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Müller: Amoris lætitia deve (e quindi può) essere letta in modo ortodosso

©M. MIGLIORATO/CPP
February 25 2016 : Card. Gerhard Ludwig Muller, Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith, poses during the international conference "Charity will never end" 10 years from the encyclical of Benedict XVI "Deus caritas est" at the New Synod Hall at the Vatican.
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Il prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede firma un’importante Introduzione alla miscellanea di Rocco Buttiglione che risponde ai Dubia dei cardinali: in libreria dal prossimo 10 novembre

Comunione sì, comunione no

Ma poiché il pubblico pagante – affacciato agli spalti di questo inedito Colosseo cristiano che è la disputa su Amoris lætitia – vuole lo spettacolo ma poi alla fine vuole soprattutto sapere chi vince, Müller non si tira indietro e dice la sua parola, netta e coraggiosa, anche in merito.

L’affermazione però che l’Eucaristia non è un “premio per i perfetti”, ma un «generoso rimedio e un alimento per i deboli» non rende le cose più chiare [NB: non dice che sia sbagliata! N.d.R.]. Essa non apre affatto, per coloro che si trovino in una condizione di peccato grave e si ostinino a rimanervi, la via della Comunione sacramentale che conduce alla comunione spirituale con Cristo nella carità soprannaturale infusa.

È chiaro che i sacramenti non sono un premio per la perfezione morale. Li può ricevere in modo efficace però solo chi non si chiude alla grazia attraverso il peccato.

Ivi, 27

Nella pagina successiva, poi, il cardinale usa un’immagine che tradisce lo zelo pastorale sotteso al tono professorale:

Non si possono confondere e scambiare l’uno con l’altro i sacramenti nella loro funzione specifica. Una medicina che risana un malato può far male a uno che invece è sano. Nel battesimo e nella penitenza ci è offerta una medicina che purifica (medicina purgativa) che ci libera «dalla febbre del peccato». Il sacramento dell’Eucaristia è una medicina che rafforza (medicina confortativa) che può essere data solo a quelli che sono liberi dal peccato (S.Th., III, q. 80, a. 4 ad 2).

Ivi, 28

E benché abbia dichiarato l’estraneità propria e di Amoris lætitia a ogni morale della situazione – anzi, proprio perché lo ha fatto e dopo averlo fatto – Müller indica un caso.

Non si tratta di un peccatore incallito, che vuole fare valere davanti a Dio diritti che non ha. Dio è particolarmente vicino all’uomo che si mette sul cammino della conversione, che, per esempio, si assume la responsabilità per i figli di una donna che non è la sua legittima sposa e non trascura nemmeno il dovere di avere cura di lei.

Ivi, 30

Anzi, a ben vedere il cardinale teutonico s’era già spinto a formulare una tesi ben più ardita, che se fosse fatta propria dalla prassi pastorale su larga scala esporrebbe la Chiesa, virtualmente, a miriadi di giudizi sospetti:

Nella situazione globale, nella quale praticamente non ci sono più ambienti omogeneamente cristiani che offrano al singolo cristiano il sostegno di una mentalità collettiva e nell’“identificazione solo parziale” con la fede cattolica e con la sua vita sacramentale, morale e spirituale che ne consegue, si pone forse anche per i cristiani battezzati ma non sufficientemente evangelizzati il problema, mutatis mutandis, di uno scioglimento di un primo matrimonio contratto non “nel Signore” (1 Cor 7, 39) in favorem fidei.

Ivi, 22

E si era appena accennato al solito caso del singolo cristiano che

può ritrovarsi senza sua colpa nella dura crisi dell’essere abbandonato e del non riuscire a trovare nessun’altra via d’uscita che l’affidarsi a una persona di buon cuore e il risultato sono delle relazioni simil/matrimoniali.

Ibid.

Addirittura, poco oltre, il cardinale si spinge a dire che

[…] si può dare il caso che un cristiano sia convinto in coscienza che il suo primo legame, anche se ha avuto luogo nella forma di un matrimonio in Chiesa, non fosse valido come sacramento e che il suo attuale legame simil/matrimoniale, allietato da figli e con una convivenza maturata nel tempo con il suo partner attuale sia un autentico matrimonio davanti a Dio. Forse questo non può essere provato canonicamente a causa del contesto materiale o per la cultura propria della mentalità dominante. È possibile che la tensione che qui si verifica tra lo status pubblico/oggettivo del “secondo” matrimonio e la colpa soggettiva possa aprire, nelle condizioni descritte, la via al sacramento della penitenza e alla santa Comunione, passando attraverso un discernimento pastorale in foro interno.

