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Non riuscivo a rimanere incinta, e Maria nel dolore mi ha mandato un regalo

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Archivio familiare

Clara Gómez Centurión insieme al marito Francisco e al loro bambino Federico

Cecilia Zinicola - pubblicato il 12/10/17

Non mi era mai piaciuto recitare il Rosario e non sapevo nemmeno come farlo, ma ho imparato e ho iniziato a recitarlo

A Clara e Francisco era stata diagnosticata la policistosi ovarica ed erano stati sotto cure mediche per due anni e mezzo, durante i quali si erano sentiti dire che con stimolazione, iniezioni di routine ed ecografie sarebbero riusciti a ottenere una gravidanza. Il trattamento, però, non funzionava, e un giorno si sentirono dire: “Non potete fare altre stimolazioni. Dovete ricorrere alla fecondazione in vitro”.

Clara ha riferito che quando ha sentito queste parole le si è spezzato il cuore. Non si trattava di una questione morale o etica o di essere d’accordo con la Chiesa o meno, ma di provare un dolore molto profondo.

Avevano sempre voluto essere genitori e formare una famiglia

Ne hanno parlato molto. Pensare a ovuli fecondati congelati non era divertente. Una vita congelata? Quell’idea non li convinceva, pur sapendo che la possibilità di diventare genitori era così importante per loro.

Un giorno hanno saputo della NaproTecnologia, una scienza che lavora in forma cooperativa con il ciclo della donna per ottenere una gravidanza in modo naturale, e Clara ha contattato l’équipe di professionisti che se ne occupava in Argentina.

Da quel momento la strada è stata del tutto diversa.

La prima cosa che hanno avuto è stata la speranza. Avevano di fronte una strada diversa da quella che avevano intrapreso fino a quel momento.

Clara ha riferito così la sua esperienza:

“Prima mi hanno detto che la mia diagnosi non era corretta. Non avevo la policistosi. Non mi promettevano che avrei avuto un figlio, ma mi assicuravano che avremmo trovato il motivo.

Altrove mi avevano detto che avrebbero risolto il mio problema, ma non trovando risultati positivi dopo la stimolazione, anziché indagare sulla causa, mi hanno lasciato davanti alla fredda realtà della fecondazione in vitro. Si erano stancati di me? Mi sono sentita spacciata.

Quello che mi dicevano alla Napro, invece, era che avremmo trovato la causa e poi avremmo visto cosa si poteva fare. Se nell’iter fossi rimasta incinta fantastico!, ma avremmo cercato la causa. Non hanno detto ‘Ti assicuro che avrai un figlio’ come mi avevano detto gli altri medici”.

Ho abbracciato il mio dolore

La Napro mi ha aiutato a entrare a contatto con il mio corpo, che in fondo era quello che mi faceva più male perché non funzionava. La Napro mi ha aiutata a processare il dolore, con il corpo, la mente e l’anima.

Quando si ha un problema corporeo, la prima reazione è evitarlo perché si pensa: “Perché devo prestare attenzione a quello che mi sta provocando un problema? Meglio guardare dall’altra parte”.

Abbracciare quel dolore nel luogo in cui fa più male è la via migliore che ci insegna. È in quella situazione critica che se si sta attente si può trarre il bene e il male. Come coppia abbiamo imparato moltissimo, anche nel dolore. Alla fine il bilancio è positivo.

L’aspetto umano che apporta la Napro alla coppia ci ha aiutate a passare per tutte le dimensioni della nostra persona. Non era una cosa solo mia, ma di entrambi, e questo ti unisce alla persona con cui hai scelto di condividere il resto della tua vita, con o senza figli”.

Ho iniziato a recitare il Rosario

“Avevo cominciato la Napro e il 27 ottobre ho conosciuto Immaculé Ilibagiza, una sopravvissuta al genocidio del Ruanda del 1994. Con grande fede mi ha parlato del Rosario dei 7 dolori della Vergine Maria. Mi ha detto di recitarlo tutti i giorni e che Maria mi avrebbe inviato un regalo.

Non mi era mai piaciuto recitare il Rosario, e non sapevo neanche come farlo. Sono andata su Internet per cercare come si recitava e mi sono seduta a pregare tutti i giorni con la convinzione che mi aveva trasmesso Immaculé. Non importava se arrivavo tardi o ero molto stanca. Lo recitavo comunque.

Esattamente un mese dopo, il 27 novembre, mi sono resa conto che ero incinta e il 27 luglio è nato mio figlio Federico.

Ero sposata da quattro anni, cercavo un bambino da tre ed ero incinta dopo aver recitato il Rosario per un mese dopo aver fatto una scelta naturale.

Contare su un’opzione medica che preserva l’umanità e non è invasiva, in cui ci si sente accompagnati dalla qualità umana dei professionisti, compiere un cammino di crescita attraversando il dolore con Maria e l’apporto della fede hanno rappresentato la combinazione della nostra esperienza come famiglia, per la quale oggi ci sentiamo profondamente grati”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
mariamaternitàsanto rosario
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