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Il lavoro che (ancora) non c’è

NIGHT JOB
Africa Studio - Shutterstock
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Viaggio nel mondo del lavoro da reinventare del gesuita Francesco Occhetta

Sono iniziate ieri le Settimane Sociali dei cattolici, un appuntamento che si ripete da oltre cento anni, con pause e riprese. Attraverso questo appuntamento la Chiesa, pastori e laici, ascoltano, elaborano e immaginano il futuro dell’Italia e degli italiani. Oggi più che mai il tema al centro di questo laboratorio di saperi e di speranze è il lavoro: quello che non c’è, quello precario, quello che non permette di costruire una famiglia, ma anche quello innovativo, quello che stenta a ripartire. In questa cornice è utile il contributo di padre Francesco Occhetta, gesuita, redattore della prestigiosa Civiltà Cattolica e consulente ecclesiastico dell’Unione Giornalisti Cattolici italiani, membro del comitato esecutivo delle Settimane,  che a proposito di lavoro ha appena pubblicato un libro dal titolo profetico:Il lavoro promesso. Libero, creativo, partecipativo e solidale” (Ancora Editrice). Titolo che richiama proprio il tema delle Settimane Sociali “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”, ecco allora che esso assume interesse per noi, per la comunità ecclesiale, per i legislatori. Che tipo di lavoro va portato in Italia? Uno che non faccia perdere all’uomo la sua dignità (come un certo caporalato continua a fare), che non gli faccia perdere la sua salute (come all’Ilva di Taranto), che non gli faccia perdere la speranza (come per i tanti cassaintegrati). Innovativo e smart, ma ben retribuito, che la modernità del lavoro ci ha anche abituato ai runner (i  giovani e meno giovani che in bici portano il cibo da una parte all’altra delle grandi città) pagati 3-4 euro a consegna. E non basta neppure che l’azienda sia una grande e consolidata realtà per avere dignità, basta pensare ai lavoratori della logistica, in particolare magazzinieri e spedizionieri di grandi portali dell’e-commerce mondiale.

Nella Industry 4.0 spicca il concetto di smart working (il lavoro agile): esso mostra che non sono più il «cartellino», il luogo e le mansioni a essere criterio di misurazione, ma la qualità della produttività.

Tra i lavoratori italiani, «coloro che già oggi godono di un grado consistente di autonomia nello scegliere quando, dove lavorare e con quali strumenti, possono essere stimati in circa 250 mila, ma sono almeno 5 milioni i lavoratori che, dal punto di vista delle attività svolte e con le tecnologie attualmente disponibili, potrebbero fare smart working». Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, le imprese che adottano forme di smart working sono passate dal 17% al 30% in un anno. Anche la politica — attraverso un disegno di legge specifico — ha dato una cornice legislativa «leggera» a questa nuova tipologia di lavoro, salvaguardando alcuni diritti. Tuttavia la cultura politica dovrebbe compiere un ulteriore passo avanti. La quarta rivoluzione industriale esige infatti la ristrutturazione dei modelli di organizzazione del lavoro e di un know-how (una specifica conoscenza), specialmente nel campo digitale.

«Dopo Industria 4.0, serve Lavoro 4.0», si afferma da più parti. Come in tutti i cambiamenti epocali, è compito della cultura e delle forze sociali trovare forme di tutela efficaci per il «lavoro degno», che è difeso dal Magistero della Chiesa — per esempio in Evangelii Gaudium si parla di il «lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale» (192) — e affermato nella Costituzione.

L’equilibrio uomo-macchina dell’industria 4.0 è infatti delicato e rischioso. Sul piano antropologico l’uomo è chiamato a rimanere il soggetto della tecnologia, e non un oggetto. Inoltre, il lavoro è valore, ed è alla base della giustizia e della solidarietà. Se eclissiamo il valore, eclissiamo il significato di lavoro (Civiltà Cattolica).

Ma dunque di quale lavoro parla dunque padre Occhetta? Qual è il lavoro che la Chiesa spera per l’Italia? Un assaggio del libro ci aiuta a capire:

Dire lavoro significa pensarlo come una grande pianta che produce ossigeno. Spesso ci si preoccupa solamente dei
frutti che tardano a germogliare, quasi mai si investe sulla cura del tronco e sul nutrimento delle sue radici. Nel dibattito durante la Costituente emerse, per alcuni deputati, che ciò che dà dignità al lavoratore è «l’atto del creare». Creare e ricreare, esattamente come lo racconta il libro della Genesi quando Dio crea. Si cresce e si diventa uomini lavorando attraverso il sacrificio, gli scontri, le gelosie, le opportunità, le domande del mercato, gli interessi di parte ecc. Insomma, il lavoro è un atto creatore, lo sottolinea anche Charles Péguy in L’argent (1913), in una sua poesia quando precisa che il lavoro deve essere ben fatto per costruire se stessi, non per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone:

Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. / Un tempo gli operai non erano servi. / Lavoravano. / Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. / La gamba di una sedia doveva essereben fatta. / Era naturale, era inteso. Era un primato. / Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, / o in modo proporzionale al salario. / Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. / Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. / Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, / una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia / fosse ben fatta. / E ogni parte della sedia fosse ben fatta. / E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata / con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. / Secondo lo stesso principio delle cattedrali. / E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. / Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. / Il lavoro stava là. Si lavorava bene. / Non si trattava di essere visti o di non essere visti. / Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto (ibidem p 11).

E’ proprio il gesuita che all’apertura delle Settimane ha spiegato che “stiamo lottando, anche come Chiese, in una cultura del lavoro imperniata da 7 grandi mali: investimenti senza progettualità, finanza senza responsabilità, tenori di vita senza sobrietà, efficienza tecnica senza coscienza, politica del lavoro senza società, rendita senza ridistribuzione, crescita senza occupazione” (AgenSir). I sette peccati capitali del capitalismo italiano si potrebbero rinominare. C’è una sfida nel libro di Occhetta che riguarda il come viene pensato il lavoro nel nostro Paese, come vengono inquadrati, protetti e accompagnati i lavoratori, l’egoismo delle piccole rendite di posizione, una riforma (che non c’è) di respiro ampio con un occhio a quella Costituzione spesso molto evocata e poco applicata e che ha dentro di sé il meglio dell’Italia del dopoguerra, perché proprio sulla dignità del lavoro e sulla sua centralità sociale si incontrarono i cattolici e il mondo che si rifaceva al marxismo e regalarono all’Italia quel famoso “Boom economico” a cui corrispose una boom di nascite, ma anche un senso di sazietà che ha fermato tutto, bloccando energie e solidarietà sociale, mettendo i presupposti per una guerra tra generazioni che oggi – in tempi di crisi – vediamo esplodere in tutte le sue contraddizioni: giovani che non vedranno mai una pensione, lavoratori a cui l’asticella viene continuamente alzata, masse di anziani con pensioni misere. Ci sono insomma molte cose di cui parlare, c’è un magistero, quello di Papa Francesco, che ancora fatica a farsi largo nel pensiero ecclesiale, ma è ossigeno puro anche per quei laici che volessero dire la loro per un futuro migliore dell’Italia, uno magari in cui si possa finalmente rendere quel Lavoro promesso, una realtà e non più una attesa…

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