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Insegnanti di religione in Italia? Penalizzati da un precariato cronico

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Il particolare statuto degli insegnanti abilitati all'insegnamento della religione cattolica nel nostro Paese assoggetta gli stessi a un regime lavorativo che nel 55% dei casi non arriva a stabilizzarsi. Con ripercussioni dalla didattica alle finanze private all'economia pubblica. Vediamo perché

La lettera dei Vescovi

Lo scorso 1mo settembre la Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università della CEI ha indirizzato ai circa 25000 docenti di religione italiani una lettera contenente parole di ringraziamento, esortazione e fiducioso incoraggiamento. La comunicazione dei vescovi giunge a venticinque anni dalla nota pastorale “Insegnare religione cattolica oggi” (1991), in occasione della definitiva entrata in vigore dell’aggiornamento dell’Intesa (2012). Il testo riconosce il “servizio prezioso offerto dall’IRC per la scuola, la società e la comunità ecclesiale”, frutto dell’impegno volto a raggiungere un “livello di eccellenza nella preparazione disciplinare, umana, pedagogica e spirituale” dei docenti, trasmettere un “patrimonio di conoscenza qualificato” e proporre una presenza capace di essere “punto di riferimento per alunni e colleghi”. I vescovi assicurano a propria volta l’attenzione dovuta all’insegnamento della religione e i suoi docenti (partecipi della pastorale ecclesiale complessiva), al fine di assicurare agli insegnanti la “serenità necessaria per svolgere al meglio il proprio lavoro e spendersi con dedizione nel servizio educativo”.

Quest’ultimo passaggio, che lascia comprendere in modo esplicito l’attenzione dell’episcopato anche per gli aspetti istituzionali e normativi dell’insegnamento, offre spunto per affrontare un tema che in questi giorni sta lasciando molto meno …“sereni” tanti docenti di religione italiani, almeno a giudicare dalle partecipate discussioni nelle pagine internet e gruppi dedicati. Approfondiremo quindi un capitolo differente, ancorché meno noto, della vita dell’insegnante di religione. I tanti docenti di religione scorreranno con curiosità questo excursus; gli altri lettori avranno modo di conoscere dimensioni inedite del loro mondo vitale. Per tutti: un’opportunità per testare la tenuta dei princìpi della dottrina sociale ecclesiale, quando i “buoi che trebbiano” (1 Cor 9,9) sono quelli del proprio campo.

Il precariato storico nell’IRC

Fatto probabilmente poco conosciuto: il corpo docente degli IdR italiani è in larga parte (55%) costituito da insegnanti storicamente precari, con contratto rinnovato di anno in anno, nella maggioranza dei casi ormai da dieci anni o più. Nel corso degli ultimi decenni sono stati apportati alcuni accorgimenti, volti a limitare i disagi che questa condizione professionale comporta (es. la possibilità di accedere comunque agli scatti stipendiali legati all’anzianità di servizio, oltre che al comune regime dei permessi e delle ferie). Prevalgono tuttavia le ombre negative di questo status su docenti e insegnamento. Gli IdR a tempo determinato, in particolare, sono esposti ogni anno al rischio di contrazioni orarie e di organico (che possono comportare frammentazioni di cattedra e in alcuni casi riduzioni dell’orario di servizio), al ritardo sul pagamento degli stipendi nei mesi di stipula dei nuovi contratti (una costante), all’esclusione dalla possibilità di fruire di voci accessorie della retribuzione legate alla valorizzazione del merito (bonus premiale) o alla formazione (la famosa “carta del docente” di 500 euro, introdotta dalla riforma della “buona scuola”). Sono altresì esclusi dall’accesso a tutta una serie di funzioni e compiti scolastici, con pregiudizio per la propria crescita professionale (partecipazione a commissioni di esami di Stato, ruolo di animatore digitale o collaboratore del dirigente scolastico, attività di potenziamento, corsi di formazione riservati al personale in ruolo).

Conseguenze ancora più gravi sulla vita dei docenti di religione e delle loro famiglie derivano dall’esclusione dalla dimensione fondamentale del rapporto di lavoro di lungo periodo: la stabilità giuridico-economica. Quest’ultima costituisce condizione concreta dello stesso profilo retributivo: essa soltanto in assenza di altre garanzie patrimoniali può consentire l’accesso al credito, che permette l’acquisizione di beni di prima necessità (su tutti: l’abitazione).

Tale stato di cose rischia di introdurre, di fatto, un “quarto requisito non scritto” per l’insegnamento della religione cattolica (oltre a quelli previsti dal codice di diritto canonico, can. 804: eccellente preparazione dottrinale, testimonianza di vita e abilità pedagogica): la disponibilità previa di adeguati mezzi economici e patrimoniali, che assicurino al docente e alla propria famiglia la possibilità di abitare una casa e vivere dignitosamente.

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