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Rifugiati e migranti, responsabilità delle università cattoliche

Andrea Bonetti / PRIME MINISTER'S OFFICE / AFP
Papa Francesco saluta un bambino durante la sua visita al centro di detenzione per migranti e rifugiati di Moria, vicino Mitilene, sull'isola greca di Lesbo, il 16 aprile 2016. Dichiarando “Siamo tutti migranti”, il Pontefice ha portato un messaggio di speranza a migliaia di persone che affrontano l'espulsione dalla Grecia e ha rimproverato la comunità internazionale per il fatto di non riuscire a porre fine alle guerre che alimentano la crisi. In una visita toccante che ha visto la gente inginocchiarsi in lacrime ai piedi del Papa, questi ha detto agli esiliati che non sono soli e ha chiesto che il mondo mostri la “comune umanità” dopo l'inasprimento della posizione dell'UE sui migranti.
AFP PHOTO / PRIME MINISTER'S OFFICE / andrea bonetti / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - MANDATORY CREDIT "AFP PHOTO / SOURCE / PRIME MINISTERS OFFICE/ ANDREA BONETTI" - NO MARKETING NO ADVERTISING CAMPAIGNS - DISTRIBUTED AS A SERVICE TO CLIENTS
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Intervista a padre Michael Czerny S.I., sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede

Quanto alla Conferenza che si svolgerà nella sede della PUG dal 1° al 4 novembre, quale sarà l’apporto della Sezione speciale M e R voluta da Papa Francesco in materia di istruzione superiore per aiutare i migranti e i rifugiati a migliorare la propria istruzione e a uscire dall’emarginazione?

Il punto di partenza è la vocazione delle università. Non si tratta di dire che debbano trasformarsi in un’altra cosa. Le università devono compiere fino in fondo la propria vocazione. Ciò si traduce nella ricerca, nell’insegnamento, ma anche nella protezione sociale. Il nostro apporto sarà ricordare alle università le varie dimensioni della loro vocazione rispetto alle tante persone che fuggono dalle persecuzioni, dalla violenza, dalla povertà, dai drammatici cambiamenti climatici. L’università deve aiutare a uscire dall’emarginazione, ma se si adagia nel “ghetto” dei suoi privilegi e della sua tranquillità non potrà rispondere, o lo farà in modo superficiale.

Di cosa stiamo parlando in concreto? Borse di studio, programmi più aperti che incidono sulla cultura o sulla società?

Proporremo una carta di elementi che le università cattoliche possano perseguire, ma per noi l’elemento più importante non è segnalare questo o quel programma o le borse di studio, ma realizzare la vocazione universitaria in relazione alla società di oggi. Ad esempio, un’università che non è autocritica nel modo di affrontare le ideologie, il razzismo e la xenofobia non sta contribuendo “universitariamente” alla società della quale è ospite. Avere molti dottorati, titoli, borse di studio e denaro è secondario rispetto alla vocazione, alla missione dell’università nella società.

Il Papa ha detto una volta a un’università pontificia che la teologia si fa in ginocchio. Probabilmente anche l’accademia si fa in ginocchio…

Certo! Ma anche camminando, non solo in ginocchio davanti al tabernacolo o in un salone o un laboratorio. Si fa camminando andando incontro alla società.

Perché è tanto difficile intendere il concetto che Francesco ci invita ad assumere per cui i migranti sono nostri fratelli e nostre sorelle alla ricerca di una vita migliore?

Iniziando dalle cose più comuni, si tratta del frutto del peccato. La dimostrazione più diffusa del peccato è il disconoscimento di mio fratello e mia sorella come tali. Sono sempre tentato di trattarli come ostacoli, o peggio ancora come nemici dei miei interessi. Questo peccato è fondamentale. Forse abbiamo bisogno di un esame di coscienza. Quali sono gli interessi della nostra università cattolica che nascondono i volti fraterni che cercano accoglienza tra noi? Com’è possibile che non li vediamo dal nostro posto privilegiato, accademico, cattolico?

Qual è l’aspetto più difficile da mettere in pratica in base alla missione delle università nella chiamata di Francesco ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati?

L’ostacolo più frequente è essere “troppo occupati” e frettolosi. Non abbiamo il tempo di respirare, men che meno di ascoltare. L’università si auto-genera una serie di doveri, compiti e cose da fare, e come ha detto Gesù a Marta “tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno” (Lc 10).

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