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Perché non dovreste costringere i vostri figli a chiedere scusa

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C'è qualcos'altro che dovreste imparare prima

Mi sento sempre più a disagio con il modo in cui cerco di risolvere i litigi dei miei figli. È una formula piuttosto collaudata, che uso da anni – ascolto le lamentele di entrambe le parti, senza permettere che una interrompa l’altra. Tenendo conto del temperamento, della storia comportamentale e del livello attuale di indignazione innocente (perché l’esperienza mi dice che maggiore è l’offesa, superiore è la possibilità di colpa), cerco di capire chi deve le proprie scuse – in genere entrambi.

In genere sono entrambi costretti a porgersi delle scuse riluttanti e senza significato prima di riprendere la propria strada solo per trovarsi nella stessa situazione dopo poche ore (o pochi minuti, in base al giorno).

Questo metodo produce risultati poco desiderabili. Fondamentalmente, il loro rapporto non cambia e non migliora, e siamo tutti immersi in un ciclo infinito di battibecchi e frustrazione. Ero quindi molto interessata quando ho letto questo post su Motherly su come insegnare ai bambini la responsabilità in ogni settore della vita – incluso il rapporto con gli altri:

Quando vostra figlia ferisce i sentimenti del fratellino, non costringetela a scusarsi. Lei non sarà convinta, e questo non aiuterà lui. Ascoltate invece ciò che prova vostra figlia per aiutarla a elaborare quelle emozioni complesse che l’hanno portata a sbraitare contro di lui.

Poi, una volta che vostra figlia si sente meglio, chiedetele cosa può fare per migliorare le cose tra loro. Forse sarà pronta a chiedere scusa, ma questa ipotesi potrebbe sembrarle come perdere la faccia, e potrebbe quindi preferire riparare alla situazione leggendogli una storia o aiutandolo con i compiti o ad apparecchiare la tavola, o ancora dandogli un forte abbraccio.

Questo insegna ai bambini che il loro modo di trattare gli altri ha un costo e che hanno la responsabilità di rimediare quando fanno qualche danno. Ma visto che non la state forzando, vostra figlia è in grado di scegliere di riparare e probabilmente lo farà più spesso quando se ne verificherà l’occasione.

Ammetto di aver letto tutto questo con un po’ di scetticismo. Non mi piace l’idea di promuovere la nozione che le scuse si possano evitare perché sembra che si “perda la faccia”. Non è il tipo di dinamica interpersonale che voglio che imparino i miei figli. Voglio che imparino che riconoscere e ammettere un comportamento sbagliato è essenziale non solo per mantenere i rapporti, ma anche per crescere in virtù e bontà… ma non è quello che insegno loro quando li obbligo a scuse borbottate senza intenderle davvero prima di permettere loro di scappare via.

Penso che sia perché mi manca l’ingrediente fondamentale menzionato nell’articolo. Ascolto chi ha fatto cosa, ma non perché lo ha fatto. Spesso interrompo le spiegazioni sul motivo perché sfociano in una battaglia senza fine su chi è il più cattivo.

Forse, però, prendermi del tempo per ascoltare individualmente i miei figli, lontano dal campo di battaglia, aiuterebbe sia me che loro a capire le dinamiche del rapporto e a trovare un modo per modificarle. Potrebbe essere un obiettivo troppo elevato, ma conversazioni di questo tipo offrirebbero molti momenti istruttivi, come aiutare i miei figli a imparare come identificare le loro emozioni e insegnare loro che essere feriti non è qualcosa che possono (o dovrebbero) ignorare, ma inveire per ferire a propria volta non è il modo migliore per gestire le proprie emozioni.

Allo stesso modo, dar loro l’opportunità di riparare al danno che provocano quando si feriscono a vicenda è un modo tangibile per iniziare a lavorare sul concetto di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, il che è una parte centrale del fatto di aver agito male. Dopo tutto, se non imparano che le loro azioni hanno delle conseguenze reali insegnare loro a scusarsi è inutile. Scusarsi non ha senso se non capiscono perché quello che hanno fatto è sbagliato, e come possono migliorare. La vera responsabilità riguarda proprio questo, nei rapporti e nella vita.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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