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Conosciamo il significato dei gesti che compiamo durante la liturgia?

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia Italia - pubblicato il 19/10/17

«L’inginocchiarsi è un gesto essenzialmente cristologico, col quale si piegano le ginocchia dinanzi a Colui che non ha considerato un tesoro geloso la sua divinità, che pure gli è propria, ma si è abbassato fino alla morte di croce. Lui è il vero Dio, al di sopra di tutti gli dèi».




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3) STARE IN PIEDI

Stare in piedi nell’Antico Testamento è l’atteggiamento classico della preghiera. «Lo stare in piedi è il gesto del vincitore… Nello stare in piedi ci sentiamo uniti alla vittoria di Cristo; e quando ascoltiamo in piedi il Vangelo, lo facciamo per esprimere il rispetto; davanti a questa parola non possiamo rimanere seduti, essa ci innalza verso l’alto».

4) STARE SEDUTI

«La liturgia – prosegue l’attuale Papa emerito – conosce il gesto di stare seduti durante le letture, durante la predica e nella meditazione della parola (canto dei salmi) ecc. Lo stare seduti deve servire al raccoglimento; il corpo deve rilassarsi così che l’ascolto e la comprensione siano compiutamente facilitati».




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5) LE MANI ALLARGATE

Il gesto delle mani allargate verso l’alto è quello più antico della cristianità ed è l’atteggiamento proprio dell’orante, che è presente in molte tradizioni religiose. «Esso è innanzi tutto espressione dell’assenza di violenza, un gesto di pace: l’uomo apre le sue mani e si apre così all’altro. È anche un gesto di ricerca e di speranza: l’uomo si allunga nell’invocazione del Dio nascosto, si distende incontro a lui…».

Per i cristiani, ricorda Ratzinger, «le braccia spalancate hanno però anche un significato cristologico: ci ricordano le braccia di Cristo distese sulla croce… Spalancando le braccia, preghiamo il crocifisso e facciamo nostri i suoi sentimenti».

6) IL GESTO DI INCHINARSI

Il gesto dell’inchinarsi è «il gesto del pubblicano, che sa di non poter sostenere lo sguardo del Signore e che, proprio per questo, si piega… Dal profondo della nostra insufficienza noi imploriamo Dio perché ci rialzi, ci renda capaci di guardarlo e ci renda tali che egli ci guardi. Il “supplices” – piegati profondamente – è quindi l’espressione corporea di ciò che la Bibbia chiama umiltà».

7) IL GESTO DI BATTERSI IL PETTO

Il gesto di battersi il petto viene anch’esso dalla parabola del fariseo e del pubblicano. «Con questo gesto noi additiamo noi stessi e non gli altri come peccatori». «Con il mea culpa (per mia colpa) ci ritiriamo in noi stessi, davanti alla nostra stessa porta, e possiamo a buon diritto chiedere perdono a Dio, ai santi e a con loro che si raccolgono intorno a noi, verso i quali ci siamo resi colpevoli».


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8) GLI ABITI LITURGICI

Gli abiti liturgici che il sacerdote indossa quando celebra la santa Eucaristia,ricorda l’allora cardinale Ratzinger, «devono innanzi tutto manifestare che egli non è qui come una persona privata, come questo o quello, ma al posto di un altro, di Cristo. La sua dimensione privata individuale deve sparire lasciando lo spazio a Cristo». «Gli abiti liturgici ci ricordano direttamente i testi in cui Paolo parla del rivestirci di Cristo».

9) I SEGNI DELLA GRAZIA

La liturgia cattolica celebra il Verbo che si è fatto carne, che è morto ed è risorto, dando inizio a una creazione nuova. «È quindi naturale – conclude Ratzinger – che abbondi dei segni del cosmo: il sacro fuoco della notte di Pasqua, le candele, i diversi strumenti liturgici, la campana, la tovaglia sopra l’altare ecc. Ma è soprattutto in alcuni sacramenti che le realtà materiali divengono segni efficaci della grazia. Essi sono il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia e l’Unzione degli infermi. Si tratta dell’acqua, dell’olio (di oliva), del pane (di frumento) e del vino. È attraverso questi segni concreti che Gesù giunge fino a noi, ci tocca con la sua grazia e ci unisce a lui».

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gestiliturgiapapa benedetto xvi
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