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Halloween? Rivogliamo indietro questa notte!

Cortesia della Parrocchia di Orsara di Puglia

Vespri di Ognissanti

Don Rocco Malatacca - pubblicato il 31/10/17

Due parole su Halloween

Questa storia, come hai ben potuto notare, il senso già ce l’aveva, ed ancora non è andato perduto tutto di quel rito millenario, contadino, elaborato con i monaci, vivendo a contatto con loro. Ancora nel XVI sec. devi sapere che il vescovo Guevara, parlando del nord della Galizia, trova nelle campagne bello intatto questo rito, durante il quale la gente apparecchiava la sua cena sacra sugli altari delle chiese. Per una ricostruzione ti invito a leggere il libro: “Di Luce e D’Ombra” (Tau editrice, Todi 2016). Dei Celti non sappiamo nulla. Quelle poche informazioni sull’esistenza di questo popolo che alla fine non ha più o meno importanza di quanto ne avessero le decine di famiglie contadine della bassa Emilia Romagna nei secoli prima di Roma sono così scarse che si può preferire il silenzio.

Halloween è un termine recente (XVII sec. max), altro che Celti, ed indica semplicemente il “Vespro di Tutti i Santi“, orario liturgico, cioè l’ora della preghiera cantata, a sera, del giorno 1 novembre e dunque mai si può tradurre come “Vigilia”, per trascinare indietro di un giorno qualcosa che non può essere fatta indietreggiare. Nessun riferimento alla festa, semplicemente perché non è mai esistita.

Cosa dire del capodanno celtico? Difficile dire ciò di cui nulla sappiamo. L’unica cosa che risulta dalle visite pastorali in nord Galizia (XVI sec.) è che questa possibile celebrazione (forse) era quell’usanza diabolica e superstiziosa, tipica della gente di campagna (non cittadina), di celebrare un rito in cui si incendiava un ceppo, per un falò, ma non il 31 ottobre, bensì nei giorni che corrispondono al calendario cristiano dell’Ottava di Natale. Non si può rimanere che strabiliati e, concediamolo, anche senza parole, per il grande miracolo della società di massa, che fa credere alle persone quello che vuole.

Gli antropologi trovano insolite connessioni tra i riti contadini, come questi, e il grano, il melograno e le noci, chiedendosi in che modo un contadino sarebbe mai potuto arrivare ad usare il grano per significare qualcosa… Ci vogliono davvero strane acrobazie di pensiero per abbinare il defunto alla terra ed all’immagine del grano sepolto nella semina e, certamente, non perché il defunto fosse interrato (troppo banale e soprattutto reale, concreto, quotidiano), meglio per qualche esotico motivo esoterico, magico, pagano. O forse, con le nostre domande moderne, abbiamo semplicemente perso il contatto con la realtà. Il rito era semplice e contadino, più che pagano, parlava di terra, di verità, di semi, di morte e premura, cibo e viventi, preghiera e messa perché questa è la realtà. Aggiungo anche, forse perché erano cristiani hanno semplicemente usato le cose di tutti i giorni per poter vivere una esperienza spirituale attraverso il rito.

Si può non capire il forte senso di realtà di questi riti, e credo sia quello che accadde.

I protestanti hanno visto del male ovunque, del paganesimo e addirittura il demonio dove persino gli inquisitori non vedevano che usanze contadine, magari non colte, ma non pericolose. Non hanno guardato la realtà, ma hanno filtrato la realtà in base ai loro principi, ed hanno svuotato i santi, perché non vanno venerati, ed hanno svuotato i morti, perché non vadano onorati, non spiegando poi, dopo, in che modo riempire questo vuoto. Al di là delle loro convinzioni, infatti, dovremmo tutti accorgerci che la gente muore, per quanto sia una dannata pessima abitudine, da cui non riusciamo a smettere. Morti ce ne sono, dunque, e questo è un fatto di realtà. Gli spiritisti e gli occultisti certo tutto possono avere in orrore, tranne il materiale che dà loro il pane, quindi morti, defunti, spiriti, lenzuola e colpi ai tavoli sono loro pane quotidiano, che non disdegnano affatto. Hanno dunque riempito il vuoto ed hanno capovolto il senso di questa, con una ironia velenosa. Così si arriva all’Halloween di oggi, ma il fiocco a questo regalo incartato lo ha offerto il dio denaro, unico motore di questa triste storia.

Le zucche con le croci di fuoco contro gli spiriti maligni si sono truccate da demoni, evocandoli, riempiendo la nostra immaginazione. La sera non va vissuta in famiglia ma fuori, non per fare del bene alle anime ma per riempirsi la pancia, non per raccogliere offerte per i poveri ma per dispetto e, per i satanisti, invece che celebrare la “messa nera” in suffragio delle anime, è l’occasione per chiamare “messa nera” il loro rito di sacrilegio. Per far questo, hanno anticipato di un giorno, svuotando il giorno successivo, inventando quella benedetta “vigilia di Tutti i Santi” che non è mai esistita.

