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Le apparizioni di Medjugorje: vere o false, ecco come capirci qualcosa

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In primo luogo una eccessiva presenza di figure che hanno mediato i messaggi, rispetto alle altre apparizioni già note nei secoli. Molti messaggi, infatti, non sono stati resi pubblici direttamente dai “veggenti”, ma dai frati francescani della parrocchia. Alcuni dei primi messaggi sembravano addirittura entrare in questioni troppo minute ed interne alla parrocchia stessa. Questo è una prima cosa sulla quale la Chiesa attende e indaga per vedere più chiaro. Abitualmente altre persone a cui è apparsa la Madonna nella storia rivelavano direttamente le sue parole, senza alcun filtro, senza alcuna ulteriore mediazione di persone che avrebbero a loro volta fornito la versione ufficiale dell’apparizione stessa. Si presentavano e dicevano: “La Madonna ha detto questo”, oppure dicevano che una figura che nemmeno avevano identificato con la Madonna aveva pronunciato determinate frasi e lo dicevano senza confrontarsi prima con nessun sacerdote.

Leggi anche: La “lacrimazione” della statua del Cristo crocefisso a Medjugorje: miracolo o fenomeno naturale?

Un secondo elemento che è certamente peculiare di Medjugorje – e assolutamente diverso dalle apparizioni note – è dato dal numero dei messaggi, dalla loro frequenza quotidiana e dal loro essere ormai assolutamente svincolati dal luogo stesso di Medjugorje. I veggenti affermano, infatti, che finora la Madonna continua ad apparire loro, indipendentemente agli uni rispetto che agli altri, e appare loro mentre sono in diversi luoghi della terra, semplicemente fissando loro un determinato orario. In questo modo le apparizioni e i messaggi sono ormai decine di migliaia e tale numero cresce di giorno in giorno. Qualcuno dei “veggenti” afferma di vederla o di ricevere messaggi ogni giorno, altri di riceverne solo in alcuni giorni del mese.

Un teologo ha detto una volta che, se tutti questi messaggi fossero veri, sarebbe come se i “veggenti” si trovassero ormai al di là della storia, nella situazione che tutti vivremo un giorno di piena visione, mentre essi, e noi con loro, siamo ancora in cammino in attesa del Paradiso. Questo fatto è strano e diverso da tante altre apparizioni della Madonna, dove Maria è estremamente sobria nel parlare e la sua sobrietà ha, in quelle apparizioni, conferito maggior rilievo alle singole parole dette[10].

Ma queste discussioni – sulle quali non è bene anticipare conclusioni finché la Chiesa non si esprimerà (se si esprimerà) – non spostano di una virgola il fatto che la Madonna viene a visitare la terra, che la Madonna ci è vicina e che appare nella storia, e che ci conferma su alcune cose, come la preghiera, che sono evidentemente fondamentali. Quindi noi, uniti, camminiamo insieme, anche se l’uno o l’altro la pensa diversamente su Medjugorje, perché abbiamo in comune la fede cattolica, la fede nella quale il ruolo carico di calore e di affetto di Maria è saldo, è saldo che il suo apparire nella storia è un aiuto alla fede, è forte la nostra fiducia nella provvidenza di Dio e nel valore dell’intercessione di Maria e dei santi. Potremmo dire che è salda la nostra fiducia nella preghiera dell’Ave Maria che compendia tutto questo.

Allora in questo luogo, dopo aver pregato il rosario, ricevete ora la benedizione di Dio, certi dell’intercessione della Vergine.

Note al testo

[1] In apertura di Amoris laetitia papa Francesco ricorda che questo atteggiamento oppositivo delle opposte fazioni preclude agli uni e agli altri, a chi vuole tutto conservare e a chi vuole tutto cambiare, ogni vera comprensione dei problemi: «I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche» (AL 2).

[2] «La rivelazione privata è un aiuto per questa fede, e si manifesta come credibile proprio perché rimanda all’unica rivelazione pubblica. Per questo l’approvazione ecclesiastica di una rivelazione privata indica essenzialmente che il relativo messaggio non contiene nulla che contrasti la fede ed i buoni costumi; è lecito renderlo pubblico, ed i fedeli sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione. […] È un aiuto, che è offerto, ma del quale non è obbligatorio fare uso» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Norme per procedere nel discernimento di presunte apparizioni e rivelazioni, Prefazione, 3; il documento è del 2011).

[3] Dante Alighieri, Commedia, Paradiso, XXXIII.