Ivi, 23-24

Casi-limite… di ieri e di oggi

E questo sarebbe un rigorista? Se mai lo è stato, in queste pagine non ne è rimasto nulla, e dalle sue stesse parole possiamo lecitamente pensare che alcune sfumature siano maturate, nella sua riflessione, proprio in questi anni di frizioni e scontri sulla dottrina e la disciplina matrimoniali. Mi ha ricordato, in quest’ultimo passaggio, il caso dei servi viennesi – richiamato un paio di anni fa dal cardinale Schönborn – che i padroni delle case signorili non facevano assolutamente sposare, ma a cui gli stessi permettevano di vivere more uxorio nel sottoscala. Lo attestano in modo incontrovertibile i registri dei battesimi dei loro figli. Ebbene, chiedevo qualche tempo fa in una discussione, chi oserebbe in coscienza chiamare “pubblici concubini” quei servi che vissero in una comunione di fede e di amore, impossibilitati a sposarsi da cause esterne e superiori alle loro forze? Ricevetti una risposta assurda: oggi mi conforta quella di Müller.

Le parole del cardinale tedesco, del resto, mi riportano anche al paesino dei miei genitori, nella fattispecie a una famiglia tra le più belle che io conosca lì, la quale però non è nata da un matrimonio canonico: lei si sposò giovanissima con un uomo che quasi non conosceva e che non amava, giusto per uscire di casa e dalla patria potestà, ma amava già lui, che vedeva lavorare nei campi lì vicino; dopo pochi mesi lei scappa di casa con lui e i due vanno a vivere insieme – la coppia ha diversi figli e li educa alle virtù umane e a quelle teologali (in gioventù sono stato catechista di quasi tutti quei ragazzi…).

Più volte, parendomi evidente la nullità del matrimonio contratto da lei, invitai i due a recarsi al tribunale diocesano per verificare l’iter canonico da seguire per “regolarizzare”. Mi ascoltavano sempre con interesse e viva speranza, poi però un po’ loro avevano (e hanno) i figli, la casa e la campagna da seguire… un po’ il parroco e il vescovo non sono stati loro dietro quanto forse tutti avrebbero sperato… e quelli sono ancora lì. Non sono una famiglia? Io non ho mai osato pensare una cosa del genere, e oggi mi conforta leggere che neanche il cardinale Müller lo penserebbe.

A cosa deve servire Amoris Lætitia

Alle volte, ripensando a questi e ad altri casi, mi dico che in fin dei conti Amoris lætitia ha le carte in regola per non piacere a nessuno: alle singole parti perché lede piccoli interessi partigiani, da una parte e dall’altra (a seconda della lettura che se ne dà); a tutti quanti, poi, perché nella sua lettura più vasta e più profonda (almeno secondo quanto ne capisco io) essa proibisce tassativamente a ogni pastore di applicare la “pastorale del semaforo”. E dovrebbero essere grati, i preti e i vescovi, che il Papa provi a liberarli dalla maledizione di Drewermann – per cui sempre di continuo diventano “funzionari di Dio” – ma è perlomeno dai tempi di Socrate che la letteratura lo narra, come a chi dorme non piaccia essere svegliato.

Müller è sceso lealmente nell’arena dell’agone: ci ha ricordato che niente è più importante della ricezione di un documento, e che la Chiesa non può che recepire il proprio Magistero in continuità con la Tradizione. Ciò non deve diventare un alibi al fissismo: Papa Francesco non vuole pastori “senza pensieri”, perché è il Signore a volerci tutti santamente inquieti.

Leggiamo insieme Amoris Laetitia – conclude Müller – senza reciproci rimproveri e sospetti con i sentimento della fede (sensus fidei) alla luce dell’intera tradizione della dottrina della Chiesa e con un’ardente preoccupazione pastorale per tutti coloro che si ritrovano in difficili situazioni matrimoniali e famigliari e hanno particolarmente bisogno del sostegno materno della Chiesa.

Ivi, 32

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