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Amoris Laetitia

Müller: Amoris lætitia deve (e quindi può) essere letta in modo ortodosso

©M. MIGLIORATO/CPP

February 25 2016 : Card. Gerhard Ludwig Muller, Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith, poses during the international conference "Charity will never end" 10 years from the encyclical of Benedict XVI "Deus caritas est" at the New Synod Hall at the Vatican.

Giovanni Marcotullio - Aleteia Italia - pubblicato il 01/11/17

Si può? Si deve!

Ho provato grande consolazione nel leggere che «le dottrine dogmatiche e le esortazioni pastorali del capitolo 8 di Amoris Laetitia possono e devono essere intese in senso ortodosso» (ivi, 10). Questo viene detto perché evidentemente esse possono essere intese anche in senso eversivo – e dai laiconi del Guardian fino ai professori dell’Anselmianum sono in molti ad aver lavorato in tal senso, affermando pacificamente una pretesa frattura tra il magistero bergogliano e quello costante che custodisce e serve la viva Tradizione della Chiesa –: in questo Müller è di una chiarezza disarmante, affermando nettamente che si può interpretare in senso ortodosso Amoris lætitia anzitutto perché si deve farlo.

Non si tratta però di una sorta di volontarismo culturale, quasi che il cardinale volesse far dire al documento ciò che in realtà esso non direbbe: proprio per chiarire i passi su cui verte il conflitto delle interpretazioni Müller si espone (eroicamente, verrebbe da dire) a criticare stavolta con umiltà ma senza sconti i passi del Papa. Per esempio in un passaggio scrive:

[…] Immagini verbali non sempre ben riuscite (per esempio scagliare contro altri i comandamenti di Dio come se fossero dei sassi) e traduzioni affrettate di posizioni teologiche nel linguaggio della psicologia come legalismo e fariseismo provocano sconcerto per lo stile di Amoris Laetitia piuttosto che comprensione per l’intenzione pastorale del Papa (cfr AL, 305). Chi si impegna per la chiarezza e verità della dottrina della fede, specialmente in una epoca di relativismo e agnosticismo, non merita di venire apostrofato come rigorista, fariseo, legalista e pelagiano.

Ivi, 16

E vediamo ogni giorno, specialmente sui social, persone la cui attitudine col sacro è tanto distortamente involuta nel bisogno di odiare qualcuno da assomigliare tristemente all’acquaforte della lapidazione che nel 1979 i Monty Python incisero in Life of Brian.

Tuttavia questo non può implicare il rovesciamento della fede nel suo contrario. Müller ha un passaggio in cui getta uno sprazzo di luce assai felice su tali dinamiche:

La teoria postmodernista della verità come costruzione individualistica e socio/culturale non vuole riconoscere la coscienza come istanza decisiva del giudizio su di sé, alla luce della comunità di amore con Dio. Nella coscienza si compie, invece, in modo dialogico l’unificazione della volontà umana con la santa volontà di Dio: nell’obbedienza della fede e nel dono dell’amore.

Ivi, 11




Leggi anche:
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Bellissima apologia della coscienza opposta a chi, succube dell’“io e delle sue voglie”, se ne proclama paladino e in realtà la destina alla dissoluzione nel nonsense. Lo spiega meglio Müller:

Per questo la rappresentazione dell’autarchia di un ente mortale e dell’autoreferenzialità intellettuale ed egocentrica autonomia del soggetto morale è soltanto l’espressione del ridicolo titanismo di un ente mortale che inevitabilmente deve infrangersi sullo scoglio della sua finitezza.

Passaggio involuto, è vero, ma si fa più chiaro subito dopo:

In realtà quella che qui si manifesta è solo l’incapacità di imparare la lezione del totalitarismo e la sudditanza verso il mainstream e la dittatura del politicamente corretto che vuole mettere in riga ogni individualità.

Ma diciamo che tutti ricorderemo (e ricicleremo) il fulmen in clausula con cui termina:

Chi vuole essere il suo proprio maestro è solo lo scolaro di uno sciocco.

Ibid.

Chiunque abbia mai riflettuto alla sera delle proprie giornate sa quanto ciò sia vero.

Il Sant’Uffizio sottosopra

Un altro passaggio dell’Introduzione che vale l’acquisto del saggio (il quale è di per sé tanto solido, anche se non ne stiamo parlando, da non dover temere di soccombere dietro il testo di Müller), è quello in cui il cardinale condivide un’acuta analisi di certi inediti rovesciamenti nelle dinamiche ecclesiali consolidatesi almeno dal Concilio in qua:

Siamo testimoni di un paradossale capovolgimento dei fronti. I teologi che si vantano di essere liberal/progressisti, che precedentemente, per esempio in occasione dell’enciclica Humanæ Vitæ, hanno messo in questione radicalmente il Magistero del Papa, adesso elevano qualunque sua frase, che sia di loro gusto, quasi al rango di un dogma. Altri teologi, che si sentono in dovere di aderire rigorosamente al Magistero, adesso fanno l’esame a un documento del Magistero secondo le regole del metodo accademico, come se fosse la tesi di un loro studente.

Ivi, 8

Un’istantanea illuminante che immortala almeno un paio di vistose disfunzioni dei circoli ecclesiali dei nostri giorni – a cui neanche certi quotidiani di ispirazione cattolica fanno eccezione – e pure qui, bisogna riconoscere che un merito indiscutibile del presente pontificato è quello di saper «rivelare pensieri di molti cuori»…

Ed ecco perché il cardinale ha accettato di scrivere questa introduzione, del cui valore difficilmente gli sarà reso merito a stretto giro:

Non si tratta qui della complessiva ricezione di Amoris Lætitia, ma solo dell’interpretazione di alcuni passaggi controversi nel capitolo 8. Sulla base dei criteri classici della teologia cattolica egli [Buttiglione, N.d.R.] offre una risposta argomentata e non polemica ai cinque dubia dei cardinali.

Ivi, 10




Leggi anche:
Papa Francesco sulle riserve alla Amoris laetitia: la teologia si fa in ginocchio

E prosegue, Müller, smarcandosi dagli altri recenti protestatari assurti alle cronache internazionali:

Egli mostra che il pesante rimprovero al Papa del suo amico e compagno di tanti anni di lotte, Josef Seifert, che dice che il Papa non presenta in modo corretto le tesi della giusta dottrina o anche le passa sotto silenzio, non corrisponde alla realtà dei fatti. La tesi di Seifert è simile al testo di 62 personaggi cattolici intitolato Correctio filialis (24-09-2017).

Ibid.

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