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Metti Gesù e Bud Spencer seduti in Cielo a mangiare spaghetti…

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Esce domani in libreria “Spaghetti con Gesù Cristo” di don Samuele Pinna. A più di un anno dalla morte di Carlo Pedersoli, universalmente noto col nome d’arte di “Bud Spencer”, arriva un felice tributo d’affetto a evidenziare la bellezza e la complessità del percorso di vita dell’artista

Le lacrime del giovane Pedersoli

Qualcuno starà pensando: «Questo articolo è un trappolone: promette che si parli di Bud Spencer e invece finisce a discutere di epistemologia teologica…». Nient’affatto, eravamo stati chiari e veritieri: il passaggio di Biffi serve più a spiegare che cosa ci fa Pinna, nel proprio libro, che non cosa ci faccia Banana Joe.

Perché anzi – e anzi al ricostruire intelligentemente il dato biografico l’autore dedica molte pagine – personaggi come il venditore di banane nemico degli speculatori e degli sfruttatori delle donne dicono molto non solo di Bud Spencer, né unicamente di Carlo Pedersoli, ma di quello che all’ex campione di nuoto accadde quando la gloria sportiva finì (senza peraltro essere mai esplosa quanto avrebbe forse potuto…).

La fama nell’adolescenza, il successo anche con le donne, la protezione di due bravi genitori, le feste e le goliardate con gli amici non hanno potuto eludere la domanda di senso che chiedeva di capire chi era davvero Carlo, ammesso di andare oltre all’effimero titolo sui giornali e al trofeo sul comodino. Così, poche settimane dopo aver avuto il coraggio di farsi quelle domande, che da tempo covavano inascoltate nelle ceneri del suo essere, si ritrova in Amazzonia. A piangere come un disperato: «Ero scosso, turbato – confessa –. E lasciai | tutto partendo senza soldi per un Paese che non conoscevo». Non aveva mai davvero pianto, se escludiamo qualche naturale capriccio durante l’infanzia. Nella giungla, in un mondo estraneo e poco ospitale, scoprì invece il potere curativo delle lacrime, facendo attenzione però a non farsi vedere da nessuno, perché agli occhi degli altri rimaneva comunque un bianco massiccio con l’aria del “duro”.

Vicino alla trentina Bud diede, finalmente, una svolta al suo stile di vita, che ricorda «come una folgorazione. Mi chiedevo: “Ma tu chi sei?”, perché non lo sapevo. “Hai fede in qualche cosa?”». E «così ho scoperto solo da adulto di essere credente».

Ivi, 45-46

E a don Pinna, giovane ma ancora cresciuto in una formazione amica delle belle lettere, tornano in mente il lavacro del pianto di Pietro (peraltro è autore di un pregevole saggio su un inno liturgico che a quel lavacro accenna elegantemente) e quello manzoniano delle lacrime dell’Innominato. Il libro procede così, pagina dopo pagina, in un gioco serio di meditazioni letterarie, di assonanze e di rimandi che comprendono alcuni grandi classici, come Saint Exupéry, Tolkien, Bach (Richard, non J.S.…), e gli autori di una vita, i fidi compagni a cui l’autore si rivela debitore non meno che a Bud Spencer – il cardinale Giacomo Biffi, ad esempio, e il pur evocato Giovannino Guareschi.

Tra filosofi e polpette

Forse qualcuno obietterà: «Insomma, è il Bud Spencer di don Pinna, non proprio Bud Spencer». Ecco, una simile domanda toccherebbe in parte un difetto strutturale del libro – cioè l’essere stato iniziato per l’impatto emotivo dato dalla morte di Pedersoli, e dunque necessariamente privo di un confronto con l’autore –, ma rivelerebbe pure una qualche diffidenza nei confronti dell’operazione, quasi che si sospettasse Pinna di voler forzatamente non dico “battezzare” Bud Spencer (la sua fede era così trasparente e impertinente che salta fuori anche dalle colonne del Corsera), ma “intellettualizzarlo”.

E si rivelerebbe allora il corto ingegno dietro a un simile sospetto: come se Pippo e Roger Rabbit non ci avessero da tempo insegnato, dopo Stanlio e Ollio, Chaplin e Sordi, quanta serietà ci voglia per far ridere, e quanti pensieri per rilassare le persone. E sì che il buon Terenzio, già ai suoi tempi, se ne fece quasi una malattia… Ma torniamo a Bud Spencer – la cui malattia semmai era la fame: fame di cibo, sì, ma tanto più di esperienze, di affetti, di mondi, di spirito – e torniamo ai suoi libri filosofici (perché scrisse anche di filosofia e, da partenopeo naïf, fu molto meno abusivi di tanti maître à penser…). Particolarmente in uno – Mangio ergo sum – si taglia a fette la golosa gioia di pensare e di riversare le proprie considerazioni nei letti già scavati dai grandi pensatori della storia.

