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Come accettare la fine della vita

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María Reales - pubblicato il 09/11/17

“La morte è una vita vissuta. La vita è una morte che viene” - Jorge Luis Borges

Ci sono momenti della vita che si fa fatica ad accettare. Come può essere? Perché a me? E ora? Forse avevamo un presentimento, ma nella pratica la notizia inaspettata che siamo nella fase terminale della nostra vita giunge in un momento inopportuno: “A dicembre nascerà mio nipote e l’anno prossimo io e Giovanni festeggeremo 30 anni di matrimonio. Ho ancora tante cose da vivere!”

Ma capita. In un istante la vita si capovolge e tutto acquista un altro senso. Quello che ieri era fondamentale e improrogabile oggi è diventato una questione del tutto prescindibile e superflua. Al contrario, cose dimenticate o pendenti da risolvere diventano importanti.

Si verificano anche casi di malati che in modi diversi evitano il tema e non si danno la possibilità di condividere il dolore che provocherà irrimediabilmente la perdita. In entrambi i casi, l’invito alla riflessione spirituale è un buon punto di partenza per affrontare e vivere il processo dell’ultima tappa della vita.

Da quando iniziamo ad avere una coscienza sappiamo che la morte arriverà, in un momento o nell’altro, anche se senza soffermarci a pensare ad essa tendiamo a proiettarla nel lungo termine, a immaginarla nella vecchiaia. Per ora abbiamo tanto tempo davanti a noi, pieno di propositi, illusioni, desideri e aneliti.

E tuttavia la morte fa parte dell’essenza della natura umana. La vita ci riserva tre grandi eventi fondamentali – la nascita, la vita e la morte. La morte è l’ultima ad arrivare. Non scegliamo noi il momento, anche se è certo che inconsapevolmente abbiamo vissuto come se fossimo immortali.

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Possiamo o vogliamo sentire la voce della morte quando si avvicina?

È difficile trovare le parole esatte per esprimere le emozioni e i pensieri che ci provoca la malattia quando è terminale. Si tratta di un’esperienza unica, che ci riporta al principio della nostra esistenza e allo stesso tempo ci pone al punto di partenza di un viaggio sconosciuto, il lutto, un momento per accettare l’ultima perdita. Chi ci accompagna prova paura e impotenza per il fatto di non poter influire sulla direzione della realtà che si impone.

C’è un’abbondante produzione letteraria che svela le chiavi del lutto per aiutare a sopportarlo e a elaborarlo. Gli autori concordano sul fatto che la reazione automatica provocata dallo shock traumatico è la negazione, che si manifesta nella resistenza all’accettazione. Affermazioni come “Sembrava che andasse tutto bene!”, “Non me lo aspettavo!” o “Deve trattarsi di un errore!” sono abituali e allo stesso tempo molto umane.

È certo che il malato cade in uno stato di incertezza, di dolore profondo e intenso, perfino di profonda preoccupazione. “Cosa mi succederà?”, “Che succederà alla mia famiglia?”, “Ho questioni pendenti da risolvere!” L’anticamera della morte produce una tempesta di sentimenti che vivremo e supereremo inevitabilmente.

Il modo in cui accettiamo la morte “consapevole” in una fase terminale dipende da molti fattori, ma è fondamentalmente legato alla persona che siamo e a quella che siamo diventati nel corso della nostra vita. Influisce anche sulla nostra capacità di far sì che la consolazione ci conforti e ci accompagni. Le testimonianze di malati terminali e di professionisti del settore sanitario in questo campo coincidono su questi temi:

  • È importante sapere la verità per mantenere la dignità
  • Bisogna avere accesso alle cure palliative che evitino il dolore fisico
  • Si deve poter contare sulla cura, la fiducia e l’accettazione dei propri cari
  • Si deve poter manifestare ed esercitare il diritto a un sostegno spirituale che offra serenità e aiuti a vivere questo momento in pienezza.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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