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Dopo Provenzano anche Totò Riina dovrà subire l’unico vero Giudizio. Quello di Dio.

Totò Riina
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Una vita intera immerso nel peccato, sprecando i doni che pure il Signore gli aveva concesso.

Totò Riina è morto. E’ morto stanotte alle 3.37 all’età di 87 anni. Qualcuno avrà tirato un sospiro di sollievo, qualcuno avrà detto “meglio così”, sicuramente qualcuno – forse pochi – lo avranno pianto. Si è pentito il boss Riina? Solo Dio lo sa, noi lo speriamo (per lui). Una riflessione che torna alla memoria è quella che fu fatta quando a morire fu il super boss Bernardo Provenzano e Don Maurizio Patriciello, prete antimafia molto rispettato, su Avvenire (del 14 luglio 2016) scrisse un editoriale pungente – come deve esserlo il Vangelo – dal titoloProvenzano, che peccato la sciupìo di una vita. Sono parole che suonano strane, se lette con le lenti del Mondo, strano se letto con le lenti dell’umanità. Strano perché alla notizia della morte del potente boss mafioso Bernardo Provenzano, l’autore prova pena e osa dire quello che nessuno penserebbe mai “che peccato”. Peccato perché Bernardo Provenzano ha dimostrato di essere un uomo a cui Dio ha donato molti talenti, peccato perché la vita di Bernardo Provenzano non verrà ricordata come quella di un uomo in cui i talenti di Dio si sono dispiegati per il bene comune, per gli altri. No. Provenzano quei talenti se li è tenuti per sé, per sfuggire a modo suo alla miseria, non tramite il lavoro onesto, ma tramite la rapina e la violenza. Stesso discorso che possiamo fare per Totò Riina di cui – appunto – era sodale e “amico”.

Bernardo Provenzano. Aveva tre anni in meno del suo vecchio amico Totò Riina. Come lui era nato a Corleone. Come lui aveva patito fame e ingiustizie. Come lui era dotato di una intelligenza viva, sveglia. Parlava poco, Provenzano. A differenza dell’altro amico, Luciano Liggio, che volentieri si lasciava andare, lui non amava aprirsi. Fin da giovane, con Riina si comprendeva con un solo sguardo. Hanno fatto male. Si sono fatti male. Hanno lasciato ai figli una tristissima eredità. Che peccato, il cedere al peccato. Che peccato, l’uomo che abdica alla sua dignità di uomo. Che peccato questa bramosia di possesso e di potere. Illogica, stupida, pericolosa. Le sue imprese, per niente coraggiose, sono conosciute da tutti. Non vale la pena ricordarle. Anche lui avrà l’onore di essere ricordato dalla storia. Le nuove generazioni verranno a conoscenza del suo nome e delle sue malefatte. Ma non lo invidieranno. Non ne avranno stima. Non lo ameranno. Un mafioso. Bernando Provenzano, deceduto mentre scontava il carcere duro, il 13 luglio del 2016, a 83 anni. Un mafioso che amava leggere la Bibbia. Chissà perché. Chissà che cosa cercava in quelle pagine. Chissà che cosa vi trovava. E nella Bibbia amava nascondere i suoi “pizzini”. Lo trovarono in un casolare. Nascosto come un animale randagio. Come Michele Zagaria, il capo della camorra cosiddetta dei Casalesi. Costui nascosto in un modernissimo bunker. Di cemento armato. Hanno ammassato una ricchezza immensa. Hanno ridotto alla fame intere generazioni. Hanno versato sangue. Tanto, tanto sangue. Sono stati trascinati in un delirio di onnipotenza impressionante. Hanno creduto di essere diventati dei. Non si sono accorti che dei lo erano davvero. Che il Dio nel quale dicevano di credere li aveva fatti immensi. Che erano uomini creati a immagine e somiglianza del Creatore del cielo e della terra.

Chissà cosa ha provato Provenzano? La fede cattolica ci dice che di fronte all’incontro con il Creatore di tutte le cose, con il Signore della Vita, anche la peggiore anima può trovare redenzione nel pentimento. Cosa avrà provato il “nostro fratello” Bernardo di fronte al Giudice Supremo? Avrà accampato scuse? Avrà provato a dire che è stato costretto? Come ha riletto la sua vita negli anni che gli sono rimasti?

Avresti potuto fare chissà quante cose belle. Lavorare con le tue mani. Mangiare il pane guadagnato con il sudore della tua fronte. E poi guardare negli occhi i figli e dire: «Non abbiate paura di imitarmi, sono stato un uomo onesto». Hai preferito mangiare pane velenoso. Pane che non sazia. Pane avvelenato.

Che peccato…

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