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Farmaci: ma siamo sicuri?

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I medicinali sono importantissimi per migliorare la qualità di vita dei pazienti, ma nessuno di essi è davvero innocuo. 91 sostanze autorizzate nell’Unione europea e appartenenti a diverse categorie, secondo uno studio, possono compromettere lo stato di salute con effetti indesiderati gravi o gravissimi.

Ma allora, curarsi è peggio della malattia stessa?

«Non esistono farmaci innocui, perché ciascuno di essi comporta la possibilità di sviluppare effetti collaterali più o meno marcati, più o meno gravi, più o meno conosciuti: in un certo senso, è il prezzo che accettiamo di pagare per ottenere un beneficio, di norma superiore al rischio», spiega il professor Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano (www.marionegri. it) e collaboratore di BenEssere.

Ovviamente, a seconda di numerosi parametri personali, come età, peso, altezza, composizione corporea e metabolismo, ogni preparato può esercitare azioni diverse sui vari individui, risultando ben tollerato in alcuni soggetti e determinando invece qualche problema in altri. «Gli inglesi parlano di expected side effects quando gli effetti avversi sono noti e indicati sul foglietto illustrativo, mentre gli unexpected side effects sono le reazioni inaspettate, non sempre facili da correlare all’assunzione». Di fatto, non è così semplice dimostrare la tossicità di un farmaco, perché durante un trattamento medico possono verificarsi eventi avversi che non necessariamente hanno una correlazione di causa-effetto. Come dire che, se dopo aver ingerito una statina compare un brutto mal di denti, è complicato provarne il legame, perché l’odontalgia potrebbe essere indipendente dal farmaco.

Dieci anni per essere approvati

Prima di entrare in commercio ogni farmaco deve subire una lunga serie di studi, che talvolta possono durare oltre dieci anni. Dopo una fase preclinica svolta in laboratorio e puramente teorica, che deve stabilire sicurezza e tollerabilità (almeno ipotetiche) mediante test in vitro su cellule e poi in vivo sugli animali, si passa a quella clinica sull’uomo.

  • FASE 1. Il prodotto viene somministrato a circa 60-80 volontari sani, informati e rigorosamente seguiti dai medici, per verificare la sicurezza del medicinale e l’assenza di effetti collaterali gravi.
  • FASE 2. In specifici centri ospedalieri, il prodotto viene somministrato a un gruppo di soggetti malati informati, per efficacia.
  • FASE 3. Confermata la sicurezza del prodotto, viene coinvolto un numero sempre maggiore di pazienti informati, nell’ordine di qualche migliaio, presso centri e ospedali specializzati. Così, si valutano la posologia (quantità di prodotto da somministrare), le varie formulazioni (pillole, supposte, sciroppi, iniezioni o altro), le possibili reazioni avverse e soprattutto la comparazione con altri farmaci aventi la stessa indicazione.
  • FASE 4. Il prodotto arriva nelle farmacie, ma continua a essere monitorato. Dal 2002, il ministero della Salute ha attivato la cosiddetta farmacovigilanza, cioè l’osservazione degli effetti a lungo termine, quando i medicinali sono già in commercio.

Attenzione ai mix

A tutto questo, si aggiunge un altro problema. Solo in Italia, quasi un milione e mezzo di anziani assume ogni giorno dieci o più farmaci e qualche migliaio di over 75 (trattati per ipertensione, iperlipidemia o diabete) ha sperimentato almeno un episodio di doppia prescrizione, involontaria, di due sostanze identiche consigliate da due medici diversi, con il risultato di un sovradosaggio.

«La politerapia, ovvero l’assunzione concomitante di più farmaci della stessa o di diverse aree terapeutiche, rappresenta un altro pericolo da non sottovalutare, perché tra i vari principi attivi si possono creare interazioni capaci di determinare una risposta clinica diversa da quella attesa», riferisce il professor Garattini.

«Così, soprattutto nei pazienti più fragili, l’azione dei singoli medicinali può risultare ridotta, amplificata oppure si verifica una reazione nuova e inaspettata. Per non parlare dell’aumentato rischio di confusione tra pastiglie e pastigliette, con il risultato di una mancata aderenza alla terapia». Un’indagine condotta presso l’University of Illinois at Chicago (Stati Uniti) e pubblicata sulla rivista Jama Internal medicine ha definito questo mix “potenzialmente fatale”, mentre un altro studio, pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society, ha mostrato come la politerapia possa determinare nel sistema nervoso centrale cambiamenti tali da influenzare addirittura la capacità di camminare del paziente, che diminuisce e rallenta.

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