a Shanghai; Nicolas Standaert, professore di Sinologia all’Università Cattolica di Lovanio; Yves Vendé, che studia Filosofia a Macao; Benoît Vermander, professore alla Facoltà di Filosofia dell’Università Fudan di Shanghai; Joseph You Guo Jiang, che insegna Filosofia e Pedagogia al Boston College.

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Come si vede, dunque, gesuiti occidentali che vivono o sono vissuti in Cina e gesuiti cinesi che vivono o sono vissuti in Occidente. Ma non solo gesuiti (e in questo anche gli abbonati alla Rivista trovano nel libro un valore aggiunto):

Con loro appaiono le firme di due giovani che hanno scritto insieme ad autori gesuiti: Antonio De Caro, che prepara il suo dottorato presso la Hong Kong Baptist University, e Cécile Xie Hua.

Ivi, 9

Lo stesso Spadaro è autore di tre densi saggi – due dei quali vertono sui temi in cui l’autore si è consolidato nel corso degli anni, cioè quelli letterari – e la materia è armoniosamente distribuita in tre parti così “canoniche” da dar l’idea (in realtà poco verosimile) che i contributi siano stati stabiliti e commissionati in previsione anticipata della realizzazione di questo libro: Il pensiero e lo spirito, Le figure e la storia, La Chiesa cinese. Un elemento che impreziosisce non poco la miscellanea è l’equilibrata commistione di prospettive occidentali e prospettive orientali. Mi spiego meglio: l’osmosi non si verifica solo sul piano degli autori che scrivono, ma già (e non è scontato anche se può sembrarlo) su quello degli argomenti. Così Nicolas Standaert e Thierry Meynard forgiano alcune preziose smerigliature del volume dedicate a narrare come in Cina videro, e percepirono e ancora oggi ricordano con nomi e storie cinesi le grandi figure di Valignani, Ricci e compagni: e ci fu pure un “Marco Polo” cinese, che non era mercante bensì gesuita (absit iniuria verbis…), e portare alla conoscenza di un pubblico non specialistico il nome e la figura di Fan Shouyi è certo non piccolo merito del volume.




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Ma ben lungi dal crogiuolarsi in vani esercizi d’erudizione, la miscellanea de La Civiltà Cattolica costituisce piuttosto un breviario, un diario, un taccuino di viaggio da consultare durante le soste del cammino: la parte preponderante dell’opera è infatti l’informazione sulla Cina attuale e, ancora più autorevolmente, sui delicati e cangianti rapporti tra Cina e Chiesa. Il libro esce infatti nel decennale della storica Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI, ed è uno dei più stretti collaboratori del papato benedettino – il gesuita Federico Lombardi (jr) – a illustrare quanto si debba a quel sapientissimo testo, al contempo prudentissimo e molto audace. In particolare in vista della formazione di una Chiesa “pienamente cinese e pienamente cattolica” – ciò che costituisce in qualche modo la dimostrazione della purità d’intenti della missione cattolica. Scrive Lombardi nell’Introduzione:

Con la fondazione dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi nel 1957 e le pressioni perché vi si aderisse inizia – proprio su questo problema –, il periodo molto difficile delle divisioni fra i cattolici e nell’episcopato. Cominciano a essere ordinati validamente, ma senza l’approvazione del Papa, diversi vescovi. Tenuto conto della difficoltà e della complessità della situazione, la Santa Sede – con grande prudenza e saggezza – considererà naturalmente tali vescovi «illegittimi», ma non li dichiarerà scismatici e scomunicati. L’acme delle difficoltà viene raggiunto con il periodo caotico e gli eccessi violenti della «rivoluzione culturale» (1966-1976), con manifestazioni di vera persecuzione per tutti i credenti: allora anche tutti i cattolici – aderenti o meno all’Associazione patriottica – sono accomunati dalla sofferenza per la loro fede.

