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Quando l’arte urbana è causa di polemica, quale rifugio per l’artista?

Cyril BADET I CIRIC
La sculpture en bronze représentant Jean Paul II. Œuvre de l'artiste Zurab Tsereteli, offerte à la ville de Ploërmel dans le Morbihan.
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L’integrazione di opere d’arte nella strada non lascia indifferenti i passanti e scatena spesso polemiche. Quale che sia il messaggio che esse veicolano, si trovano talvolta messe in discussione, a torto o a ragione. A fronte delle pressioni dell’opinione pubblica, delle istituzioni o dei gruppuscoli ideologizzati, dove l’artista può trovare riparo?

Con una decisione del 25 ottobre 2017, il Consiglio di Stato ha ordinato lo smantellamento della croce sovrastante la statua di Giovanni Paolo II piazzata sull’omonima piazza, nel comune di Ploërmel. Questa inedita decisione censura l’arte religiosa nello spazio pubblico. Se la sua legittimità è oggetto di intense discussioni, la questione della sua applicazione resta tanto più incerta in quanto il diritto protegge l’opera da ogni alterazione.

Una polemica inedita

La statua di Giovanni Paolo II, realizzata dall’artista russo Zourab Tsereteli, non è la prima opera d’arte a scatenare una polemica in quanto presente nello spazio pubblico. A precederla diverse altre opere, che hanno suscitato vivaci reazioni: l’affresco murale L’État matraquant la Liberté di Goin a Grenoble, il Bouquet of Tulips di Jeff Koons davanti al Palazzo di Tokio, il Dirty Corner di Anish Kapoor a Versailles, il Tree di Paul McCarthy a Vendôme, le colonne di Buren al Palazzo Reale, il Pont Neuf imballato di Christo, la piramide del Louvre di Ieoh Ming Pei. Ciascuna per ragioni proprie, queste opere hanno scandalizzato il pubblico. La polemica che riguarda la statua di Giovanni Paolo II, comunque, è inedita. Qui, l’artista non ha cercato di urtare la sensibilità, di interrogare la società oppure di provocare uno scandalo o un dibattito pubblico. L’opera si contenta di rendere omaggio a un grand’uomo, esemplare per il suo percorso umano e spirituale. Inedito anche perché la polemica è nata non dall’opera in sé, ma da un gruppuscolo a cui dà fastidio la croce.

Il rovescio dell’opera: politica e valori sociali

Fino al XX secolo, lo spazio pubblico era disseminato di oggetti destinati a incarnare il potere politico e quello religioso. Statue, archi di trionfo, obelischi, reliquiari, tutti hanno per funzione onorare dei grandi uomini, commemorare un avvenimento storico, incarnare un mito o una credenza. L’opera pubblica è esemplarità. Con l’emergere dell’arte moderna, gli artisti conquistarono la loro indipendenza. Cessarono di essere i media di un potere e presero ad esserlo della loro propria estetica. L’arte non commemorò più, allora, il passato, e s’impregnò di presente. L’arte ci rimanda l’immagine della nostra società, estetica o sgraziata. Ma l’arte pubblica, nondimeno, resta purtuttavia politica. Quale opera d’arte si vuole esporre in pubblico? Quali valori si vogliono proporre come esemplari per la nostra società? Naturalmente, lo Stato e i comuni non sono dei collezionisti qualunque. L’esposizione dell’opera, che commuova o dispiaccia, risulta imposta a tutti. L’opera è dunque esposta pure alla polemica, al vandalismo dei suoi detrattori, alle degradazioni del tempo e alla censura.

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