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Sapevate che le rivolte del ’68 furono “provocate” dai cattolici?

Tutto iniziò con l'occupazione della "Cattolica" di Milano
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Tutto risale ad una interpretazione troppo modernista (e poco veritiera) del Concilio Vaticano II. I primi a protestare gli studenti della “Cattolica” di Milano

Concilio “popolare”

Sul fronte più strettamente conciliare, quello che non funzionò fu l’apparato della comunicazione. Passò un messaggio molto diverso da quello che fu in realtà il senso del Concilio. Su questa onda si innestarono le proteste giovanili.

Nonostante nell’assise conciliare fosse stata ribadita un’impostazione etica complessivamente fedele alla tradizione, i media – che per la prima volta diedero una diffusione popolare dell’evento – trasmisero all’opinione pubblica l’immagine di una Chiesa “nuova”, enfatizzando (e spesso volgarizzando) alcuni temi delicati discussi dai Padri, quali il sacerdozio universale, la pari dignità di salvezza per tutti i credenti (che poneva in discussione la tradizionale gerarchizzazione tra gli stati di vita) e l’affermazione della libertà religiosa.

Il primato petrino

Tra le discussioni dogmatiche conciliari, quella forse più sofferta riguardò poi il primato petrino: da essa sarebbe scaturita una rivalutazione della capacità di orientamento ed influsso, a livello pastorale, della collegialità episcopale, secondo una sensibilità già maturata nelle Chiese nazionali, in particolare quella francese e quella tedesca. Tali complesse riflessioni dogmatiche avrebbero di lì a poco trovato una rigorosa definizione nelle costituzioni dogmatiche Dei Verbum e Gaudium et Spes, costituendo il vero novum del Vaticano II.

Una finta chiesa “democratica”

A livello popolare, invece, i quotidiani (soprattutto con l’emergere nel giornalismo di una nuova figura professionale, quella del “vaticanista”) produssero da subito una volgarizzazione di contenuti dibattuti nell’Assise, diffondendo la convinzione che le istituzioni ecclesiastiche, per una sorta di “progressismo”, stessero imboccando al loro interno un cammino di ripensamento della propria struttura gerarchica, quasi alla stregua di un partito politico.

Si impose così un’immagine di Chiesa più “democratica” – idea in realtà frutto della semplificazione dei mezzi di informazione – che concorse all’attestazione di quella critica generalizzata dell’autorità che fu alla base del pensiero sessantottino, peraltro sollecitata a livello civile anche da questioni di carattere internazionale, in particolare le rivendicazioni della popolazione di colore negli USA (www.ilsussidiario.net, 2008).

“Generazione politica”

Al di là delle ricostruzioni sul senso e le ragioni del ’68 cattolico, la generazione che scese in piazza si è definita ed è stata poi a lungo identificata come il prototipo di una “generazione politica” per eccellenza. In termini sintetici, si può dire che il bersaglio polemico della contestazione studentesca sia stato l’autoritarismo ed il formalismo della società adulta, considerata colpevole di voler imporre modelli di comportamento, stili di vita, valori “retorici” (www.culturacattolica.it).

Un anno, lungo molti più anni, passato nell’opinione pubblica come la “sbornia” di una turbolenta fase della nostra storia, nata come contestazione a tutti gli autoritarismi, che ben presto si è sviluppata in azioni di massa, trasformando alle radici i comportamenti e i linguaggi sociali (www.toscanaoggi.it, 2008).

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