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6 caratteristiche di una vera resilienza

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Può essere attivata nei bambini così come in situazioni familiari complesse, ad esempio in presenza di un disabile. E rappresenta la rinascita di una persona dopo un periodo buio

4) La vita professionale

Nella vita professionale, nel tempo della malattia, persino di fronte a tragedie e disastri, è possibile esercitare resilienza.

Anche chi non si trova immerso in crisi, perdite o disastri come quelli raccontati nel capitolo, può domandare a se stesso:

1. Vivo con nostalgia le tradizioni oppure sono disposto a valorizzarle rilanciandole e innovando quando serve?

2. Mi sento paralizzato dalla paura perché non procedo alla stessa velocità degli altri oppure riconosco l’unicità del mio percorso di vita?

3. Mi isolo sempre più quando avverto la mancanza di qualcuno che mi sia davvero d’appoggio? Posso provare a dirlo a qualcuno?

5) Situazioni estreme

A coloro, invece, che stanno facendo i conti con situazioni estreme, consiglio di rimanere in contatto con se stessi e con quello che sono stati; di cercare di realizzare la migliore espressione possibile della propria umanità; di non cedere alle forme di estremismo, la più subdola delle quali è il fatalismo. Così ci avviamo a “rinascere ogni giorno”.

6) Tre forme di dialogo

Sostenere risorse di resilienza è oggi uno degli obiettivi prioritari degli interventi di soccorso: a una persona, a una famiglia, a un gruppo.

La resilienza si attiva quando a più livelli ci si rimette in connessione con la propria storia, ci si sente considerati e aperti a nuovi significati: questo può accedere solo se c’è una progettualità dialogica.

Il dialogo può essere interiore, come nel caso in cui si avverta una crisi rispetto alla propria professione. Se gli adulti sono messi nella condizione di integrare la difficoltà acuta nella propria storia, senza negarla, allora è possibile recuperare quella resilienza che si aveva da bambini.

Oppure il dialogo può essere familiare: come nel momento della malattia, quando non ci crediamo più autorizzati a sentirci vivi, siamo confusi e possiamo anche allontanare chi amiamo lasciando insinuare dentro di noi l’idea che siamo soli. A questo punto la leva che risolleverà il mondo si trova proprio in un incontro: con il partner, i figli, un membro della famiglia.

Ancora, il dialogo può riguardare un prendersi cura dei legami comunitari: nell’ambito di vicende traumatiche, come un terremoto devastante, nelle quali è coinvolta un’intera popolazione, la classe dirigente deve ricostruire ben sapendo che l’unico muro che rischia di rimanere intatto dopo un trauma collettivo è quello del silenzio, che non va rafforzato.

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