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Metti Gesù e Bud Spencer seduti in Cielo a mangiare spaghetti…

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Esce domani in libreria “Spaghetti con Gesù Cristo” di don Samuele Pinna. A più di un anno dalla morte di Carlo Pedersoli, universalmente noto col nome d’arte di “Bud Spencer”, arriva un felice tributo d’affetto a evidenziare la bellezza e la complessità del percorso di vita dell’artista

Si avvicina il 31 ottobre, e mentre tutti i bambini sanno che questo vuol dire “Halloween” (sfortunatamente quasi nessuno, se non ha letto il mio amico Rocco Malatacca, sa cosa sia questa festa…); gli intellettuali seriosi, invece, rimuginano tra loro che quest’anno si consumerà il 500esimo anniversario dall’affissione delle tesi luterane a Wittenberg (ma tutti quelli che hanno letto il mio maestro Giancarlo Pani sanno che non vi fu alcuna affissione…).

Verso il secondo compleanno incompiuto di Bud

Restano dunque poche certezze, quanto al 31 ottobre, per noi «non artisti / solo piccoli baccellieri». Alla sera celebreremo con gioia la vigilia di Ognissanti, naturalmente, ma nel corso della giornata non potremo che pensare a Bud Spencer, che nacque Carlo Pedersoli nel 1929 e che non soffierà sull’ottantottesima candelina così come non soffiò, per pochi mesi, sull’ottantasettesima. Peccato per noi, che abbiamo perso la compagnia sensibile di quel gigante buono entrato nelle case e negli immaginari di noi tutti dal tubo catodico (perché all’epoca i televisori ce l’avevano, il tubo catodico): quanto a lui, abbiamo diverse buone ragioni per pensare che sia preso in attività più liete, considerando a quale decisa esasperazione fosse giunta la sua curiosissima “fame di Dio” nel corso degli anni e dei decenni. Proprio domani esce nelle librerie un libro di don Samuele Pinna, giovane sacerdote e teologo dal sangue sardo-lombardo, che sembra scritto apposta per consolare la nostra nostalgia di Bud. E di Carlo – ci spiega pazientemente Pinna in Spaghetti con Gesù Cristo! –, perché il segreto di quest’uomo poliedrico fu soprattutto la sua calda e pastosa umanità. O non si spiegherebbe un libro-tributo di un giovane sacerdote che non ha ricevuto incarichi, né ricompense, né promesse da editori e produttori (e tantomeno dalla normalissima famiglia dell’attore). La ragione principale è un debito personale, che l’autore intende palesare al lettore:

In casa mia fin da quando ero ragazzo si guardava poco la televisione; i miei genitori erano molto attenti e scrupolosi al riguardo. Ma c’erano dei programmi, rari, che con loro e mio fratello si potevano tranquillamente vedere, rimanendo alzati più dell’orario consentito. Perlopiù erano i film di Bud Spencer e Terence Hill (oltre a quelli di Totò e, soprattutto, di Don Camillo sceneggiati da quel “geniaccio” di Guareschi). Io ragazzetto li aspettavo con gioia incontenibile, benché magari fosse la millesima replica (tra l’altro questo mi capita anche oggi, nonostante segua ancor meno di un tempo i programmi televisivi).

Rammento, inoltre, come il punto più bello e atteso del film fosse per me (ma anche per mio fratello Cristian) la scazzottata finale, dove mi immedesimavo nei protagonisti. Passando gli anni ho compreso sempre più in profondità la morale buona di quei lungometraggi restituita con semplicità. Ho iniziato a nutrire anche un’umana simpatia, confermata dalla scoperta che gli interpreti principali di quei racconti erano persone “perbene” e – per dirla ancora alla Bud Spencer – “decenti”.

Samuele Pinna, Spaghetti con Gesù Cristo!, 144

La teologia dei cazzotti e degli spaghetti

Questa è bella: restare svegli fino a tardi per Don Camillo è una trasgressione a cui anche i Papi Benedetto XVI e Francesco ci hanno abituati (e facilmente facevano lo stesso pure i loro predecessori); ma che il clero sovvenzioni gli spaghetti western… e in particolare le scazzottate, lodandone apertamente “la morale buona”… è cosa che desta stupore.

O ne desterebbe, di stupore, in chi non avesse mai letto le cose di don Pinna, tanto attivo nell’attività pastorale quanto impegnato nella ricerca accademica e nella divulgazione della dottrina cristiana. Possibile parlare di “teologia di Bud Spencer”, seriamente ancorché con le virgolette in copertina? Pinna sembra immaginare questa obiezione fondamentale, per cui mette avanti le mani nell’Introduzione:

Ogni battezzato è, in realtà, un teologo in quanto parla – e non solo attraverso concetti – del suo Dio, che è Padre e Figlio e Spirito Santo, e della sua fede nella Chiesa.

Ivi, 12

Questo Bud Spencer lo fece di continuo, perfino rispondendo “importune” a Chiara Maffioletti che gli chiedeva per il Corriere della Sera come si autovalutasse in generale, in quanto persona:

Glielo dico dopo, quando mi chiama nostro Signore. Cambio di continuo per via delle mie curiosità. L’aldilà è tra queste. E se arrivo lì e non c’è niente… se arrivo lì e non c’è niente allora mi arrabbio.

Ivi, 142

Era questa sincera e sentita teo-logia di un cristiano semplice e modesto, quantunque pieno di talenti e beneficiato di una vita straordinaria:

Ho fatto tante cose ma senza Dio non avrei fatto nulla. Ho un grande senso di gratitudine verso il Cielo.

Ivi, 12

E del resto Inos Biffi – lo riporta fedelmente Pinna, puntuale nel citarlo – così illustrava la cosa:

Radicalmente teologo è ogni credente, dal momento che l’adesione di fede come tale ha intima in sé una plausibilità o un “vedere”, che rende “umano” l’atto di credere. Anzi l’intelletto dell’uomo è “precostituito”, capace di fede”, ossia “affine” alla Parola di Dio. Se poi in ogni atto di fede c’è un’“intelligenza della fede”, teologo è colui che sviluppa questa intelligenza, l’articola, le dà sistemazione, ne ricerca il linguaggio e la dicibilità storica. Sotto forma, certo, di proposte e di possibilità, ma con l’intenzione e la convinzione di rendere esattamente e con coerenza il dato stesso della fede.

Ibid.

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