[4] Si pensi alla prima intervista di papa Francesco a padre A. Spadaro, concessa alla Civiltà Cattolica e ripubblicata su L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIII, n. 216, Sab. 21/09/2013: «E, ovviamente, bisogna star bene attenti a non pensare che questa infallibilitas di tutti i fedeli di cui sto parlando alla luce del Concilio sia una forma di populismo. No: è l’esperienza della “santa madre Chiesa gerarchica”, come la chiamava sant’Ignazio, della Chiesa come popolo di Dio, pastori e popolo insieme. La Chiesa è la totalità del popolo di Dio». «Io vedo la santità nel popolo di Dio, la sua santità quotidiana. C’è una “classe media della santità” di cui tutti possiamo far parte, quella che di cui parla Malègue». Il Papa si sta riferendo a Joseph Malègue, uno scrittore francese a lui caro, nato nel 1876 e morto nel 1940. In particolare alla sua trilogia incompiuta Pierres noires. Les Classes moyennes du Salut. Alcuni critici francesi lo definirono «il Proust cattolico». «Io vedo la santità – prosegue il Papa – nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomoné, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio». «Questa Chiesa con la quale dobbiamo “sentire” è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità». La stessa sensibilità sul grande rispetto che merita la spiritualità del popolo ritorna nell’omelia nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, III Domenica di Pasqua, 14 aprile 2013: «Nel grande disegno di Dio ogni dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia. Ci sono i santi di tutti i giorni, i santi “nascosti”, una sorta di “classe media della santità”, come diceva uno scrittore francese, quella “classe media della santità” di cui tutti possiamo fare parte». Il concetto di “popolo di Dio”, inteso nella sua composizione semplice e popolare, comprendente tutti, ritorna continuamente nel magistero di papa Francesco. Si veda in particolare il testo programmatico di Evangelii Gaudium: «La Chiesa proclama «il vangelo della pace» (Ef 6,15) ed è aperta alla collaborazione con tutte le autorità nazionali e internazionali per prendersi cura di questo bene universale tanto grande. Nell’annunciare Gesù Cristo, che è la pace in persona (cfr Ef 2,14), la nuova evangelizzazione sprona ogni battezzato ad essere strumento di pacificazione e testimonianza credibile di una vita riconciliata. È tempo di sapere come progettare, in una cultura che privilegi il dialogo come forma d’incontro, la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni. L’autore principale, il soggetto storico di questo processo, è la gente e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo, un’élite. Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo. Si tratta di un accordo per vivere insieme, di un patto sociale e culturale» (EG 239).

[5] Cfr. anche Papa Francesco, quando predica contro una teologia complicata, non predica contro la teologia di papa Benedetto, bensì contro l’astrattezza di noi catecheti, teologi e pastoralisti. Nota di Andrea Lonardo.

[6] Il rischio del bianco e del nero è presente anche nell’apologetica cattolica. Cfr. su questo Un’apologetica che vuole stravincere è destinata a perdere. Per un’apologetica moderata. Breve nota di Andrea Lonardo.

[7] Solo per offrire uno dei tanti esempi possibili, si veda la sintesi dell’omelia della messa del 12/5/2016 nella cappella di Santa Marta: «Dove “i cristiani si fanno la guerra fra di loro” – afferma Papa Francesco – “non c’è testimonianza”: “Dobbiamo chiedere tanto perdono al Signore per questa storia! Una storia tante volte di divisioni, ma non solo nel passato… Anche oggi! Anche oggi! E il mondo vede che siamo divisi e dice: ‘Ma che si mettano d’accordo loro, poi vediamo… Come, Gesù è Risorto ed è vivo e questi – i suoi discepoli – non si mettono d’accordo?’. Una volta, un cristiano cattolico chiedeva a un altro cristiano d’Oriente – cattolico pure: ‘Il mio Cristo resuscita dopodomani. Il tuo quando resuscita?’. Neppure nella Pasqua siamo uniti! E questo nel mondo intero. E il mondo non crede”. “È stata l’invidia del diavolo – spiega il Papa – a far entrare il peccato nel mondo”: così, anche nelle comunità cristiane “è quasi abituale” che ci siano egoismo, gelosie, invidie, divisioni, “e questo porta a sparlare uno dell’altro. Si sparla tanto!”. In Argentina – nota – “queste persone si chiamano ‘zizzaniere’: seminano zizzania, dividono. E lì le divisioni incominciano con la lingua. Per invidia, gelosia e anche chiusura! ‘No! La dottrina è questa!”. La lingua – osserva il Papa – “è capace di distruggere una famiglia, una comunità, una società; di seminare odio e guerre”. Invece di cercare una chiarificazione “è più comodo sparlare” e distruggere “la fama dell’altro”».

[8] Cfr. su questo Principi direttivi nell’elaborazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, di Christoph Schönborn.

[9] Diverso è il caso di alcuni dei “padri spirituali” che hanno accompagnato i “veggenti”, poiché in alcuni casi essi hanno ingenerato problemi.

[10] Qui l’obiezione è ancora seria. Fra l’altro non è emersa solo recentemente, bensì era già stata espressa al tempo di papa Benedetto XVI, dal cardinal Tarcisio Bertone in televisione e le sue dichiarazioni sono state poi da lui ripetute nel volume L’ultima veggente di Fatima, Rai-Rizzoli, pp. 103-107.

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