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Chiesa e massoneria: è possibile una qualche vicinanza?

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L’evento del colloquio di Siracusa, svoltosi nei giorni scorsi, è utile a ripercorrere le ragioni storiche che hanno accompagnato la nascita della libera muratoria, ma pure a ricapitolare le ragioni dell’inconciliabilità tra l’obbedienza liberatrice a Cristo e quella a una loggia: il Signore è un Dio geloso – e difende i propri diritti.

Noi non siamo ottimisti

A parte la confusione tra mezzi e fini, che di per sé basterebbe a dire l’incompatibilità radicale, sussiste nella massoneria un ottimismo antropologico che, sì, può storicamente collocarsi nel clima di positivismo scientifico attorno al quale fermentò la sua costituzione moderna (24 giugno 1717), ma che in ultima analisi l’esperienza cristiana – lumeggiata dalla Rivelazione – sa infallibilmente essere foriera di grandi rovine. Perché l’uomo, di per sé, non è capace di compiere davvero il bene – appena può desiderarlo, e quasi sempre lo desidera anche male. Ciò che la Tradizione della Chiesa ha costantemente chiamato “peccato originale” agisce nella vita di ogni persona, e desta stupore che alcuni possano non sobbalzare al pensiero di aver, innumerevoli volte nella vita, fatto il male che non volevano ed evitato il bene che volevano. Su quali basi, con quali forze la massoneria pretende che gli uomini guadagnino quella costanza che solo la grazia di Dio riesce ad alimentare? E quando i loro fratelli cadranno – perché tutti gli uomini cadono – con quale forza e in nome di cosa li perdoneranno? Chi può rimettere un debito se non gli è già stato rimesso il suo?

Storia e propaganda

Dopo l’intervento di mons. Staglianò la platea ha assistito all’interessante spettacolo di un Santi Fedele estremamente teso ma ugualmente controllato, che al proprio (denso) intervento ha premesso una “precisazione” relativa ai «frequenti insistiti riferimenti di mons. Staglianò al tema di una presunta mancanza di trasparenza nel Grande Oriente d’Italia»:

Non c’è un aspetto della vita dell’obbedienza a cui appartengo – che non è un’astratta “massoneria”, ma il Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustianiani: la più antica e numerosa e internazionalmente accreditata comunione massonica italiana – che non sia aperto all’osservazione dei profani. Signori! Collegatevi: www.grandeoriente.it, e non c’è aspetto di quello che riguarda la nostra vita di cui voi non possiate avere immediata conoscenza. Le nostre Costituzioni, i nostri Regolamenti, l’elenco delle nostre 870 logge, i componenti della nostra Giunta, con le nostre foto, con le nostre facce, con i nostri profili nel mondo e all’interno della massoneria. Tutte le nostre iniziative, giorno per giorno: tutto quello che facciamo, tutto quello che diciamo. In moltissime parti d’Italia abbiamo aperto le nostre sedi perché possano ospitare momenti di incontro e di dialogo con tutti.

Il piglio del televenditore (in senso buono, si capisce), e subito Fedele si è corretto aggiungendo: «Epperò abbiamo il diritto alla riservatezza, come ce l’hanno gli afferenti all’Opus Dei [sic!], come ce l’hanno al Rotary, al Lions: siamo cittadini della Repubblica e portatori degli stessi identici diritti». La stizza era meno per mons. Staglianò, si direbbe, che per il sottotesto (implicito ma infuocato) della frizione con la Commissione Antimafia, che aveva formalmente richiesto gli elenchi di tutti gli aderenti alle logge siciliane… (altra storia: un tema spinoso su cui si sono levate molte voci indignate ma sono arrivate poche risposte).

Il dato d’interesse della relazione di Fedele, molto puntuale ed approfondita, sta nella ricollocazione della nascita della massoneria teoretica nel contesto dell’Europa del primo XVIII secolo. La Pace di Westfalia a stento mantenuta, le guerre di religione che da secoli avevano preceduto, accompagnato e seguito lo Scisma d’Occidente e la Riforma luterana; d’altro canto le grandi scoperte scientifiche e geografiche che moltiplicavano le occasioni di crescita dell’umana famiglia, nonché le immancabili tentazioni che l’avrebbero minata. L’anelito alla fraternità universale trovò allora sbocco nell’idea di costruire una cerchia di illuminati volta a favorire il bene dell’umanità.

