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Nello scrigno dell’Amazzonia il tesoro dei “viri probati” che saranno preti

Ana Cotta
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Il Sinodo Panamazzonico del 2019 dovrà mettere a tema il dibattito sulla ordinazione sacerdotale di uomini sposati ma dalla fede sicura

I “viri probati” che saranno preti

In particolare il Sinodo Panamazzonico dovrà mettere a tema il dibattito su nuove ministerialità in una Chiesa, come quella amazzonica, che soffre di uno scarso numero di sacerdoti chiamati a servire territori vastissimi. L’ipotesi, come è noto, è quella dell’ordinazione sacerdotale di uomini sposati ma dalla fede sicura: i viri probati.

Su questa possibilità, per padre Bossi, “il Sinodo potrebbe pensare a passi concreti. Senza perdere di vista l’universalità della Chiesa, Francesco mi pare aperto ad esperimenti per territori specifici. In queste regioni se non si pensa ad un servizio ministeriale più aperto, non si riuscirà a servire bene le comunità. Nel Chiapas, in Messico, abbiamo ad esempio il ‘diaconato indigeno’, con un percorso che valorizza le coppie e un percorso di dialogo interculturale”.

Da decenni si discute della possibilità di ordinare i “viri probati” per rispondere alle esigenze delle comunità prive di un prete. Questo tema finalmente sarà affrontato e risolto (si spera in senso positivo) dal Sinodo per l’Amazzonia convocato oggi da Papa Francesco. In territori come l’Amazzonia e il Chiapas, nei quali le comunità cristiane sono visitate dai sacerdoti solo alcune volte all’anno, si dovrebbero “ordinare alcuni dei leader laici che guidano le comunità: è la decisione più giusta, perché l’obiettivo è dotare una precisa comunità di un presbitero proprio, a partire da ciò che già esiste in quella comunità. Garantendo il rapporto ministro-comunità. Non è un estraneo che viene da fuori, ma dall’interno. Non c’è bisogno di inserirlo, ‘inculturarlo’, poiché fa già parte della comunità e della sua storia, ha il suo viso, il suo modo di essere”, sostiene monsignor Antonio José de Almeida, professore presso la Pontificia Università Cattolica del Paranà. Dottore in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, monsignor José si occupa del tema dei ministeri nella Chiesa a servizio della vita e della missione delle comunità, e conosce da vicino molte esperienze di ministeri non ordinati in America Latina. E precisa che non solo parla di “viri probati” – uomini sposati che potranno essere ordinati al sacerdozio – ma anche di “communitates probatae ” dove l’accento è posto sulla comunità. “Sarebbe tragico – spiega – se la Chiesa ordinasse ‘viri probati’ senza un forte senso di comunità”.

“Monsignor Almeida – sottolinea il blog Terre d’America – propone nomi diversi per questi due tipi di ordinazioni: sacerdoti e ministri ordinati locali. I sacerdoti continuerebbero a essere celibi e verrebbero mandati nelle parrocchie della diocesi, mentre i ministri ordinati locali servirebbero solamente la comunità in cui vivono e potrebbero essere inseriti nella vita familiare e professionale. Qualora non avessero un lavoro, o se lo avessero perso, i ministri ordinati locali potrebbero essere aiutati e sostenuti dalla comunità nello stesso modo con cui già si sostengono alcuni sacerdoti. “Entrambi sono presbiteri dello stesso sacramento dell’ordine; entrambi annunciano il Vangelo in nome della Chiesa; entrambi amministrano i sacramenti; entrambi guidano la comunità con e sotto il Vescovo; entrambi sono ordinati per tutta la vita”, chiarisce la proposta. Ma mentre “i sacerdoti servono una vasta area e vivono in una circoscrizione pastorale più ampia”, i “ministri ordinati locali” vivono all’interno della loro comunità.

Così, i ministri ordinati locali sarebbero scelti direttamente dalla loro comunità e non sarebbe solo uno, ma un piccolo gruppo di due o tre. Inoltre, il servizio per la comunità sarebbe part-time. “Il modello non è la grande parrocchia, territoriale, anonima, totalmente centralizzata nel parroco, dove tutto dipende da lui”. Essi dovranno rispettare i seguenti criteri: essere uomini di comprovata fede e virtù, competenti e rispettati all’interno di una particolare comunità.

Quel colloquio tra Francesco e il vescovo missionario austriaco Kraeutler

I contenuti promettenti di un colloquio tra Papa Francesco e don Erwin Kraeutler (missionario austriaco e vescovo dello Xingu nella foresta amazzonica brasiliana) che ha toccato il tema dell’ordinazione sacerdotale che potrebbe essere conferita, in situazioni di drammatica carenza del clero, a uomini sposati di vita retta e sufficiente preparazione teologica, è stato ricostruito dal vaticanista Iacopo Scaramuzzi nel libro “Tango Vaticano. La Chiesa al tempo di Francesco”, pubblicato dalle “edizioni dell’asino”.

“Nello Xingu – ha raccontato il vescovo missionario – ci sono circa 800 comunità e solo 27 sacerdoti. Come in tutta l’Amazzonia, anche nello Xingu le comunità, per la stragrande maggioranza, hanno accesso alla celebrazione eucaristica domenicale solo due o tre volte l’anno. È molto doloroso per me, come vescovo, convivere con questa realtà. Improvvisamente, il papa mi ha chiesto: ‘Che ne pensa lei, o qual è la sua proposta in questo senso?’ Non mi sarei mai aspettato che il papa volesse sentire la mia opinione e ho detto: ‘Non ho una ricetta pronta, ma abbiamo bisogno di trovare urgentemente una soluzione affinchè la nostra gente non sia più esclusa dall’eucaristia’. Il Papa allora ha risposto che c’erano alcune ‘tesi interessanti’, per esempio quella di un tedesco che e’ stato vescovo in Sudafrica. Si tratta di monsignor Fritz Lobinger, dal 1987 al 2004 vescovo della diocesi di Aliwal. Egli sogna ministri ordinati che appartengono alla comunita’ e continuano la propria vita familiare e professionale. Il Papa ha ricordato anche una diocesi in Messico, dove, nelle varie etnie indigene, ci sono centinaia di diaconi sposati che esercitano il ministero col proprio popolo e presiedono le loro celebrazioni. Manca loro solo l’ordinazione presbiterale per poter presiedere anche la celebrazione eucaristica. E’ la diocesi di San Cristobal de Las Casas, nello stato del Chiapas”.

Al presule ricevuto in udienza privata,”Francesco ha spiegato che “il Papa non può prendere tutto in mano personalmente da Roma. Noi vescovi locali, che conosciamo meglio i bisogni delle nostre comunita’, dovremmo presentare proposte molto concrete. Dovremmo essere corajudos, ha detto in spagnolo, che significa coraggiosi, audaci. Un vescovo non dovrebbe muoversi da solo, ha detto il Papa. Le conferenze episcopali regionali e nazionali dovrebbero accordarsi su proposte di riforma. E poi portare queste proposte a Roma”.

 

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