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Sapevate che le rivolte del ’68 furono “provocate” dai cattolici?

Tutto iniziò con l'occupazione della "Cattolica" di Milano
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Tutto risale ad una interpretazione troppo modernista (e poco veritiera) del Concilio Vaticano II. I primi a protestare gli studenti della “Cattolica” di Milano

Dagli atenei ai seminari

L’evoluzione delle proteste portò all’ondata travolgente del ’68, con gli studenti della Facoltà di medicina della Cattolica di Roma in piazza San Pietro già a metà gennaio. Sui loro cartelli di protesta si potevano leggere frasi come «Dio ci ha dato la libertà, la Cattolica ce l’ha tolta». E ancora il cosiddetto “controquaresimale di Trento”, il 26 marzo 1968, quando uno studente cattolico contestò pubblicamente il predicatore nella cattedrale; l’occupazione della cattedrale di Parma il 14 settembre.

In estrema sintesi: mentre la contestazione nelle scuole e all’università si secolarizzava, perdendo di vista le sue origini “religiose”, la protesta usciva dalle aule ed entrava sotto altre forme nelle chiese, nei seminari, tra i gruppi parrocchiali.

Ideali “troppo alti”

Roberto Beretta, giornalista di Avvenire, nel libro  Cantavamo Dio è morto. Il ’68 dei catto­lici” spiegava le ragioni della protesta: «Si parlava molto di mettere in pratica il Concilio e anche di più: di attuare il famoso (e fumoso) “spirito del Concilio”. Ma non tutto nella contestazione cattolica era strumentale o anti-gerarchico, anzi forse il suo maggior difetto non fu tanto la destabilizzazione delle strutture tradizionali, bensì la scelta di darsi ideali troppo alti senza la consapevolezza (che in realtà avrebbe dovuto essere contenuta nel Dna stesso dei cattolici…) che comunque la vera salvezza, l’unica e definitiva “rivoluzione”, non si sarebbe mai potuta compiere con le sole forze umane né seguendo qualsivoglia ideologia terrena».

Cattolici “marxisti”

Ci furono ambiti e periodi in cui cattolici e marxisti non si distinguevano affatto, evidenzia Beretta. «La cosa più sconcertante, infatti, fu l’appiattimento di molti credenti (preti compresi) sugli strumenti di analisi marxista, o comunque materialista. L’imperativo era infatti “rovesciare le strutture”: come se non sapessimo da almeno duemila anni che il male sta invece nei cuori e che anche la struttura più perfetta non è di per sé la “salvezza”…».

L’errore dei sessantottini cattolici

Lo studioso del ’68 cattolico è categorico: «Credo che la colpa principale dei cattolici nel Sessantotto fu esattamente questa: invece di portare all’interno del movimento studentesco e della contestazione gli ingredienti fondamentali della loro millenaria sapienza teologale ed umanistica, mitigando così gli eccessi della protesta, si fecero contagiare da atteggiamenti contro i quali la fede stessa avrebbe dovuto vaccinarli» (it.zenit.org, 2009).

La messa “beat”

Un esempio pratico di questo contagio lo ricorda sul Corriere della Sera (30 aprile 1967) quando a Udine, durante la celebrazione di una messa “beat“, i sessantottini “cattolico-marxisti” si esprimevano così:

«Non bisogna condannare le nuove generazioni per i loro atteggiamenti.

E non importa se sono capelloni; in fondo, i capelli lunghi li portava

anche Gesù. Quanto alla Messa beat non vedo motivo di gridare

allo scandalo. […] anche sul piano religioso, con i giovani dobbiamo riuscire

a stabilire un dialogo; e non si può dialogare se non si conoscono

i gusti e la mentalità dell’interlocutore».

Youtube
Il '68 cattolico nelle chiese
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