L’incontro notturno con gli intellettuali di tutte le epoche inizia con Cartesio: egli è criticato perché secondo Bud Spencer la prova dell’esistenza non è il cogito, bensì il mangio. Per Bud anzitutto c’è il mangio seguito dal futteténne. Nel confronto con Cartesio si sfiora il tema di Dio, entità insondabile ma esistente. Senza l’ente Perfettissimo, l’uomo, imperfetto, non potrebbe aspirare alla perfezione, perché non ne avrebbe neppure il concetto.

Ivi, 101

E poi Galilei, con Copernico e san Tommaso, Machiavelli, Voltaire e molti altri. E Pinna in controcanto coi “suoi” Maritain, Paolo VI, Giovanni Paolo II (e tra le righe i maestri privati, come il compianto Piero Viotto…). Sembrano i colloqui notturni del governatore negromante dei Viaggi di Gulliver, ma a differenza del personaggio partorito dalla fantasia di Jonathan Swift Bud Spencer non è affatto angosciato dalla morte:

Sono sempre più appassionato della vita ogni giorno che passa, ma la morte non mi spaventa. Perché credo che in realtà non si muore, e che la nostra anima sia viva anche dopo aver lasciato la terra. Anzi, sono certo che la vita continua. Intanto affronterò la morte, in ogni caso, con dignità e con la stessa dignità affronterò il giudizio di Dio.

Ivi, 124

«Chi è curioso va all’inferno»

Certo, la curiosità non è mai stata una virtù, in sé e per sé, e probabilmente Bud Spencer deve a questa “spina nella carne” tutta l’incompiutezza del proprio personaggio – che, dice Pinna riferendosi a Cyrano «fu molte cose / e tutte invano»  – e molta della bellezza che pure ne promana. In nessun modo, però, la bellezza promana dalla sola curiosità, senza che vi si apponga accanto – come dire – un elemento di stabilità, qualcosa che “faccia massa”. Ecco perché Pinna affronta nei capitoli del libro “gli amori” di Bud Spencer – il cinema, i motori, Terence Hill e soprattutto la moglie Maria (a questi ultimi due è dedicato l’intero lavoro) – nei quali si è stabilizzato e reso limpido il cuore inquieto di questo gigantesco bambinone.

Infatti –  riconosce Bud  – «ci sarebbe voluta la pazienza, la dolcezza e la sensibilità di quella piccola ragazza che poi sposai, Maria Amato, tanto bella quanto mingherlina rispetto a me, per farmi maturare fino al punto di dirle un giorno: “L’eco del mio amore rimbalza nei tuoi occhi e mi fa capire quanto ti amo” (il che non implica che io sappia quanto lei ami me). […]»

Ivi, 49

Va bene, va bene –  diceva mentre ultimavo la lettura il criticone che sempre alberga in me  –: non è difficile cucinare insieme un poco di belle dichiarazioni da libri e interviste e tirare fuori un polpettone convincente, ma non per questo saremo costretti a credere che quella succulenta pietanza abbia un giorno davvero scorrazzato felice per qualche prateria, così come ci appare adesso! E come a rispondere a quella voce, dai ringraziamenti delle ultime pagine – fra i meno rituali che io abbia mai letto – ho visto addensarsi le calorose ombre della moglie, dei figli, della sorella e dell’amico del cuore di Bud Spencer.

Presentai il progetto un po’ emozionato e preoccupato: speravo di fare bella | figura perché i fogli dinnanzi a me avevano non solo lo scopo di rendere omaggio a una persona buona e carica di valori positivi, ma di proporre una testimonianza.

L’incontro fu davvero provvidenziale: da quel giorno in poi ho ricevuto tanti suggerimenti per il mio scritto che hanno elevato di molto il suo valore. Desidero, quindi, ringraziare di vero cuore e con tanto affetto per quanto ha fatto la signora Maria, che mi ha accompagnato passo dopo passo sino alla fine del lavoro. […] A Giuseppe, Cristiana e Diamante devo porgere il mio ringraziamento per la disponibilità, la simpatia e per aver letto, nelle varie stesure, Spaghetti con Gesù Cristo! La “teologia” di Bud Spencer. Devo, inoltre, dire un grande grazie anche a Vera Pedersoli, sorella di Carlo, che con sollecitudine e disponibilità mi ha fatto sentire la sua vicinanza raccontandomi come il legame con suo fratello sia sempre stato forte, un’autentica “vita di comunione”.

Ivi, 147-148

Pinna non teme di dilungarsi, né tantomeno che la folta schiera degli amici da ringraziare possa diluire il suo merito per la composizione di questo tributo:

[…] Vuol dire che i miei “amici” si sono accresciuti: è la fortuna dei cristiani che sanno di non essere mai soli, ma sempre in una dolce ed ecclesiale compagnia. Questo mio libro, pertanto, è in qualche modo anche un po’ loro.

Ivi, 149

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