Dopo la morte di Mao subentra una certa tolleranza verso le religioni e anche la Chiesa cattolica trova una certa possibilità di riorganizzare la sua vita e la sua attività anche con una dimensione pubblica. Per sostenere la vita della comunità cattolica, Giovanni Paolo II attribuisce ai vescovi legittimi alcune facoltà (dette «facoltà speciali»), fra cui soprattutto quella di poter ordinare autonomamente un vescovo come proprio successore. Si viene così ad avere un certo numero di vescovi “che non aderiscono all’Associazione patriottica, con un proprio seguito di fedeli e anche di seminaristi. D’altro canto, vi è un crescente numero di vescovi «illegittimi», aderenti all’Associazione, che chiedono riservatamente e ottengono la comunione con il Santo Padre, trovandosi così nella condizione di essere riconosciuti dalle due parti. A questa situazione, impropriamente descritta come coesistenza di una «Chiesa clandestina» e di una «Chiesa patriottica» in tensione fra loro, intende porre fine con chiarezza e decisione la Lettera di Benedetto XVI, che afferma senz’ombra di dubbio che la Chiesa cattolica in Cina è una sola e in essa il ruolo dei vescovi è fondamentale; revoca le «facoltà e direttive speciali» così da far rientrare la Chiesa in Cina nell’ambito delle leggi canoniche generali; dà indicazioni e orientamenti pastorali per i rapporti fra i vescovi e le loro concelebrazioni eucaristiche o per la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni eucaristiche (lasciando un sapiente spazio di valutazione e discernimento agli interessati, cf n. 10), e propone come evidente e indiscutibile, coerentemente con l’ecclesiologia cattolica, l’obiettivo di arrivare a poter costituire una Conferenza episcopale unita, a cui appartengano tutti vescovi legittimi, riconosciuti dalla Santa Sede (nn. 7-8).

Coerentemente, la Lettera di Benedetto auspica esplicitamente la ripresa di un dialogo della Santa Sede con le autorità cinesi, riconoscendo che nella vita della Chiesa non dev’essere normale trovarsi in situazione di «clandestinità» (n. 8). Il dialogo deve mirare anzitutto a risolvere le questioni aperte circa la nomina dei vescovi: è necessario che si riconosca che il mandato dell’ordinazione deve venire dal Papa; può inoltre mirare a facilitare il pieno esercizio della fede dei cattolici nel rispetto di un’autentica libertà religiosa; e, infine, alla normalizzazione dei rapporti fra la Santa Sede e il Governo di Pechino.

Federico Lombardi, Introduzione, in Nell’anima della Cina, 40-45

Insomma, si tratta di un libro divulgativo e al contempo tempestato di contributi dal grande spessore scientifico; un’opera piena di spunti eruditi per chi voglia ampliare le conoscenze (normalmente scarse, nei nostri contesti) che abbiamo del mondo cinese, ma soprattutto una road map per il futuro – remoto ma anche prossimo. Il fatto che la Cina e la Chiesa scandiscano il tempo in decenni e secoli non ha impedito che questi ultimi lustri vedessero sbocciare germogli fino a poco prima impensabili. Hanno avuto modo di attestarlo, presentando a Villa Malta il libro, anche dei non-cultori di materie storico-teologiche come il presidente Paolo Gentiloni e il professor Romano Prodi.

Per approfondire ancora

Sentiamo pure il dovere di precisare in anticipo, a chi vedesse spalancarsi un mondo con questa lettura, che se alla Compagnia di Gesù si deve un ruolo decisivo nella storia di questi rapporti, ruolo senza il quale questi non sarebbero in bene quelli che sono, la sinologia non è appannaggio dei soli gesuiti: alla Urbaniana University Press si deve riconoscere il merito imprenditoriale di aver investito nella pubblicazione di opere prime in lingua italiana. Ad esempio Il vero significato del Signore del Cielo, grande catechismo teologico-filosofico di Matteo Ricci, è stato tradotto in italiano per la prima volta solo nel 2006, ossia 399 anni dopo la sua prima pubblicazione, da Alessandra Chiricosta, ed è stata la Pontificia Università Urbaniana (che adotta il testo nei suoi corsi di missiologia) a investire sulla sua pubblicazione.

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Sempre la medesima Università e il medesimo Editore hanno poi raccolto in un unico volume, a cura di Alessandro Dell’Orto e di Zhao Hongtao, otto anni di giornate di approfondimento organizzatedal Centro Studi Cinesi. Il titolo è Lezioni cinesi, il cui testo (in inglese e in italiano) ha visto la luce nella primavera dell’anno in corso.

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Presenti all’appello

Insomma, anche quanti affermano che la Chiesa si muoverebbe sempre con due secoli di ritardo su tutto dovranno stavolta ricredersi: se un miliardo e trecento milioni di persone al mondo parlano cinese e gli altri sei miliardi ignorano impunemente quella lingua antica e modernissima; se il 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese è stato trattato con imperdonabile leggerezza dai media occidentali generalisti, laddove da quelle linee discenderanno recta via implicazioni socio-economiche di impatto formidabile sulla nostra vita quotidiana – la Chiesa invece è già lì. Con secolare pazienza tesse trame, avvia processi, collabora fiduciosa al prevalere dell’unità sul conflitto, contempera il proprio ideale con un sano realismo e rifugge da interessi parziali. Ecco il bagaglio dell’homo œcumenicus, cioè del solo vero homo catholicus.




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