Ascoltando Fedele ho pensato che grandi spiriti come Mozart – l’Ave Verum non si può scrivere senza amare Gesù Cristo sopra ogni cosa! – non si sarebbero mai dati alla comunione massonica, se non vi avessero intravisto la risposta al loro più vivo desiderio, che – come avrebbe scritto nel XX secolo la Gaudium et spes – «è pure quello della Chiesa» (GS 1). Il tono del professore (evidentemente apologetico – e non c’è niente di male: l’apologetica è un genere letterario legittimo) era visibilmente volto a enfatizzare le antiche glorie e minimizzare gli scandali contemporanei. D’altronde, della P2 e di Licio Gelli si sa molto di più che dei mitici primi fratelli raccolti a Londra quel primo 24 giugno…

Ma pure sorvolando su questo punto, il quadro offerto da Fedele non poteva convincere un cristiano (nel video si nota che nell’attenzione di mons. Aliotta durante il suo intervento sembra aleggiare una tenera tristezza): tanta rettitudine morale, tanta altezza di principî, tanta nobiltà di sentimenti non possono essere gli unici contenuti di un cuore umano, che sempre invece patisce lo scacco, la delusione, l’amarezza – anzitutto da sé stesso.

Il metro della carità

A quella titanica e impossibile pretesa, del resto, aveva appena teso la mano mons. Staglianò: «Non lo stabilisco io, se siete vicini o lontani» (il riferimento era al titolo del convegno), ma “il kèrygma di Gesù”.

E allora volevo dirvi: visto che la scomunica vi toglie ogni possibilità di comunanza – perché siete fuori dalla Chiesa cattolica! – fate chiarezza, venite allo scoperto. Se c’è una vostra intenzione di gridare e appellarvi a valori come la dignità umana, la libertà religiosa, mostrate il vostro volto. A ora, essendo scomunicati, siete nella più abissale lontananza. Ma è possibile immaginare una certa vicinanza nell’abissale distanza? Ecco uno sforzo del lògos. E questo esercizio intellettuale (che con Rosmini vorrei chiamare “carità intellettuale”) che cosa porterebbe? Porterebbe i cattolici disorientati perché massoni e ai cattolici che si credono non-disorientati, perché “cattolici doc”, puri!, a riflettere anche sull’abissale distanza di chi si crede vicino, anzi centrale. Ma peccatori lo siamo tutti, lo ricorda sempre anche il Papa, ma corrotti mai: chi è corrotto, fosse anche un Vescovo, è abissalmente lontano dalla Chiesa cattolica! Il comandamento non adulterare vale per tutto: se hai un buon vino e lo annacqui, se hai una brava moglie e vedi un film pornografico, tu stai rovinando il buono che hai. San Paolo dice: «Se anche dessi i miei averi ai poveri e non avessi la carità, non sono niente». E non servirebbe fare la carità? Non possiamo trovarci nelle cose che facciamo: la carità è quella di don Pino Puglisi, che mentre lotta contro la mafia sorride a chi gli spara e lo uccide. In quel sorriso che perdona sta la carità, quella è la sola cosa che può unirci o dividerci – questo è il kèrygma cristiano. Rispetto a questo siamo tutti fuori o tutti dentro, tutti vicini o tutti lontani.

Uno dei tratti più originali e belli della relazione di Staglianò è stato appunto l’aver sciolto tutte le tensioni dovute alle polemiche che già infiammavano: i massoni sono a rischio tanto quanto i “kattolikoni”, com’è vero che il fratello maggiore della parabola non vive da figlio più del minore: «Lo dico anche a quei cattolici che, non usando il lògos, usano la ghigliottina» – un’immagine efficace da ritenere.

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