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Fabrice Hadjadj: «Essere umani significa volgersi al mistero di Dio o alla vita sessuale delle mosche»

© DR
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Il filosofo Fabrice Hadjadj pubblica per le edizioni Tallandier “Dernières nouvelles de l’homme (et de la femme aussi): chroniques d’une disparition annoncée” [Ultime notizie dall’uomo (e pure dalla donna): cronache di una scomparsa annunciata, N.d.T.]. In questa compilazione dei due anni di articoli per il quotidiano italiano Avvenire, ripubblicate in Francia dalla rivista Limite, se la prende – col suo stile elevato e grondante humour – ai dogmi del progresso, del tecnicismo e del consumismo. Ha risposto alle domande di Aleteia su questa serie di testi che cerca di rimettere l’Uomo al cuore della nostra società.

Aleteia: L’impresa tecnologica al cuore della riflessione del suo libro è la principale ragione del collasso spirituale del nostro mondo?

Fabrice Hadjadj: È piuttosto la causa di un collasso carnale: noi ci vediamo sempre più come delle individualità libere indipendenti dal corpo dato alla nascita. Ecco perché possiamo passare le nostre giornate col sedere incollato a una sedia a guardare degli schermi, a ridurre la nostra intelligenza a degli algoritmi che non hanno più niente a che fare con l’attività delle nostre mani, a trasporre i fantasmi della nostra coscienza su dei “supporti non biologici”. La sua domanda stessa è segnata da questo stato di cose. Essa presuppone che l’essenziale sia sul versante spirituale. Ma che cosa si deve intendere con tale categoria (moderna e depistante)? Il demonio non è egli stesso uno spirito – un puro spirito impuro, per così dire –? E il Verbo, al contrario, non si è fatto carne, di modo che dopo l’Ascensione la carne, perfino nella sua animalità, è divenuta una realtà invisibile e divina?

Il cristianesimo è forse una spiritualità, ma allora è una spiritualità dell’incarnazione. Insistere troppo sullo spirituale, dimenticando la carne, significa sostenere insieme l’ibridazione dell’uomo con la macchina, ma pure la rottura dell’uomo con gli altri viventi. È ancora sotto l’influenza del paradigma tecnocratico che ciò avviene, senza che ce ne avvediamo. Perché questo paradigma affetta anche il nostro rapporto col fatto religioso: che si tratti della mindfulness, dove la meditazione si allontana dalla preghiera per diventare una tecnica del benessere; del jihadismo, dove si pretende di conseguire il paradiso attivando un detonatore; o anche di questa melassa di psicologismo e di pseudo-pentecostalismo in cui lo Spirito Santo assomiglia a un’app che si scarica quasi istantaneamente per darci il riposo; in tutti questi casi, si resta in una mentalità tecnologica, dove si è perduta la pazienza propria della cultura – la lentezza delle piante che crescono, quella che Gesù, nella parabola del seminatore, propone come la velocità giusta.

A: La denuncia del paradigma tecnocratico sembra armonizzarsi perfettamente con l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Per lei è una fonte d’ispirazione? Ha giocato un ruolo nella sua evoluzione intellettuale nel corso di questi due anni di “cronache settimanali”?

F.H.: Quella enciclica è un avvenimento. Essa mi ispira, certo, ma conferma pure, dall’alto, la riflessione che mi è stato dato di perseguire da più di 25 anni a questa parte. E ciò per almeno tre ragioni. Anzitutto, essa radica l’ecologia nel mistero della Trinità, perché l’interdipendenza delle creature ha la sua sorgente nella comunione delle Persone divine. In questa prospettiva, la messa stessa viene di nuovo percepita come un cosmico, e il coronamento di un atto agricolo, poiché mediante il pane e il vino essa tende il legame tra il dono della terra e il dono di Dio.

In secondo luogo, Laudato si’ opera uno spostamento dell’umanesimo integrale verso l’ecologia integrale. La modernità aveva la tendenza a mettere l’uomo al centro, mentre il proprium dell’uomo è di potersi decentrare. “Essere umano” significa sapersi rivolgere verso ciò che sta oltre il proprio spazio, verso il mistero di Dio o verso la vita sessuale delle mosche. La nostra superiorità è di poterci abbassare, di riconoscere il nostro legame con tutto ciò che respira (“Tutto ciò che respira lodi il Signore” è l’ultimo versetto dell’ultimo salmo) e di essere responsabili per la creazione tutta intera.

In ultimo, quest’enciclica riconosce che la tecnologia non è che un insieme di mezzi di cui bisognerebbe fare suo uso, ma anche un paradigma, un progetto, forse anche una “struttura di peccato”, che esige da parte nostra una critica radicale. Il peggio non è sul versante dei rischi, dei fallimenti o degli effetti collaterali delle nuove tecnologie, bensì proprio su quello del loro stesso successo. Perché una tale riuscita sarebbe un’uscita volontaria dalla condizione umana. C’è qualcosa di peggiore della fine del mondo: si chiama “inferno”. E l’inferno è precisamente il luogo di una riuscita tale che non invoca più alcuna grazia.

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