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Essere radicali è lo stesso che essere fanatici?

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Africa Studio

padre Carlos Padilla - pubblicato il 06/10/17

Le mie radici siano profonde. A casa mia, nel mio ambiente, nella mia famiglia, nelle persone concrete che amo

Credo che la parola “radicale” venga intesa a volte nel senso sbagliato. Non voglio il fanatismo né il radicalismo. Non voglio gli estremi che mi allontanano dalle persone. Mi rendono intollerante e duro, intransigente e rigido.

Diceva il tennista Rafael Nadal: “Il radicalismo crea problemi in tutti gli ambiti della vita. Ci sono volte in cui si confondono l’emozione e la passione con il fanatismo e il radicalismo. Si possono vivere le cose con emozione e passione senza arrivare alla radicalizzazione”.

Il fanatismo genera in me reazioni che detesto. Mi porta a screditare gli altri, a condannare chi non è come me, a criticare e allontanare da me chi non condivide le mie idee. Quanto dolore quando le mie idee costruiscono muri insormontabili!

È vero che ho le idee chiare sulle cose. So ciò in cui credo. Quello che voglio. E voglio ciò che penso. Ho chiara la mia direzione. So bene da dove vengo. Mi sforzo di distinguere la mia verità. E capisco quello che devo fare per dare vita, per avere vita, per amare bene.

Ma questo non mi porta ad essere radicale, intendendo la radicalità come fanatismo. Una definizione di questa parola ha a che vedere con l’essere inflessibile, categorico, o estremo.

Non voglio cadere negli atteggiamenti estremi e radicali. Non voglio essere inflessibile, o esagerato nei miei giudizi. Voglio essere tollerante, ricettivo, aperto. Accettare chi non la pensa come me e non condivide i miei punti di vista. Essere capace di convivere con l’altro, con l’estraneo, con chi non è come me. Senza per questo mettere da parte le mie idee.




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Credo che sia un miracolo, perché il cuore vuole un’altra cosa. Ha più empatia nei confronti di chi la pensa e vive come me. E si allontana prendendo le distanze da chi è diverso. Nella vita succede sempre.

La tolleranza è un miracolo. Accettare che qualcuno non la pensi come me senza imporgli le mie idee. Accettare e amare chi non si adatta al mio modo di vedere le cose. Tollerare, accettare, amare, integrare, ascoltare. È un cammino molto lungo che seguo per costruire ponti e non muri. Voglio fuggire da quegli estremi che mi possono trasformare in fanatico.

Ad ogni modo, mi piace la parola “radicale”. Leggevo giorni fa un’altra sua accezione, che fa riferimento alle radici. Presuppone, soprattutto, che quello su cui punti faccia parte dell’aspetto più profondo, più definitivo, più essenziale. Non è un intrattenimento o qualcosa di aneddotico, né qualcosa di passeggero o capriccioso. È così fondamentale che non comprendi la tua vita senza di questo [1].

E allora mi guardo e penso che voglio essere radicale. Voglio avere radici profonde. La parte più essenziale della mia anima, la parte più vera, quello che sono, è questo che amo. È l’aspetto irrinunciabile della mia vita. In questo senso sono radicale.

Nella vita di ciascuno, l’aspetto radicale è quello che ti nutre e ti sostiene, che si trasforma nel motore e nella fonte di energia. Quello spazio in cui cresci forte, perché sai che lì sei al sicuro: la tua famiglia, la tua terra, i tuoi amici, il tuo Dio. Lì sono la sfida e l’opportunità. Lasciarsi radicare in Dio. Lasciare che la propria vita si radichi nella terra feconda del Vangelo. Che sia la sua logica a guidarti, la sua profondità a catturarti, la sua allegria a farti sorridere, la sua chiarezza ad aprirti gli occhi per guardare il mondo con misericordia [2].


BENEDYKT XVI O KAPŁAŃSTWIE

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Voglio che le mie radici siano profonde. In casa mia, nel mio ambiente, nella mia famiglia, nelle persone concrete che amo. Radicale nei miei amori. Nei miei legami. E radicale, questo è l’essenziale, nel mio amore nei confronti di Dio. Nella mia appartenenza a Lui. Il mio centro sia nel Signore e io riposi in Lui. Come quel pendolo che si muove avendo chiaro il centro.

Diceva padre Josef Kentenich: “Se l’uomo è un essere che oscilla, il suo sostegno e la sua sicurezza saranno in alto, nelle mani di Dio Padre. Solo lì c’è riposo, solo a quel luogo deve aspirare l’uomo” [3].

Forse è la radicalità della mia fede che desidero. Ma non una radicalità che mi allontani dagli altri che credono, o da quelli che non credono. Voglio essere radicale nella mia fede nel senso di tenere il mio cuore ben saldo in Dio.

Questa radicalità di vita è ciò che desidero. Una fede vera, radicale, profonda, autentica. Non voglio una fede superficiale. Voglio gettare radici profonde nel cuore di Dio. Nella terra in cui vivo. Radicale nelle mie decisioni. Non passare da una cosa all’altra senza profondità.

Voglio seguire una linea d’azione. Camminare in una direzione senza mettere continuamente in discussione le decisioni prese. Radicale nella mia fede. Se sono cristiano, lo sono dalla testa ai piedi. Nella totalità del mio essere. I miei sentimenti siano quelli di Cristo. Che io viva per Lui.

Se non è così la mia fede non avrà radici, e quando arriverà la corrente della croce e del dolore, quando l’angoscia della vita mi attaccherà, perderò la mia fede poco profonda. Non voglio vivere così, in superficie. Oggi mi chiedo: sono radicale nelle mie decisioni? Prendo sul serio la mia fede?




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[1] José María Rodríguez Olaizola, Ignacio de Loyola, nunca solo
[2] José María Rodríguez Olaizola, Ignacio de Loyola, nunca solo
[3] J. Kentenich, Niños ante Dios

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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