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Nel “discernimento” il futuro della Chiesa: il nuovo libro del Papa

POPE FRANCIS,FERULA
Andrew Medechini | AP Photo
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“Adesso fate le vostre domande” è da un giorno in libreria: a cura di p. Antonio Spadaro (autore della prima intervista inedita), si rivela un utile sussidio per chi voglia farsi un'opinione fondata sul pensiero e sulla formazione del Pontefice Argentino

È uscito ieri l’ultimo libro-intervista di Papa Francesco, scritto a quattro mani con il direttore responsabile de La Civiltà Cattolica, il gesuita Antonio Spadaro: “Adesso fate le vostre domande” (Rizzoli) è il titolo del libro, evidentemente ispirato alla formula con cui il Santo Padre abitualmente introduce, alla fine delle sue allocuzioni, quello che con brutto ma ormai invalso anglicismo si chiama “question time”. Il volume sarà presentato sabato 21 ottobre alle 18 a Villa Malta, storica sede de La Civiltà Cattolica (in Via di Porta Pinciana a Roma) – sarà possibile seguire la presentazione, cui interverranno Piero Badaloni e Ferruccio de Bortoli, anche in streaming.

Il libro riporta il contenuto di tre lunghe conversazioni pomeridiane tra padre Spadaro e il Pontefice (primo capitolo), ma si sostanzia ugualmente nel riportare i testi di altri memorabili QT del pontificato bergogliano, non necessariamente prossimi quanto al dato temporale: sfogliandolo in redazione a partire dall’indice commentavamo i titoli dei capitoli. Uno, in particolare, ci ha catturato l’attenzione – era il quinto: Nella vita non è tutto nero su bianco.

Il bianco e il nero

«Certo – dicevamo tra noi – giusto i libri sono nero su bianco!». E subito un altro completava: «Difatti li usiamo per rassicurarci». Non c’è niente di male, anzi facciamo bene a difenderci da ciò che ci intimorisce: la condizione necessaria perché ciò resti un bene, però – quella che ci permette di non proteggerci dalla giungla chiudendoci in una gabbia (comunque sperduta in mezzo alla giungla) – è che sappiamo di avere paura e di cercare sempre, istintivamente, dei palliativi. Allora si riesce in qualche modo a controllare i loro effetti collaterali.

Il capitolo 5, in effetti, lambisce questi argomenti perché risulta dalla trascrizione di un incontro privato con alcuni gesuiti polacchi. L’incontro è avvenuto ai margini della GMG del 2016, il 30 luglio, nell’arcivescovado di Cracovia: il Papa dev’essere rimasto molto impressionato da quelle giornate, a quanto pare per lo scaltrito fervore dei cattolici polacchi, dal momento che c’è almeno un episodio entrato nel novero di quelli che ha citato più di una volta. È quello del giovane che chiedeva cosa dire ai suoi amici per far sì che diventino credenti, che il Papa ha ricordato anche nell’incontro coi gesuiti colombiani a Cartagena:

Guarda che l’ultima cosa che devi fare – rispose allora il Papa – è dire qualcosa. Comincia a fare qualcosa. Poi sarà lui o lei che ti chiederà spiegazioni su come vivi e perché.

Adesso fate le vostre domande, 147-148

Quello della pedagogia da proporre ai giovani è stato il primo argomento toccato dal Papa con i ventotto confratelli presenti: piuttosto naturale, dato il contesto di una Giornata Mondiale della Gioventù in corso, ma a ben vedere queste indicazioni valgono per tutti.

Oggi a pranzo a un certo punto siamo arrivati a parlare della confessione. Una giovane mi ha chiesto: «Lei come si confessa?». E ha cominciato a parlarmi di sé. Mi ha detto: «Nel mio Paese ci sono stati scandali legati ai preti, e noi non abbiamo il coraggio di confessarci con il tal prete che ha vissuto questi scandali. Non ce la faccio». Vedete: ti dicono la verità, a volte ti rimproverano… I giovani parlano direttamente. Vogliono la verità, o almeno un chiaro “non so come risponderti”. Non bisogna mai trovare sotterfugi con i giovani. Così con la preghiera. Mi hanno chiesto: «Come prega lei?». Se tu rispondi con una teoria, rimangono delusi. I giovani sono generosi. Ma il lavoro con loro ha bisogno anche di pazienza, tanta pazienza.

