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Perché il buon Dio vuole che esistano i poveri

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Lo racconta in una fiaba il poeta austriaco Rainer Maria Rilke

E’ Dio che ha deciso che nel mondo debbano esistere i poveri. A raccontarlo in una fiaba è il poeta austriaco Rainer Maria Rilke.

La fiaba de “Perché il buon Dio vuole che esistano i poveri” è raccolta in “Storie del buon Dio” (edizioni Paoline) del poeta austriaco Rainer Maria Rilke. E’ la storia di un immaginario dialogo tra Rainer e un maestro, presidente di un’associazione per i poveri, nonché vicino di casa.

Anche questa, come le altre fiabe di Rainer, vuol mostrare il comportamento di Dio rispetto alle azioni compiute dagli uomini.

Vedere gli uomini vivi

Una volta, racconta il poeta, il buon Dio stava osservando ciò che succedeva in una grande città. Quando gli occhi gli si stancarono a causa della grande confusione – e a ciò contribuiva non poco la rete dei fili elettrici – decise di restringere per un certo periodo il proprio interesse a un unico alto edificio. Era decisamente meno faticoso. E in quel momento riprovò l’antico desiderio di vedere almeno una volta un uomo vivo. Per riuscirci concentrò lo sguardo sulle finestre dei singoli appartamenti, un piano dopo l’altro. Le persone abitanti al primo piano – un ricco commerciante e la sua famiglia – sembravano essere fatte solo di abiti. Infatti l’intero loro corpo era ricoperto di stoffe preziose.

L’uomo che impastava l’argilla

Al secondo piano non andò meglio. Gli abitanti del terzo piano erano già decisamente meno vestiti, ma erano così sporchi che il buon Dio non riuscì a scorgere su di essi altro che grigi solchi di sudiciume e, nella sua immensa bontà, era quasi pronto a comandare che producessero frutti. Infine, proprio sotto il tetto, in una stanza dal soffitto inclinato, il buon Dio trovò un uomo con indosso un abito dimesso. Era occupato a impastare argilla.

“La verità”

“Ehilà, dove l’hai presa?”, gli gridò.

Senza togliersi neppure la pipa di bocca, l’uomo bofonchiò:

“Solo il diavolo lo sa. Avrei voluto diventare calzolaio. Qui si sta sempre seduti a tribolare”.

L’uomo, che era di cattivo umore, non rispose alle altre domande che il buon Dio gli rivolse. Finché un giorno non ricevette una voluminosa lettera dal borgomastro della città. Allora raccontò tutto al buon Dio, senza che questi glielo avesse chiesto. Da molto tempo non aveva più ricevuto ordinazioni. Ora, invece, all’improvviso avrebbe dovuto realizzare per il parco municipale una statua intitolata “La Verità”. L’artista si dedicò all’opera giorno e notte in un laboratorio lontano.

Vestire la statua!

Ma, giunto il giorno in cui la statua intitolata “La Verità” avrebbe dovuto essere esposta nel punto del parco a essa riservato, dove anche il buon Dio avrebbe potuto vederla nella sua completezza, scoppiò uno scandalo: la commissione composta di consiglieri comunali, insegnanti e altre personalità influenti chiedeva che la statua fosse almeno in parte vestita, prima di essere esposta al pubblico. Il buon Dio non riusciva a capire perché, tanto suonavano alte le bestemmie dell’artista. Era colpa dei consiglieri, degli insegnanti e degli altri che lo avevano indotto in peccato e il buon Dio avrà certamente saputo con chi prendersela…

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