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Fede Vs Ragione? Dan Brown è un furbo, ma noi non siamo scemi…

Dan Brown
Flickr de Web Summit
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Viene pubblicato Origin, quarto libro del romanziere del Codice da Vinci, più di 200 milioni di copie vendute nel mondo. In una conferenza stampa romana lo scrittore sciorina una serie di banali assurdità sul cristianesimo. Si impongono dunque alcune precisazioni.

Va benissimo, non c’è problema: «Ognuno ha diritto di vivere / come può», cantava Caterina Caselli, e vendere storie inventate è un mestiere come un altro. Difficile dare dello stupido a uno che sia riuscito a farlo, come Dan Brown, in un momento come quello attuale, per giunta, in cui praticamente solo gli editori riescono a vivere di libri (neanche più largamente come un tempo).

Sempre Caterina Caselli però, dall’alto dei suoi raggianti anni ’60, tuttora pontifica: «La verità ti fa male, lo so». E Dan Brown dovrebbe sempre tenere a mente la propria identità e il proprio lavoro, che è appunto quello di vendere storie inventate. Non c’è nulla di male: da Omero in qua, ci abbiamo costruito intere civiltà con gli aedi (certo, c’erano aedi ciechi che però ci vedevano e aedi ciechi che però non ci vedono: i primi dischiudono nuovi mondi, i secondi si riempiono la pancia). Non c’è nulla di male ma questo è quanto: Dan Brown vende storie inventate – dichiarato parto della propria immaginazione.

Dunque non si spiega come in una recente intervista lo stesso scrittore – dopo aver compiuto gli ormai rituali pubblici insulti al proprio presidente – abbia potuto dichiarare che

fra poco anche il Dio cristiano sarà relegato nei miti.

Perbacco! E ce lo dice così? Mi ha ricordato il delirio dello sciamano di Kali ne Indiana Jones e il tempio maledetto. Al fascinoso archeologo, che stava per essere drogato con una pozione a base di “sangue di Kali”, lo stregone diceva infatti:

– Presto avremo di nuovo le cinque sacre pietre di Shankara e i Tûk saranno di nuovo potentissimi.

– Certo che ce ne hai parecchia, di immaginazione!

– Tu non mi credi? Mi crederai, dr. Jones. Diventerai presto molto più fanatico di noi. […] Gli inglesi in India saranno trucidati. Allora domineremo i musulmani. Anche il Dio degli ebrei cadrà, e il Dio dei cristiani sarà dimenticato. Presto sarà Kalì a dominare il mondo…

E sì, salvo che quanto a trucco e parrucco Dan Brown si è presentato alla conferenza stampa in una mise molto meno pittoresca di quella dello sciamano di George Lucas, si direbbe che certe dichiarazioni abbiano attinto a piene mani alla fantasia dello sceneggiatore connazionale: dal punto di vista epistemologico la frase “presto sarà la scienza a dominare il mondo” ha lo stesso identico significato di “presto sarà Kalì a dominare il mondo”.

E non sembri irriguardoso il rispondere a Dan Brown rifacendosi alle sceneggiature di George Lucas: un’affermazione come la sua potrebbe essere sepolta da miriadi di argomenti, di autorità, di testimonianze – perché miriadi sono le scienze e le arti, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alla medicina, dalla musica alla matematica – che costellano il firmamento della ragione umana di modo che si capisce perché il salmista abbia scritto:

I cieli narrano la gloria di Dio
e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento.

Sal 18 (19), 1

E si capisce perché non solo san Tommaso (roba vecchia, dirà Brown – che in effetti è l’ultimo arrivato) vi riconoscesse l’attestazione del legame tra il mondo e il suo Creatore, ma perché secoli dopo Franz Joseph Haydn abbia tanto maestosamente musicato il testo di quel salmo, tradotto in tedesco, attribuendone i gagliardi rombi ai cori degli arcangeli.

Ma possiamo davvero rispondere alla vacuità delle affermazioni di Brown impegnando le parole di Guglielmo Marconi, che nel mare dell’etere – pieno di Dio – vaticinava e costruiva, come un novello Mosè, il passaggio delle onde radio che portassero in tutto il mondo le parole apostoliche di Pio XI? Davvero ha senso citare l’oratorio Die Schöpfung di Haydn quando Brown ci ha rivelato che suo fratello avrebbe musicalmente demolito la creazione?

mio fratello minore, musicista, ha composto una Charles Darwin Missa che nei modi delle messe solenni cristiane esaltava l’insegnamento dello scienziato che aveva cancellato l’idea della creazione.

Aspetterei volentieri trecento anni seduto su questa sedia per chiedere a qualche passante, dopo l’ennesima rappresentazione della Schöpfung, se abbia mai sentito parlare di una Charles Darwin Missa, ma spero di essere affaccendato in cose più gradevoli, per quella data. L’unica cosa che da una tanto sciocca tracotanza torna confermata è ciò che potremmo chiamare “il teorema di Comte” – dal nome dello scienziato positivista francese che per combattere Dio e la Chiesa costruì una propria religione e una propria gerarchia prostrati all’idolo muto della propria “ragione” –: tutto quanto appare grande negli scritti che attaccano la fede cristiana deve questa pura impressione proprio al rivestire simulacri di ciò che attaccano.

Clive Staples Lewis smise presto di stressare il genere di Berlicche (anche se si era rivelato fortunatissimo sia con le Lettere sia con il Brindisi) spiegando la ragione della sua scelta in questi termini: non v’era in quei testi alcunché di veramente geniale, poiché mutuavano la loro gradevolezza dal facile espediente dell’antifrasi e dalla verità della fede cristiana che traspariva in filigrana. Quanto alle parole stesse, vergate in simulato odio al cristianesimo e al suo Fondatore, nulla di davvero grande risplendeva in esse.

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