Ivi, 147

In tale senso, anzi, il coraggio di parlare apertamente senza rifugiarsi nelle teorie astratte è un favore che facciamo anzitutto a noi stessi. Ora, bisogna stare sempre attenti, quando si dicono cose simili, a non intendere o lasciar intendere che non servano le teorie: le teorie servono se vengono come risposta a una domanda, non se ci dicono come dobbiamo sentirci e pensarci prima ancora che abbiamo non solo cominciato a sentirci e a pensarci, ma anche solo a porci una domanda in merito.

È questo quello che rende possibile il “discernimento”, tanto presuntuosamente invocato dai lassisti quanto ingiustamente temuto dai rigoristi. Prima di andare via, quella sera, il Papa ha voluto aggiungere una “raccomandazione”: ci pare che chi abbia la pazienza di leggerla e capirla non possa più avere confusione in merito a cosa sia (e a cosa non sia) il “discernimento” (definito dal Papa «quello che noi abbiamo ricevuto dagli Esercizi»).

Alcuni piani di formazione sacerdotale corrono il pericolo di educare alla luce di idee troppo chiare e distinte, e quindi di agire con limiti e criteri definiti rigidamente a priori, e che prescindono dalle situazioni concrete: «Si deve fare questo, non si deve fare questo…». E quindi i seminaristi, diventati sacerdoti, si trovano in difficoltà nell’accompagnare la vita di tanti giovani e adulti. Perché molti chiedono: «Questo si può o non si può?». Tutto qui. E molta gente esce dal confessionale delusa. Non perché il sacerdote sia cattivo, ma perché il sacerdote non ha capacità di discernere le situazioni, di accompagnare nel discernimento autentico. Non ha avuto la formazione necessaria. Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacità di discernere. E soprattutto i sacerdoti ne hanno davvero bisogno per il loro ministero. […] Ma, ripeto, bisogna insegnare questo soprattutto ai sacerdoti, aiutarli alla luce degli Esercizi nella dinamica del discernimento pastorale, che rispetta il diritto, ma sa andare oltre. Questo è un compito importante per la Compagnia.

Ivi, 151

Il fiuto del soprannaturale

E a questo punto sostanzia la propria affermazione con il riferimento a un grande Rahner – non quello in cui molti teologi (anche buoni) hanno visto il cavallo di Troia del modernismo, ma il meno noto fratello, che per la pensione si riprometteva di “tradurre in tedesco” gli scritti del fratello maggiore – Hugo:

Mi ha colpito tanto un pensiero del p. Hugo Rahner. Lui pensava chiaro e scriveva chiaro! Hugo diceva che il gesuita dovrebbe essere un uomo dal fiuto del soprannaturale, cioè dovrebbe essere dotato di un senso del divino e del diabolico relativo agli avvenimenti della vita umana e della storia. Il gesuita deve essere dunque capace di discernere sia nel campo di Dio sia nel campo del diavolo. Per questo negli Esercizi sant’Ignazio chiede di essere introdotto sia alle intenzioni del Signore della vita sia a quelle del nemico della natura umana e dai suoi inganni. È audace, è audace veramente quello che ha scritto, ma è proprio questo il discernimento! Bisogna formare i futuri sacerdoti non a idee generali e astratte, che sono chiare e distinte, ma a questo discernimento degli spiriti, perché possano davvero aiutare le persone nella loro vita concreta.

Ivi, 152

Veramente audace, sì, e si capisce che questa lezione risulti ancora e sempre ostica a molti: non dico (solo) del Papa o di Rahner (il maggiore e il minore), ma dello stesso sant’Ignazio, che non a caso fu lungamente inquisito proprio per quanto aveva riportato nel libretto degli Esercizi Spirituali (NB: l’inquisizione romana lo setacciò da cima a fondo con tutta l’acribia di cui era capace e non vi trovò alla fine alcunché di meno che ortodossissimo…).

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