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Chiesa e massoneria: è possibile una qualche vicinanza?

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L’evento del colloquio di Siracusa, svoltosi nei giorni scorsi, è utile a ripercorrere le ragioni storiche che hanno accompagnato la nascita della libera muratoria, ma pure a ricapitolare le ragioni dell’inconciliabilità tra l’obbedienza liberatrice a Cristo e quella a una loggia: il Signore è un Dio geloso – e difende i propri diritti.

Il colloquio di Siracusa

Pochi giorni fa ha avuto luogo – nel centro storico della cittadina siracusana – un colloquio promosso dal Grande Oriente d’Italia, il cui titolo suona “Chiesa e massoneria, così vicini così lontani?”. Tanto è bastato per scatenare una ridda di polemiche da parte di cattolici (fortunatamente) non immemori della della Humanum Genus, ma (sfortunatamente) poco fiduciosi riguardo alla prudenza dei loro pastori. Molto opportunamente, un sacerdote blogger che conosce bene la gloriosa Chiesa di Siracusa e il suo pastore, ha sintetizzato lo stato dei fatti come segue:

Un uomo di esperienza pastorale, prudente e anche umile come l’attuale Arcivescovo Metropolita di Siracusa, non cadrebbe mai in un simile tranello, ed infatti non c’è caduto. Ciò che è realmente accaduto è semplicemente questo: quei quattro liberi professionisti e clinici più o meno tromboni che compongono una delle locali logge massoniche, hanno chiesto un confronto durante un convegno promosso dal Grande Oriente d’Italia. Poi, che i picciotti della Libera Muratoria abbiano stampato nella locandina dell’evento un Cristo col compasso, è una mancanza di buon gusto non imputabile certo all’Arcidiocesi, perché sul manifesto non c’è né lo stemma dell’Arcivescovo Metropolita né la dicitura “Col patrocinio dell’Arcidiocesi di Siracusa”. Pertanto, a chi chiede un confronto, la Chiesa offre da sempre confronto. E questo confronto sarà tenuto da un vescovo e da un presbitero, entrambi teologi.

«Così la neve al sol si dissigilla», direbbe Dante. Ma il colloquio c’è stato, e a questo punto era diventato importante assistervi e magari poterlo documentare. Ciò che è stato appunto fatto, e tutti gli interventi sono ora fruibili su YouTube.

In particolare l’intervento di mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto, è già circolato parecchio, in rete, per via dell’afflato pastorale che ha animato i suoi appassionati (e appassionanti) 50 minuti di allocuzione. Poiché il tutto è documentato in video, e poiché del resto esistono già ottime cronache dell’evento, indugeremo appena su qualche aspetto, relativo prima all’intervento di monsignor Maurizio Aliotta e poi a quello del professor Santi Fedele.

Punti di irriducibile distanza

Dopo lunghi minuti di “acclimatamento” – la tensione è stata palpabile in tutti dall’inizio alla fine dell’evento – mons. Aliotta si è detto desideroso di evidenziare semplicemente due elementi di “falsa contiguità” tra massoneria e Chiesa cattolica.

Prendiamo per esempio il dépliant dell’evento – ha detto il teologo siracusano – : io non avrei scritto “Uomo” con la maiuscola. Perché questo? Potrebbe sembrare che l’uomo diventi artefice dei propri progetti di salvezza, e questo è ciò che nega il cuore stesso della fede cristiana, che vede invece la salvezza come dono gratuito di Dio. Quindi la nostra teologia della grazia su questo punto avrebbe qualche difficoltà, a pensare l’“Uomo” con la maiuscola… mentre d’altro canto [per i massoni, N.d.R.] questa potrebbe essere la cifra stessa dell’antropologia. Ma tutte le confessioni cristiane concordano, su questo: se l’uomo pretende di essere l’artefice della propria salvezza si avvia su itinerari che lo portano, al contrario, a distruggersi.

Un altro (solo) apparente motivo di convergenza evidenziato da mons. Aliotta è insito nella categoria di “tolleranza”:

Ora, che la tolleranza sia un valore positivo nella tradizione cristiana qualcuno lo ha anche messo in dubbio. In realtà, nella tradizione cristiana, già dall’antichità, la tolleranza aveva un importantissimo significato. Penso a quanto Tertulliano scrisse che Gesù, sulla croce «ha tollerato il peccato dell’uomo». Il che non vuol dire accondiscendere al peccato, ma farlo proprio per superarlo. I temi vanno dunque esplorati nella loro profondità semantica.

Infine il teologo dell’Arcidiocesi ha voluto riprendere un’osservazione pratica delle note antropologiche emanate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1984:

Per un cristiano cattolico, tuttavia, non è possibile vivere la sua relazione con Dio in una duplice modalità, scindendola cioè in una forma umanitaria – sovraconfessionale – e in una forma interna cristiana. Egli non può coltivare relazioni di due specie con Dio, né esprimere il suo rapporto con il Creatore attraverso forme simboliche di due specie. Ciò sarebbe qualcosa di completamente diverso da quella collaborazione, che per lui è ovvia, con tutti coloro che sono impegnati nel compimento del bene, anche se a partire da principi diversi. D’altronde un cristiano cattolico non può nello stesso tempo partecipare alla piena comunione della fraternità cristiana e, d’altra parte, guardare al suo fratello cristiano, a partire dalla prospettiva massonica, come a un «profano».

Simile a quella, antica, per cui la Chiesa ha respinto lo gnosticismo, in questo passaggio, in fondo, sta espressa la radicale incompatibilità tra cristianesimo e massoneria, che si presentano come se la prima fosse una moglie fedele e gelosa e la seconda un’amante che facesse professione di uguale fedeltà ma non esprimesse pari gelosia. La situazione è appunto questa: la massoneria protesta di non proibire assolutamente, ma anzi di favorire e di incoraggiare, la credenza in un essere supremo, ma di fatto costituisce una “super-chiesa” raccolta attorno a un focolare fatalmente vuoto, perché nessuna rivelazione vi è accolta e neppure vi viene formulato un bagaglio minimo dogmatico (dall’Ottocento le logge francesi non chiedono più ai loro “fratelli” di credere nel GADU!). Si capisce quindi perché un Dio geloso come il Dio cristiano non possa in alcun modo tollerare che la propria Chiesa, destinata ad essere «sacramento universale di salvezza», venga inglobata in un’organizzazione superiore: nella Chiesa la filantropia è mezzo per attingere il fine ultimo dell’uomo, che è Dio; nella massoneria essa è il fine a cui gli uomini dovrebbero autonomamente volgere i propri sforzi.

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