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Dove finisce il cibo che sprechiamo?

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Servono misure per controllare gli sprechi, perché approfittando di più e meglio del cibo si ottenga un'assegnazione più giusta ed efficiente

Il 16 ottobre è stata la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. In questa data si parla sempre di cosa accade al cibo sprecato e del problema delle carestie. Secondo la FAO, si sprecano circa 1.300 milioni di tonnellate di cibo all’anno, il 32% di quanto si produce a livello mondiale. Si getta via, e qundi non soddisfa alcuna necessità. Questo fatto, che si associa a una società opulenta, ha il suo contrasto in un mondo in cui 900 milioni di persone soffrono la fame. C’è quindi qualcosa che non funziona.

Dal punto di vista economico, il libero mercato dovrebbe eliminare questi sprechi di modo che la produzione si adegui alle necessità. Teoricamente non esisterebbe spreco (eccesso di offerta) né fame (eccesso di domanda), ma la realtà mondiale è scioccante e ci deve far riflettere chiedendoci se questa inefficienza e questa ingiustizia non mettano in discussione i meccanismi di assegnazione che abbiamo costruito a livello sociale e globale.

I numeri mostrano che una distribuzione corretta del cibo metterebbe fine alle carestie, ma il sistema di mercato non sta dando luogo a un’assegnazione giusta ed efficiente.

Ad ogni modo, non è solo una questione di distribuzione, ma anche di sostenibilità. Questo spreco ha una serie di costi ambientali. Se riducessimo gli sprechi, anche il pianeta ringrazierebbe. Ad esempio, si stima che l’impronta di carbonio associata alla quantità di cibo sprecato raggiunga la cifra di 3.300 milioni di tonnellate di equivalente di CO2 di gas effetto serra annuali.

Dall’altro lato, la quantità d’acqua necessaria per questo spreco è di circa 250 km3, a cui va aggiunto che questo spreco, in genere non essendo compostato, emette gas di effetto serra nell’atmosfera fondamentali per i cambiamenti climatici.

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Servono quindi misure che controllino gli sprechi, di modo che approfittando di più e meglio del cibo si ottenga un’assegnazione più giusta ed efficiente. Se nei Paesi sviluppati si abbassa l’eccesso di domanda, la cosa normale è che, data una certa offerta, gli alimenti diventino più economici. Questo favorirebbe la non espulsione dei mercati dei Paesi sottosviluppati.

Le stime sul modo in cui si generano gli sprechi contemplano alcune fasi dall’origine alla messa al servizio del consumatore. Il 32% della produzione di cibo che viene sprecato viene distribuito come segue.

Esiste uno scarto all’origine che è di circa il 12,5%. Qusta fase corrisponde alla pratica di gettare frutta e verdura che non rispettano i requisiti commerciali, ed è collegata anche alla strategia delle politiche che consistono nell’eliminare la sovraproduzione per mantenere i prezzi. Un’altra parte è associata all’origine a problemi di immagazzinamento e trattamento inadeguato che danneggiano gli alimenti.

Un altro spreco si verifica nella distribuzione. In questo caso implica un 1,6% molto inferiore rispetto al dato precedente ma ugualmente preoccupante, che ha a che vedere soprattutto con i problemi in fase di trasporto o di umidità e temperatura. Anche il modo di presentare il prodotto, ad esempio impilando la frutta, pregiudica il cibo che rimane nella parte inferiore. Un’altra pratica discussa ha a che vedere con il ritiro dei prodotti dai supermercati quando scadono o si avvicina la data di scadenza.

Nella fase di ristorazione si spreca in genere il 4,5% degli alimenti prodotti a livello mondiale, perlopiù per la cattiva qualità o l’errata preparazione in catering o ristoranti. L’errata previsione di acquisti e menu e i calcoli sbagliati sono in genere le cause principali di questo spreco.

A casa, poi, lo spreco raggiunge il 13,5%. È la fase in cui in Europa si spreca di più, circa mezzo chilo a settimana. In Spagna si gettano via circa 1.326 milioni di chili di alimenti ogni anno. Questo fatto è collegato al dimenticare gli avanzi in frigorifero, alla cattiva conservazione, alla confusione tra data di scadenza e data entro cui consumare preferibilmente un alimento e al fare scorte eccessive rispetto alle necessità.

Solo in Spagna si stima che ogni anno il costo del cibo sprecato sia di 250 euro per persona. A livello mondiale è di circa 900.000 milioni di euro all’anno. Forse se decidessimo di lasciare un mondo un po’ migliore ai nostri figli dovremmo iniziare educandoci ed educandoli a non alimentare gli sprechi per rispettare ciò che ci nutre.

In Italia d’altronde  in media ognuno di noi butta via ogni mese 2,4 kg di prodotti alimentari e in un anno oltre 8 miliardi di euro di cibo se ne vanno in spazzatura. Un video di Casa Surace per riflettere sui nostri consumi col sorriso:

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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