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Papa Francesco: il buon pastore tocca la carne ferita

Antoine Mekary | ALETEIA
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Così il pontefice durante l’omelia di oggi a Casa Santa Marta

di Alessandro Di Bussolo

Un buon pastore si avvicina agli scartati, è capace di commuoversi e non si vergogna di toccare la carne ferita. Chi segue la strada del clericalismo, invece, si avvicina sempre o al potere di turno o ai soldi. Papa Francesco lo ribadisce con forza nell’omelia della Messa del mattino celebrata a Casa Santa Marta, commentando l’episodio evangelico della guarigione della donna curva narrato da Luca e inserito nella Liturgia di oggi.

In sinagoga, di sabato, Gesù incontra una donna che non riusciva ad esser dritta, racconta il Papa, “una malattia della colonna che da anni la tratteneva così”. E l’evangelista usa cinque verbi per descrivere cosa fa Gesù: la vide, la chiamò, le disse, “impose le mani su di lei e la guarì”.

Cinque verbi di vicinanza, sottolinea Francesco perché  “un buon pastore è vicino, sempre”. Nella parabola del buon pastore è vicino a quella smarrita, lascia le altre e va a cercarla. Non può essere lontano dal suo popolo.

Invece i chierici, dottori della Legge, i farisei, i sadducei, vivevano separati dal popolo, rimproverandolo continuamente. Questi non erano buoni pastori, chiarisce il Pontefice, erano chiusi nel proprio gruppo e non si interessavano al popolo. “Forse importava loro, quando finiva il servizio religioso, andare a vedere quanti soldi c’era nelle offerte”. Ma non erano vicini alla gente. Invece Gesù è vicino e la sua vicinanza viene da quello che Gesù sente nel cuore: “Gesù si commosse”, dice un altro passo del Vangelo:

“Per questo Gesù sempre era lì con la gente scartata da quel gruppetto clericale: c’erano lì i poveri, gli ammalati, i peccatori, i lebbrosi, ma erano tutti lì, perché Gesù aveva questa capacità di commuoversi davanti alla malattia, era un buon pastore. Un buon pastore si avvicina e ha capacità di commuoversi. E io dirò, il terzo tratto di un buon pastore è non vergognarsi della carne, toccare la carne ferita, come ha fatto Gesù con questa donna: ‘toccò’, ‘impose le mani’, toccò i lebbrosi, toccò i peccatori”.

Un buon pastore, prosegue il Papa, non dice: “Ma sì, sta bene… Sì, sì, io sono vicino a te nello Spirito”, questa è distanza. Ma fa “quello che ha fatto Dio Padre, avvicinarsi, per compassione, per misericordia, nella carne del suo Figlio”. Il grande pastore, il Padre, ci ha insegnato come si fa il buon pastore: si abbassò, si svuotò, svuotò se stesso, si annientò, prese condizione di servo:

“‘Ma, e questi altri, quelli che seguono la strada del clericalismo, a chi si avvicinano?’. Si avvicinano sempre o al potere di turno o ai soldi. E sono i cattivi pastori. Loro soltanto pensano come arrampicarsi nel potere, essere amici del potere e negoziano tutto o pensano alle tasche. Questi sono gli ipocriti, capaci di tutto. Non importa del popolo a questa gente. E quando Gesù dice loro quel bell’aggettivo che utilizza tante volte con questi, ‘ipocriti’, loro si sono offesi: ‘Ma noi no, noi seguiamo la legge’”.

Quando il popolo di Dio vede che i cattivi pastori sono bastonati è contento, ricorda Francesco, e questo è un peccato, sì, ma hanno sofferto tanto che un poco “godono” di questo. Ma il buon pastore, sottolinea il Pontefice è Gesù che vede, chiama, parla, tocca e guarisce. E’ il Padre che si fa nel suo Figlio carne, per compassione:

“E’ una grazia per il popolo di Dio avere dei buoni pastori, pastori come Gesù, che non si vergognano di toccare la carne ferita, che sanno che su questo – non solo loro, anche tutti noi – saremmo giudicati: ero affamato, ero in carcere, ero ammalato… I criteri del protocollo finale sono i criteri della vicinanza, i criteri di questa vicinanza totale, a toccare, a condividere la situazione del popolo di Dio. Non dimentichiamo questo: il buon pastore si fa vicino sempre alla gente, sempre, come Dio nostro Padre si è fatto vicino a noi, in Gesù Cristo fatto carne”.

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