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Spiritualità

Che ne sarebbe di noi se vivessimo solo questa vita?

Rodolfo Edelmann / Flickr / CC

padre Carlos Padilla - pubblicato il 15/11/17

Dipende da me che la vita meriti di essere vissuta

Mi fa paura vivere pensando solo a quello di cui ho bisogno. A quello che mi manca. A quello che mi piace. Facendo progetti meravigliosi. Tessendo storie che voglio che si realizzino. Mi fa paura vivere pensando solo a me.

Forse per questo mi piace alzare lo sguardo al cielo. Pensare ai santi che mi precedono. E, sentendomi tanto lontano da loro, pensare che anche così sono chiamato ad essere beato. Mi fa paura non esserlo.

Cerco solo ciò che desidero. Abbraccio quello di cui ho bisogno e mi lego a quello che mi dà la vita. Come se fossi un naufrago che si aggrappa alla sua isola.

Guardo la Chiesa del cielo che mi precede nel cammino. Guardo chi offre la sua vita in forma anonima senza aspettarsi nulla in cambio.

Dipende tutto da me. Posso lasciar passare il tempo sprecando la vita. Posso, guardando il cielo, pensare che valga la pena di vivere. Posso farlo se prendo coscienza di tutto il mio potere. Di tutta la mia impotenza. Di tutto il mio sapere. E della mia ignoranza.

Posso farlo solo se mi metto nelle mani di Dio e confido. Come i santi. Tutti santi prima di me. Tanti mi seguono. Tanti che io precedo per età, ma che sono più santi. Tanti che sono passati per questa stessa terra che ora calpesto. Essendo più santi.

E mi conformo a passi mediocri. Ad atteggiamenti troppo umani. O del mondo. E non riesco a scendere dal piedistallo su cui salgo cercando la gloria. Non quella dei santi. La gloria umana.

Quella che passa e mi lascia svuotato.

Leggevo giorni fa: “È imprescindibile scendere dai podi dai quali il mondo si vede solo a metà. Per rialzare, insieme, i corpi piagati. Per versare acqua fresca sulle labbra secche che altrimenti si chiuderanno inerti. Per imparare a guardarci allo specchio di un’umanità spezzata. Per sapere cosa bisogna denunciare e annunciare. Per, scoprendo i colpi, aiutare a sanarli. Perché l’amore sia infinito. È imprescindibile saper stare a volte in quella terra aspra calpestata da piedi scalzi, quella terra secca e sgretolata in cui le carenze sono più dannose e le lacrime più certe” [1].

Mi piace pensare che posso essere santo con i piedi scalzi. Senza grandi discorsi. Senza gesti eclatanti. Santo dalla biografia breve. Non c’è molto da raccontare. E l’amore infinito non ha misura. Un amore smisurato.

Voglio scendere sul suolo aspro percorso da mille passi. Farlo con la consapevolezza che sto cambiando il mondo. Anche se in apparenza non sto cambiando nulla. Dipende da me. Dal mio “Sì” innalzato come un vessillo. Dalla mia lotta per toccare le nubi più alte.

Voglio essere santo, ma non degli altari. Un santo unto nello Spirito dalla forza misteriosa che solo Dio può darmi. La mia storia si scrive a ogni ora.

Mi metto in cammino. Voglio versare acqua fresca e guarire le ferite. Voglio alzare le mani di coloro che soffrono e sono più soli. Voglio abbracciare e consolare. Dipende da me. Dal mio “Sì” elevato ogni giorno sul mondo delle menzogne.

Desidero la saggezza che viene dall’alto. La saggezza dei santi: “La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano”.

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