Cortesia della Parrocchia di Orsara di Puglia
Zucche tradizionali puglia Vespri di Ognissanti

Un piccolo suggerimento pastorale

Abbiamo a disposizione un rito, che va solo messo in moto, un grande teatro in cui ognuno ha la sua parte. Non lo si fa in parrocchia, ma anche in chiesa, non solo nei saloni, per gruppi e gruppetti isolati. Si fa in casa, in strada, in piazza, in chiesa. Coinvolge. Il rito insegna che noi credenti non abbiamo simboli, ma la realtà: nel rito la luce è la luce, la fiamma è la fiamma, il cibo è cibo e così via. Si usa la realtà, non la simbologia, e si usa per fare qualcosa.

L’occasione è la celebrazione per i defunti, col rito siamo una cosa sola con vivi e defunti, perché la nostra comunione sia piena: il 1 novembre con le anime dei defunti che sono santi, in Paradiso; il 2 novembre con le anime dei defunti che sono in Purgatorio, ma già salvi; con nessun’anima che è all’Inferno. Questo aspetto è fortemente educativo, anzitutto per non pensare già da bambini che i miei cari sono necessariamente “in cielo” vago e New Age, ma che sono davanti al giudizio di Dio, e che dipende da loro essere salvi o dannati, piuttosto che da Dio. Risolve il problema delle cosiddette “feste dei santi”, che fanno dimenticare che i santi sono solo dei morti e che, piuttosto che alternativa al male e al demonio, vanno visti in relazione a Dio.

Utilissimo è l’uso della fiamma esorcizzata (o benedetta, come volete) per fare la benedizione della casa in quella notte. Si è protetti dagli spiriti maligni, dalla presenza del Signore, si sperimenta che desiderando la benedizione non bisogna temere alcun male, perché il Signore è con me; che il buio non può sopraffare la luce, che non è più forte, che è addomesticabile, che bisogna conservare la fede.

La prima parte del rito è tutta familiare, per fare la comunione di tutti i membri. In un giorno fa fare intensamente ciò che poi si diluisce nella quotidianità: l’unione familiare è sacra e soprattutto deve avere il sapore della familiarità, per evitare che i vicini vengano trattati con indifferenza, con superficialità i legami, con insignificanza i rapporti dentro le mura di casa. Bisogna così imparare che stare a tavola è un atto profondamente spirituale da prepararsi accuratamente seguendo le istruzioni: togliere l’orgoglio, combattere la pigrizia, perdonare, sorvolare, scusare, ringraziare, preparare, preoccuparsi, prendersi cura, pregare. Sistemare la tavola non è un incomodo sbrigativo (nelle grandi città pranzare è solo nutrirsi, non è un atto comunitario) e bisogna che sia l’altare di casa.

Non solo, è molto utile perché è una cena di vicinato. Immagina cosa vuol dire per i grandi condomini in cui la gente vive senza guardarsi in faccia, senza sapere nulla dei vicini. In questa notte bisogna essere una grande famiglia. Ognuno si domanda: chi è rimasto solo? Nessuno deve rimanere solo, non questa notte. Con chi mangia il mio vicino? La mia porta deve essere aperta, nessuno deve essere estraneo e forestiero, non questa notte. Come non deve, questa notte, così può accadere che accadrà di nuovo, in altro giorno, proprio perché l’ho sperimentato questa notte. La cena delle anime apre l’anima.

La seconda parte è davvero fattibile e necessaria: la processione.Il rito insegna l’importanza delle transizioni, bisogna passare insieme da casa alla chiesa. Che non ci siano i confratelli poco importa, si può fare una processione in cui ciascuno ha la candela, perché sempre sia conservata la luce, eppure si potrebbe anche azzardare l’ipotesi che il cappuccio del confratello sia una utile alternativa al cappuccio del fantasma (non è una deformazione del confratello?).

La terza parte è il culmine, la “messa nera” in suffragio di tutte le anime. Il rito ti fa alzare da tavola e, dopo aver dato intensità all’unione familiare, dà intensità all’unione della famiglia di famiglie: bello il tavolo della cena, ma c’è una cena con una comunione più grande, di cui l’altare familiare è solo immagine, per far diventare familiare l’altare. Vivi e defunti insieme, per sperimentare che non bisogna solo riempirsi la pancia, ma far del bene alle anime: la santa messa, la preghiera, le azioni di misericordia e di pietà, di perdono, di superamento del male e delle ferite.

Ecco, il rito è un torrente in piena, che fa il suo corso. Una volta avviato, coinvolge e riscalda il cuore. Ha una sua bellezza, e tu nei fai parte, chiunque vi partecipa vi fa parte, il rito attende che ciascuno lasci il suo segno, che contribuisca con un gesto, che non stia fuori.

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