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Fabrice Hadjadj: «Essere umani significa volgersi al mistero di Dio o alla vita sessuale delle mosche»

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Benjamin Fayet - pubblicato il 03/11/17

A.: L’arte ha un gran ruolo nella sua vita e nella sua opera: ha appena pubblicato un album intitolato Nos vies quotidiennes [Le nostre vite quotidiane, N.d.T.]. Qual è il ruolo della vita artistica? È un mezzo per ritrovare una vita semplice in un mondo tecnicistico e consumistico?

F.H.: In questi giorni esce anche Les Circonstances [Le circostanze, (edizioni Première Partie) N.d.T.], l’album di Marguerite di cui io ho scritto le parole, mentre la musica è dell’ammirevole pianista Vincent Laissy; ed esce pure un piccolo opuscolo a metà tra guida pratica e arte poetica, che si chiama Être clown en 99 leçons [Essere dei clown in 99 lezioni, (edizioni De la Bibliothèque), N.d.T.]. Io non nasco come filosofo. Vengo dalla letteratura e dalla musica ma, dopo la mia conversione, ho distrutto almeno tre romanzi, un centinaio di poesie e venticinque o trenta canzoni. Le mie pièces teatrali testimoniano già da qualche tempo questo radicamento poetico della mia scrittura, in cui le questioni di ritmo, di sonorità, di fraseggio, importante talvolta più delle questioni di “messaggio”. Questa cura dell’aspetto poetico del discorso è già una maniera di resistere alla tendenza tecnocratica di ridurre la parola a informazione.

Più precisamente, sul posto dell’arte nella vita, direi due cose, una in riguardo al nostro destino eterno e l’altro alla nostra vita quotidiana (del resto le due cose sono assolutamente legate). La prima è che noi siamo tutti chiamati al canto corale, se non alla danza, e per sempre: i beati sono degli esseri musicali, la loro lode implica un’inventività tanto ricca quanto la creazione di nuovi mondi. È quanto dicono i salmi di Davide: «Con tutta la vostra arte, sostenete la lode». Ed è la tematica, così frequente nell’iconografia cristiana, degli angeli musici. È decisivo pensare questa cosa, affermare che il mistico non è solo morale, ma anche musicale.

E poi la mia critica alla tecnologia ha la particolarità di essere svolta nel nome della tecnica. Contro delle apparecchiature che ci disincantano, si tratta di difendere i savoir-faire, che permettono l’unità dell’intelligenza e delle mani, dello spirito e del corpo: saper suonare la chitarra, per esempio, o cantare insieme, al fine di costruire un focolare attorno al quale ci si raccoglie. In altre parole, fare le cose, piuttosto che consumare merci. Certo, le arti, praticate familiarmente, non sono che un aspetto di quest’esigenza. L’esigenza fondamentale si situa, a mio avviso, sul versante della lavorazione della terra: gli strumenti dell’agricoltura e dell’artigianato sono importanti almeno quanto gli strumenti musicali.

A.: Un po’ come lo scrittore cattolico britannico Chesterton, anche lei ama praticare dello humour, nei suoi scritti. Uscire da una certa austerità che talvolta si rimprovera ai cattolici è per lei il miglior modo di parlare di Dio e di toccare le anime?

F.H.: Il riferimento a Chesterton mi onora. È per me un maestro insuperabile. Io non sono inglese, però sono ebreo, e questo suppone pure una certa stramberia congenita, un poco più tragica. Ciononostante, quando pratico dello humour che forza le cose, distaccato dal reale, ricado nella bella battuta – ed è veramente un’occasione persa. Perché io credo che il reale possieda una profondità comica, anche sotto l’aspetto tragico, e che Dio – che è Gioia – abbia uno humour assolutamente sovrano. Non si tratta quindi di mascherare le cose con una mano di spiritosaggine, ma di sprigionare la bizzarria soggiacente a ogni cosa. Per esempio, il fatto che un ateo sia comunque una parola di Dio, perché creato da lui; che il vero superuomo è un carpentiere ebreo morto a 33 anni; o che la pienezza dell’atto sessuale consiste nell’avere una suocera, e finisce nel diventare a propria volta un suocero e un nonno o magari un bisnonno (il patriarca, non Casanova, è l’icona di una sessualità liberata e compiuta)…

Del resto, io non penso che lo humour sia il contrario dell’austerità. Tommaso d’Aquino stesso associa la virtù dell’austerità all’“eutrapelía”, vale a dire a un umore gaio e cordiale, che favorisce l’amicizia. S’instaura una specie di circolo virtuoso: la capacità di ridere con gli altri, soprattutto di sé stessi, fa sì che ci si sappia accontentare di poco, e che una conversazione attorno a una tavola sia più conveniente dell’accumulare beni materiali; e allo stesso tempo raccogliersi, accettare l’austerità, imparare a focalizzarsi non su degli oggetti di consumo ma su dei soggetti di contemplazione, di cui si scoprono la meraviglia e il grottesco. C’è un legame profondo, mi pare, tra humour e decrescita. Elie Wiesel ha fatto questa osservazione semplice e profonda: «Dio ha creato l’uomo perché ama le storie». Le storie, vale a dire le storie buffe, ma anche i problemi, le avventure, insomma le nostre disparate tragicommedie. Questo gusto per le storie è precisamente quello che può salvarsi dall’impresa tecnologica.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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